giovedì 19 marzo 2015

Recensione: REYKJAVIK CAFE' di Sólveig Jónsdóttir



Come anticipato, ecco la recensione di un romanzo molto carino!

REYKJAVIK CAFE'
di Sólveig Jónsdóttir


Ed. Sonzogno
trad. di Silvia Cosimini
320 pp
17.50 euro
in libreria:
12 MARZO 2015

Hervòr, Mia, Silja e Karen: quattro donne giovani e diverse per carattere e scelte professionali, ma tutte accomunate da una simile condizione sentimentale.

Tutte e quattro, infatti, sono appena state "mollate" dal loro partner.

Hervor è una ragazza vivace, intelligente, con una laurea che però non ha mai "sfruttato", finendo per lavorare come barista al Reykjavik Cafè; lavoro che, in fondo, non le dispiace, perchè le permette di stare in contatto con tanti tipi di persone (certo, non tutte piacevoli...), e poi ha un collega - Georg - davvero socievole, simpatico, comprensivo e colto.

Hervor, da un po' di tempo, ha una tresca con il suo ex-professore universitario, un certo Tryggvi, un 50enne che non sembra dare un grande peso alla sua relazione con la giovane, che comunque non si sente di certo innamorata.


Eppure, quando lui la lascia per un'altra... ad Hervor sembra crollare tutto addosso.


E il mondo crolla addosso anche a Mìa, anche lei con una laurea nel cassetto, che ha abbandonato ogni ambizione e adesso lavora come commessa in un negozio di abbigliamento; convive con il suo compagno già da un po' e ok che ultimamente qualcosa sembrava essersi raffreddato, ma mai avrebbe pensato che lui le dicesse di non essere più innamorato. Eh sì, Danìel le vuol bene ma l'amore è un'altra cosa.
Non sarà il caso di lasciare l'appartamento e portar via le tue cosette da casa mia, grazie?

E poi c'è l'efficiente e laboriosa dottoressa Silja, sempre impegnata in ospedale, che un giorno torna a casa e coglie suo marito Baldur in flagrante adulterio; non solo, ma i suoi occhi incrociano pure quelli imbarazzati della squallida donnaccia che s'è portata a letto, e che s'affretta a lasciare l'appartamento in cui s'è consumato il tradimento.

Ma la più squinternata delle quattro è Karen.
Anche lei attorno ai 30, magra come un giunco, dal fisico fragile, accanita fumatrice e bevitrice; passa da un letto all'altro, spesso non ricorda neanche il nome dell'amante di turno e di certo non è intenzionata a intrecciare relazioni serie.
Non perchè non ne abbia bisogno o voglia, ovvio, ma in quanto erroneamente convinta di non essere in grado di amare e di non essere degna di essere amata.
E così, preferisce buttare la propria vita in bagordi notturni per poi rifugiarsi nell'unico posto in cui si sente sicura e protetta: a casa, con i premurosi e anziani nonni che si prendono cura di lei da sempre.

Quattro storie certamente non felici, anzi in un certo senso drammatiche, ma narrate con un tono leggero, tanto da frenare un qualsivoglia moto di compassione da parte del lettore.

Quattro donne giovani e desiderose di felicità, che hanno investito molto in rapporti che forse non meritavano tanta dedizione.
Quattro donne che si sentono sole e disperate, una volta che i loro uomini le hanno lasciate per un'altra donna.
Scattano immediati i sensi di colpa, le mille domande, aumentano le insicurezze circa il proprio aspetto fisico (l'altra è più bella di me?) o il proprio carattere (forse sono io che l'ha spinto a molarmi?) e sembra inevitabile rinchiudersi tra le mura di casa a piangersi addosso.

Ritrovarsi un po' in ognuna di loro non è poi così difficile, perchè Hervòr, Mìa, Karen e Silja sono quattro donne normalissime, con fragilità, desideri e paure che appartengono quasi sicuramente anche a chi legge (chiaramente, mi riferisco principalmente a lettrici).
Non ci appaiono patetiche o deboli, non ci vien voglia nè di disprezzarle nè di compatirle, perchè lo sappiamo tutti: una vita abitudinaria - che ci dà certezze e sicurezza (non necessariamente vera felicità o entusiasmo o soddisfazione, ahimè) - quando crolla, da un momento all'altro e senza preavviso, ci fa sembrare ogni altra cosa negativa, inutile, insipida.

Ma le quattro protagoniste - le cui vite e vicende si intrecceranno in diversa misura - non sono donne senza personalità, anzi sanno tirar fuori determinazione e voglia di ricominciare al momento opportuno, proprio quando il baratro da cui bisogna risalire sembrava troppo profondo.

In una Islanda fredda, nevosa e piovosa, in cui si cerca un po' di ristoro e quiete al tavolino di un bar, tenendo fra le mani una tazza calda di caffè, leggendo un giornale o semplicemente perdendosi nei propri pensieri mentre la pioggia familiare picchietta contro i vetri, le nostre donne cercheranno di ricomporre le tessere del puzzle incasinato che è la loro vita; per qualcuna sarà un tantino più semplice buttarsi il recente "fallimento sentimentale" alle spalle, per qualcun'altra sarà necessario un po' più di coraggio e di autostima, ma certo è che l'Autrice ci regala una storia - anzi quattro - tutt'altro che triste, e che nasconde in sè una bella e positiva dose di speranza, di voglia di riprendere in mano la propria esistenza, di non rinunciare alle piccole e piacevoli sorprese che questa vita a volte ci riserva (dopo averci dato qualche batosta...!).

Una narrazione scorrevolissima, attraversata da una ironia leggera e mai esagerata, che non si burla dei problemi delle sue protagoniste ma neanche ce le "rende pesanti", anzi, c'è un che di brioso e piacevole in questo romanzo al femminile che mostra sì le fragilità di tante di noi ma al contempo sottolinea la forza e la voglia di andare avanti.

Mi è piaciuta l'ambientazione, questa Reykjavik freddina, troppo spesso uggiosa o spruzzata di neve, in cui il "Reykjavik Cafè" diventa una sorta di punto di riferimento e un luogo familiare.

Parere positivo per l'esordio di questa giornalista islandese.

2 commenti:

  1. Bella recensione, cara Angela! Mi piace il modo in cui hai descritto le quattro protagoniste di questo romanzo che si mostra interessante e piacevole da leggere :)

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    Risposte
    1. sì, una lettura piacevole!! consigliata soprattutto alle donne (ma non solo, eh!) ^_-

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Un buon libro lascia al lettore l'impressione di leggere qualcosa della propria esperienza personale. O. Lagercrantz

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