martedì 8 novembre 2022

[ DIETRO LE PAGINE ] "L'isola delle anime" di Johanna Holmström e l'ospedale di Själö



Ho in lettura L'isola delle anime, un romanzo di Johanna Holmström ambientato a Själö, in un manicomio per donne ritenute incurabili, un luogo di reclusione dal quale in poche se ne andavano, dopo esservi entrate.

Cosa spinse la scrittrice a concentrarsi su un tema delicatissimo quale la follia, e a farlo da una prospettiva unicamente femminile?

Uno dei motivi che l'hanno spinta è stato constatare come molti dei suoi lettori tendessero a vedere nei suoi personaggi femminili immaginari delle patologie di tipo psichiatrico, indicando queste donne come borderline, depresse o psicotiche. 
Johanna aveva già scritto di donne in situazioni di crisi di vario tipo, ma qualcosa la indusse a chiedersi con quali occhi stesse guardando alla salute e alla malattia mentale.

Nel 2012 cominciò a cercare su Google "storia delle malattie mentali femminili in Finlandia", imbattendosi subito nella tesi della ricercatrice Jutta Ahlbeck-Rehn sulle donne di Själö nel periodo 1889-1944
All'epoca non sapeva nulla di Själö, ma intuì di aver appena trovato il soggetto per un nuovo libro.

Nel romanzo il lettore incontra un certo numero di donne e la domanda sorge spontanea: avendo raccolto dati e fatti basandosi sulla tesi di Jutta Ahlbeck-Rehn "Diagnosi e disciplina: discorso medico e follia femminile all'ospedale di Själö 1889- 1944" (a cui lei stessa fa riferimento nella postfazione), quanto e cosa di questo materiale Johanna Holmström ha inserito nel proprio libro?

La Holmström ha dichiarato che i personaggi del romanzo sono frutto di un mix di diverse storie di pazienti.

Quando lesse per la prima volta la tesi di Juttas Ahlbeck-Rehn, immaginò di avere davanti a sé le donne di cui la sociologa raccontava le vicende personali all'interno della struttura ospedaliera; si trattava allora "solo" di sceglierle e farle prendere vita, anche se ovviamente le storie specifiche di ciascun personaggio di per sé sono inventate e anche i loro nomi non sono quelli reali (documentati negli archivi), visto che sarebbe stato poco rispettoso menzionare le donne realmente esistite. 
Così decise di creare le proprie storie di vita, plausibili e basate su eventi reali e sulle persone rimaste a Själö.

Johanna Holmström
fonte
Prima di iniziare a lavorare al progetto del libro, aveva un'immagine piuttosto stereotipata dell'assistenza sanitaria: nella sua immaginazione, il tipo di infermiera che lavorava in un manicomio, somigliava alla inquietante Miss Ratched (personaggio che compare nel romanzo "Qualcuno volò sul nido del cuculo" e attorno al quale ruota la serie RATCHED), fredda e poco sensibile verso i poveri malati. Ma questi pensieri sono cambiati durante il processo di scrittura.
La scrittrice si è presa del tempo per fare ricerche negli archivi di Turku, guidata dal prezioso studio di Ahlbeck-Rehn; ha studiato le storie dei grandi ospedali psichiatrici in Finlandia, ha letto Foucault, Freud, Lacan, consultato i giornali degli anni ’30 e vari materiali.


L'ospedale di Själö è stato chiuso definitivamente nel 1962, in quanto ritenuto troppo lontano rispetto alla terraferma. Paradossale, se si pensa che si scelse quest'isoletta proprio per il fatto che fosse remota, distante, così da lasciare i ricoverati al loro destino...

Själö o Nagu Själö (in svedese) o Seili (in finlandese) è una piccola isola al largo della costa sud-occidentale della Finlandia; fa parte del comune di Pargas. 
Il nome Själö si riferisce, etimologicamente, al fatto che l'isola sia stata dimora di foche.

L'isola è nota per la sua chiesa e la sua natura, per ospitare un istituto di ricerca e, certamente, per l'ex ospedale; quest'ultimo viene menzionato per la prima volta nel 1689, sebbene i pazienti si trovassero sull'isola già da molto prima.

ospedale visto dall'alto
(Wikipedia)


Infatti nel 1619 fu costruito il lebbrosario per ordine del re svedese Gustavo II Adolfo, che scelse Själö per la sua posizione remota. 
Quando, nel 1700, la lebbra iniziò a scomparire dalla Finlandia, sull'isola principale fu costruito un manicomio; più precisamente, nel 1785 l'ospedale da lebbrosario fu convertito in una struttura per malati di mente. 
Nel 1889 tutti gli uomini furono trasferiti da Själö e il nosocomio divenne esclusivamente dedicato alle pazienti di sesso femminile. Alcune di loro erano molto giovani; una aveva solo 9 anni.

Il numero di pazienti a Själö variava tra 30 e 50; all'interno, l'edificio era diviso da un lungo corridoio fiancheggiato da stanze (ciascuna accoglieva una sola persona) di 1,87 x 2,07 metri. 
Il personale si assicurava che i pazienti fossero tenuti in isolamento e non era molto attenta a che le "celle" fossero curate per bene.
Ad essere ricoverati erano persone ritenute incurabili e i "pazzi", che restavano là praticamente fino alla morte e le loro proprietà passavano alla chiesa.

l'interno di una camera
source

I soggiorni delle donne a Själö, dunque, erano spesso molto lunghi, quando non terminavano con la loro morte.

I "metodi di trattamento" dell'ospedale di Själö erano la terapia occupazionale, la camicia di forza, l'isolamento in una cella "calmante" con figure geometriche marroni; non mancò l'utilizzo anche di bagni bollenti o ghiacciati.

Durante i periodi di guerra, le donne non ricevevano molto cibo e spesso si ammalavano; attorno a loro solo sporcizia, fame e miseria.

Dopo la chiusura del manicomio (1962), gli edifici furono rilevati dall'Università di Turku e l'istituto di ricerca concentrò i propri studi sugli ecosistemi del Mare dell'Arcipelago e sull'intera area del Mar Baltico. 

Come dicevo più su, la ricercatrice Jutta Ahlbeck-Rehn ha studiato cosa è successo alle donne di Själö e in che modo l'appartenenza a determinate classi sociali influenzasse il loro destino; anche lo stesso genere sessuale contava: le donne, infatti, erano classificate come malate molto più degli uomini. 
Dei quasi 200 pazienti presenti nei dati di Ahlbeck-Rehn, 52 non avevano una diagnosi psichiatrica precisa.
Pochi furono coloro che lasciarono l'istituto; ci sono state donne che hanno fatto ritorno a casa solo dopo essere state sterilizzate...
Le donne povere delle classi sociali inferiori o le donne sessualmente "disinibite" (o ritenute tali) erano le tipologie più frequenti di pazienti.
Negli anni '30 del secolo scorso, criminali appartenenti alla classe inferiore furono mandati all'ospedale psichiatrico di Själö. Secondo la teoria dell'igiene razziale, c'era la convinzione che il sottoproletariato fosse biologicamente incline a malattie, follia e ubriachezza.

In pratica, la follia era un fenomeno sociale, non soltanto un fatto medico.



Fonti consultate:

Articolo 3 (da "Il manifesto")
Wikipedia.org 

lunedì 7 novembre 2022

Novità in libreria (ottobre 2022)



Libri da poco entrati in libreria.

LA RAGAZZA BLU
di Kim M. Richardson


Pienogiorno Ed.
Cussy Mary Carter ha diciannove anni, è intelligente, indipendente, con un'insaziabile sete di sapere. 
Segno particolare: ha la pelle blu: ultima testimone di un popolo, realmente esistito, che superstizioni e maldicenze hanno segregato nelle zone più impervie dei monti Appalachi. 

Nei giorni più difficili, cerca conforto nel suo cuscino come da una carezza. Ne ha ricavato la federa dal vestito che sua madre le aveva cucito quando era bambina. Diceva che il blu della stoffa avrebbe fatto sembrare la sua pelle più bianca; un po' meno colorata, almeno. 
Con sua madre tutto sembrava più leggero, anche gli sguardi feroci della gente, anche l'isolamento in cui la sua famiglia deve vivere a causa di una rara alterazione genetica che rende l'epidermide di un blu cielo, pronto a scurirsi a ogni emozione. 

Ma Cussy, detta Bluette, non ha ereditato dai suoi avi solo il suo colore. Sa leggere, cosa rara su quei monti negli anni Trenta della Grande Depressione, e ancor più per una donna. È orgogliosa, determinata, e curiosa di imparare ogni cosa. 
Per questo è stata subito entusiasta di aderire all'innovativo progetto che Eleanor Roosevelt ha istituito per diffondere la lettura. 
A dorso di un mulo, il suo compito è portare libri e giornali nelle zone più remote e disagiate. 
Non solo un impiego, di più: una missione, perché per molti quelli sono gli unici spiragli di luce in una vita di lotta e sopraffazione. 
Nonostante crudeli pregiudizi, nonostante suo padre, che pure la ama profondamente, per proteggerla cerchi di affibbiarle un marito qualsiasi, nonostante il fanatico predicatore Frazier le dia la caccia per purificarla a forza dal suo peccato blu, Cussy non smette di bramare e difendere la libertà che la cultura e il suo lavoro le danno. 
E nemmeno di combattere per il suo riscatto, la sua indipendenza, il vero amore che sente di meritare.


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L’ombra del giglio è il secondo volume della serie con protagonista Hanna Duncker: un thriller intenso e tesissimo con cui Johanna Mo si conferma, con voce sicura, nuova regina del romanzo criminale svedese.

L'OMBRA DEL GIGLIO
di Johanna Mo

Ed. Neri Pozza
trad. G. Diverio
432 pp
19 euro
Ottobre 2022
Tutti a Öland conoscono il nome di Hanna Duncker per via di suo padre, condannato per incendio doloso e omicidio quindici anni prima. Una vicenda mai del tutto chiarita e un vero fardello per Hanna, specialmente ora che è tornata a lavorare per la polizia svedese sull’isola della sua infanzia. Da detective implacabile e testarda qual è, infatti, Hanna non riesce a lasciar andare i fantasmi del passato, neanche quando le indagini di routine non consentirebbero distrazioni.
È un torrido agosto quello in cui lei e il collega Erik Lindgren si trovano a investigare sul caso di una persona scomparsa. Thomas Ahlström, agente immobiliare quarantenne, è svanito nel nulla insieme al figlio neonato Hugo. È la moglie a lanciare l’allarme: il pensiero, intollerabile, è che il piccolo Hugo sia stato ucciso da colui che piú avrebbe dovuto proteggerlo e che l’uomo, in seguito, si sia tolto la vita. L’unico punto di partenza possibile è indagare nel passato dell’agente immobiliare. È così che Hanna ed Erik incappano in Lykke, una ventiquattrenne nevrotica e disoccupata, apparentemente impegnata soltanto nella lotta alle erbacce che, in quell’estate anomala, hanno inghiottito gli splendidi fiori del giardino della sua villetta. A complicare le cose, le ricerche ufficiose di Hanna sul delitto paterno si fanno insostenibili quando dagli incartamenti della vecchia indagine sembra emergere lo spettro di un altro uomo che Hanna conosce fin troppo bene. Esacerbata dalle false piste, cosí come dalla violenza e dall’ambiguità delle relazioni umane, Hanna si dibatte fra sonore bugie e parziali verità. Esiste un confine netto tra colpa e innocenza? E quanti segreti può contenere una famiglia?
Dopo l’esordio de La morte viene di notte, 

L'autrice.
Johanna Mo è nata a Kalmar, in Svezia, e ora vive con la sua famiglia a Stoccolma. Ha trascorso gli ultimi vent’anni lavorando come critica letteraria, traduttrice e redattrice freelance. La morte viene di notte, il suo romanzo d’esordio, è il primo di una serie di gialli con protagonista la detective Hanna Duncker.


💙💜💛💚

Con un romanzo capace di illuminare gli abissi dell’inconscio come le vette della creatività, Anne Eekhout, autrice pluripremiata, ridà voce a una grande donna della letteratura e al suo tormento artistico e umano.

MARY
di Anne Eekhout

Ed. Neri Pozza
366 pp
trad. L. Pignatti
29 euro
Ottobre 2022
Ginevra, maggio 1816. Una giovane donna si sveglia nel cuore della notte, assediata dagli incubi del suo passato e dalla gelosia per la sorellastra, Claire, che sembra cogliere qualsiasi occasione per insidiare suo marito Percy. 
Lei è Mary Shelley, née Wollstonecraft, e suo marito è Percy Shelley, poeta inglese celebrato e amatissimo, che Mary ha seguito per tutta Europa fino a giungere, insieme a Claire, in quel luogo di villeggiatura sulle sponde del lago di Ginevra. Sono in cinque in vacanza a Villa Diodati, compresi John Polidori e Lord Byron detto Albe, e il 1816 è l’«anno senza estate», quando l’eruzione di un vulcano in Indonesia ha oscurato il cielo in tutto il mondo e impedito al calore del sole di allietare le loro giornate. Così, la compagnia trascorre tutte le sere di pioggia di fronte al fuoco, a bere vino e laudano e a raccontarsi storie di fantasmi. Ma i fantasmi dei racconti non sono gli unici ad abitare quella grande casa. Mary ha solo diciannove anni ma alle spalle tutta una vita vissuta, di sentimenti e avventure. E, nonostante il piccolo William sia la sua gioia, non riesce a dimenticare la figlioletta morta che ogni notte, all’ora delle streghe, la sveglia con l’eco remota di un pianto disperato. Ma soprattutto Mary non riesce a dimenticare gli eventi di quattro anni prima, in Scozia, quando a Dundee ha conosciuto Isabella Baxter e l’affascinante ma sinistro Mr Booth. Isabella, riccioli scuri e pelle chiarissima, un’adorabile fossetta sul mento, è per Mary una creatura di irresistibile fascino; Mr Booth è untuoso, e dei pomeriggi passati in casa sua con Isabella spesso Mary non ha alcuna memoria. Quegli enigmatici eventi monteranno nell’immaginazione della futura scrittrice, fino a esplodere in un vortice in cui verità e finzione si mescolano senza soluzione di continuità. Ed è da quei ricordi misteriosi che, nelle lunghe sere ginevrine, Mary partorisce un incubo che abiterà le notti del mondo per i secoli a venire: il mostro di Frankenstein.

L'autrice.
Anne Eekhout, nata nel 1981, ha esordito nel 2014 con il romanzo Dogma, finalista al premio Bronzen Uil per la migliore opera prima in lingua nederlandese. Nel 2017 ha pubblicato Op een nacht (Una notte), selezionato per il BNG Literature Prize, destinato agli scrittori sotto i quarant’anni, e nel 2019 Nicolas en de verdwijning van de wereld (Nicolas e la scomparsa del mondo), nominato al premio Beste Boek voor Jongeren per giovani adulti.


sabato 5 novembre 2022

[ 🏐 RECENSIONE 🏐] UNA PORTA NEL CIELO di Roberto Baggio



Il Divin Codino si racconta, senza ipocrisia e con estrema sincerità; ne viene fuori il ritratto autentico di un uomo che si è sempre lasciato guidare dalla passione, dall'amore e dall'innegabile talento per uno sport che lo ha reso uno dei migliori della storia del calcio, un fantasista ancora oggi nel cuore e nella memoria di chi lo ha apprezzato, dentro ma anche fuori dal campo.


UNA PORTA NEL CIELO 
di Roberto Baggio 



TEA Ed.
304 pp

"...non aver paura di sbagliare un calcio di rigore
Non è mica da questi particolari
Che si giudica un giocatore
Un giocatore lo vedi dal coraggio
Dall'altruismo e dalla fantasia."

Per anni è stato lì, attaccato al muro della camera in cui io e mio fratello dormivamo: il poster di Roberto Baggio in maglia bianconera (eh sì, siamo juventini), a misura di ragazzino e in bella vista, così che chiunque entrasse in quella zona della casa lo vedesse.
Perché noi Baggio lo abbiamo amato sempre e comunque, dentro e fuori dalla Juve, dentro e fuori dai Mondiali.

E anche quando sbagliò quel maledetto rigore: provai (e con me chissà quanti altri) un enorme dispiacere non tanto per l'occasione persa (serve precisare che Baggio sbagliò dopo Baresi e Massaro e che dopo avrebbe comunque ancora calciato il Brasile?) in quella memorabile finale del '94 a Pasadena, quanto per questi ragazzi che avevano dato il massimo e, non posso nasconderlo, per Roberto nello specifico, perché a Roby si voleva bene e meritava di mandare in rete quel pallone.


"...i rigori li sbagliano soltanto quelli che hanno il coraggio di batterli. Quella volta ho fallito. Punto.

È stato quello momento il più brutto della tua carriera? 

Sì. Mi ha condizionato per anni, lo sogno ancora. Uscire da quell'incubo è stata dura. Se potessi cancellare un'immagine dalla mia vita sportiva, cancellerei quella."


Ma è andata com'è andata, lo sappiamo, e per quanto quella palla tirata in cielo abbia bruciato nella vita del calciatore di Caldogno per tanto tempo, è acqua passata e il Roberto di questa autobiografia (pubblicata per la prima volta nell'ormai lontanino 2001, quando aveva 34 anni) è un giocatore sereno, un uomo che ha trovato il proprio equilibrio su tutti i fronti.

Baggio si racconta, sollecitato dalle sagaci e schiette domande dell'intervista (il libro è stato scritto insieme ad Enrico Mattesini ed Andrea Scanzi), e ci parla di sé, della famiglia, del rapporto con il padre - da cui ha preso la passione per la caccia, che gli regalava momenti preziosi da trascorrere con il genitore -, dei fratelli, degli esordi sul campo, dei maledetti e numerosi infortuni che lo hanno costretto a fermarsi tante, troppe volte, ma che mai hanno spento il fuoco che gli bruciava dentro. Neanche quando il mondo dello sport lo dava per vinto, per "morto" (calcisticamente parlando), cosa che è successa più di una volta.
Ci parla dell'amore con e per Andreina, dei suoi due (il terzo è nato dopo la pubblicazione del libro) figli, del rapporto con gli allenatori, con i compagni, con le società che lo vendevano e compravano, con i tifosi, con la critica sportiva.
E non risparmia "stoccate", non nasconde come  nella sua carriera abbia incontrato sia persone capaci e desiderose di incoraggiarlo, sia tante altre molto meno positive, con cui rapportarsi era davvero difficile.

E così entriamo negli spogliatoi, sui campi da calcio, e leggiamo degli attriti con Sacchi, Ulivieri, Capello, Trapattoni e, su tutti, Marcello Lippi, allenatori con cui purtroppo s'è trovato poco bene e da cui spesso si è sentito trattato male, inspiegabilmente sostituito o relegato in panchina anche quando era in forma e lo dimostrava segnando o comunque giocando belle partite.

Leggiamo di quanto sia stata una lotta continua tener stretta la maglia numero 10, di quanto abbia sempre avuto un desiderio grandissimo di giocare in Nazionale, di "fare" i Mondiali, pensiero fisso e obiettivo irrinunciabile.

Ma accanto al Baggio calciatore (della Fiorentina, dell'Inter, del Bologna, della Juve...) c'è il Roberto devoto seguace del Buddhismo, che ha dato (e continua a dare) un senso speciale alla sua esistenza.

Da questa religione Baggio interiorizza modi di pensare che gli torneranno utili anche nella propria professione, oltre che umanamente, aiutandolo a non lasciarsi andare al fatalismo, alla rassegnazione, ma rendendosi sempre protagonista delle proprie decisioni, dei propri errori come delle vittorie e dei successi.

"...ognuno è responsabile di quello che gli succede: tutto ciò che ti capita, è colpa o merito tuo. Il buddhismo è una sfida durissima alla propria mente, è qualcosa che ti apre la mente ma che, al tempo stesso, la destabilizza. È una guerra a tutte le vecchie certezze consolidate. (...) Il buddhismo mi fa pensare alle cose che contano, mi fa stare bene, mi carica. E mi aiuta a non perdermi."



La fede acquisisce negli anni (si avvicina ai principi buddisti da giovanissimo, quando, arrivato a Firenze, fu costretto a restar fermo per un po' a motivo del ginocchio infortunato) un posto fondamentale nelle sue giornate (come anche la preghiera) e nella sua esistenza, diventando per Roberto "la strada maestra: praticando, dovevo trovare il coraggio di vivere. Era ed è un continuo allenamento spirituale al coraggio."
I momenti difficili e dolorosi nella vita non gli sono mancati ma grazie alla sua fede li ha affrontati avendo una giusta visione e prospettiva: " Il buddhismo ti insegna che tutte le prove avverse, le difficoltà, possiamo trasformarle in una sorgente di potere, di forza interiore, che porterà gioia alla nostra vita."

Mi è piaciuto moltissimo questo aspetto della vita e della personalità di questo campione, il cui talento non ha mai smesso di confrontarsi ed essere anche condizionato da una ricchezza interiore e spirituale che è andata via via crescendo: la sua crescita professionale non potesse avvenire disgiuntamente da quella umana.

A Baggio - tra le tante critiche mossegli - non è mai andata giù una in particolare: quella di essere un "mercenario", uno che non restava in una squadra mosso dall'amore per la stessa, per la città, per i tifosi, ma che preferiva fare le proprie scelte sulla base (unicamente) dei compensi economici,
Se ce ne fosse bisogno, Roberto ribadisce con forza che lui, ad es., dalla Fiorentina, da Firenze, non se ne sarebbe mai andato, ma la decisione è stata presa ai "piani alti" e certo non fu chiesto allo sportivo se volesse restare o meno.
Lui, a Firenze, sarebbe rimasto e lei, nel suo cuore, vi è rimasta di sicuro, in modo speciale. 

"...il mio addio a Firenze è stato traumatico. Io non ho un carattere semplice, sono un tipo riservato, che si riguarda ad aprirsi in profondità con le persone, ma con i fiorentini stavo bene. Può sembrare strano, perché i toscani, specialmente se fiorentini, hanno generalmente un carattere aperto, sfrontato. Eppure, tra me e loro, l’intesa era semplice, naturale."

La schiettezza nel narrarsi rende la lettura di questa autobiografia tutto fuorché un mero elenco degli eventi significativi della vita del protagonista e narratore: essa, anzi, è viva, avvincente, dà modo di entrare in profondità, di conoscere Roberto e di ascoltarlo come se noi stessi fossimo davanti a lui, a far quattro chiacchiere.

Ne vien fuori il racconto di uno sportivo che non si è mai tirato indietro dal fare sacrifici, che non si è mai arreso, il dribbling migliore è stato "Superare in tunnel l’autocommiserazione, trovare la forza dentro di me, arrivare a 35 anni con ancora la voglia di divertirsi, la capacità, orgogliosamente intatta, di stupire."

Roberto Baggio, il calciatore tradito dalle proprie ginocchia, che ha sempre trovato in sé stesso la forza di non restare a terra, di rimettersi in piedi " pesto, sanguinante, ma in piedi. Non ho conosciuto l’onta del ko, non sono andato al tappeto. Le ho prese, le ho date, a testa alta, sempre, guardando negli occhi il mio destino. Ero ancora in piedi, ero giovane, ero vivo. Nonostante tutto ero forte, anche dentro. Ero vivo. E piano piano ho capito che ce la potevo fare."

Sono belle le parole di Roberto verso i propri tifosi, sul cui affetto ha sempre potuto contare; bello il suo rapporto con Mazzone, suo allenatore al Brescia, che gli ha dato fiducia, gli ha voluto bene, permettendogli di ritrovare l'entusiasmo degli inizi.

Non ha mai amato le luci della ribalta, sempre riservato, lontano dal frastuono: caratteristiche che si porta dietro anche dopo la carriera calcistica, conducendo una vita appartata, dedicandosi alla famiglia, alle sue passioni, ai vecchi e fedeli amici, alla natura.

"Che immagine vorresti che serbasse di te la gente? 
L’immagine di una bella persona, coerente con se stessa, che ha provato a divertire le persone con la cosa che più gli piaceva al mondo. E l’ha fatto provando testardamente, continuamente, ogni giorno, a superare i suoi limiti iniziali e naturali. Dando tutto quello che aveva dentro. (...) E se la mia vita somiglia a un sogno, e a un sogno somiglierà, vorrà dire che qualcosa di speciale ci avrò messo davvero."


Io non sono una fan sfegata del calcio, nel senso che sì, sono juventina e di certo seguo la Nazionale quando gioca, ma a a parte questo, null'altro.
Però ho le mie simpatie speciali, e Baggio e Alex Del Piero fanno parte di questi pochi eletti sui quali mi piace leggere e cercare informazioni, video, interviste, libri.

Una lettura davvero appassionante, che ha destato il mio interesse e che mi ha fatto conoscere meglio un grande fuoriclasse, per il quale ho sempre provato molta ammirazione.

Consigliato a quanti amano le autobiografie, di sportivi in particolare.


"Ah, da quando Baggio non gioca più
(...) Non è più domenica"

giovedì 3 novembre 2022

★★ RECENSIONE ★★ CRONACHE DELLE MULTISFERE - L’ombra di Durgash, di Tommaso Sguanci



Un'oscura presenza minaccia di condurre il mondo nel caos e nel terrore; a tentare di fermarla ci pensano un saggio e potente stregone, un giovanotto con poca fiducia in sé stesso ma dal cuore impavido e una ragazza dei nostri giorni piena di talenti speciali a lei stessa sconosciuti.


CRONACHE DELLE MULTISFERE
L’ombra di Durgash
di Tommaso Sguanci

Bertoni Ed.
264 pp
17 euro
Leitar è un ragazzo cresciuto presso una coppia senza figli e trascorre le proprie giornate lavorando alla fucina del padre.
Ha tanti sogni e speranze per il futuro e fantastica sul proprio destino e sulla possibilità di diventare, un giorno, un cavaliere che sconfigge mostri e compie atti eroici!
Ma i sogni ad occhi aperti si scontrano con la triste realtà di un padre che gli ricorda ogni giorno difetti, incapacità, insicurezze...,  insomma, se fosse per il genitore, il povero Leitar non avrebbe alcuna prospettiva futura di successo in nessun campo dell'esistenza!

Ma un giorno il fato gli offre un'occasione imperdibile: seguire il grande mago Mìriador e dare una svolta decisiva alla propria vita, puntando a divenire un uomo in grado di lottare contro forze oscure e vincerle.

Sì, perché il male si sta facendo sentire in tutta la sua malvagità: un  essere potentissimo e tenebroso, Durgash il demone, si è risvegliato dall’Abisso per dominare su tutto ciò che esiste, estendendo le proprie ombre di morte ovunque nel mondo: urge il tempestivo e massiccio intervento di qualcuno in grado di fermarlo e sconfiggerlo!

La profezia dice che...
 
«... solo un eroe dal coraggio di leone, dalla perseveranza d’acciaio e dalla lealtà indiscussa può, con l’aiuto degli Adhara, raggiungere il perduto Castello Empireo nel Regno di Solaria, presentarsi all’Antico Imperituro e chiedere il suo estremo aiuto.»

Quale migliore opportunità per Leitar che imbarcarsi in quest'avventura pericolosa ma allettante e dar mostra di tutta la propria buona volontà e audacia?

Stupendo tutti quelli che lo conoscono - e che lo hanno sempre giudicato un ragazzetto senz'arte né parte, senza grosse qualità e avviato verso un'esistenza anonima -, il ragazzo si fa avanti con lo stregone Mìriador, di cui ha infinita stima, e si offre come suo allievo: desidera essere da lui addestrato per diventare un guerriero forte e indomito.

Il mago è un uomo saggio, carismatico e sa come temprare non solo il corpo ma ancor più la mente e lo spirito del suo allievo, timido, impacciato, convinto di valere poco e di non avere grandi abilità da mostrare.

Ma il mago vede oltre i limiti odierni del giovane e lo mette in condizione di vivere e affrontare molte situazioni particolari per acquisire nuove consapevolezze su sé stesso; Leitar impara giorno per giorno a credere in sé stesso e ad accedere a sempre più alti livelli di conoscenza, dimostrando così di essere un giovane di valore.

Il momento fatidico di combattere contro creature mostruose e maligne si fa sempre più vicino, ma Leitar non sarà impreparato, perché sta donando e mettendo in gioco ogni parte di sé nell'addestramento cui lo sta sottoponendo Mìriador.

In un'epoca ben diversa e decisamente più vicina alla nostra, vive una ragazza, Laura, amante della danza ma che, per ora, si accontenta di lavorare come manichino vivente in un negozio di abbigliamento a Valencia, insieme alla spumeggiante migliore amica Aldara. 

Se l'amicizia sembra offrirle cose belle, è l'amore a farla soffrire; l’ultima relazione sentimentale ha lasciato Laura ferita, ma il destino mette sul suo cammino un ragazzo bello e dolce, Miguel, con cui pensa di aver trovato l'amore vero.
Purtroppo l’amore va e viene, sa portarti in alto e, all'improvviso, farti precipitare giù...; e quando a farti star male non è soltanto quello che credevi essere l'amore della tua vita ma anche qualcun altro da cui mai ti saresti aspettata un tradimento, la delusione non può che essere doppiamente bruciante. 

Laura è una ragazza solare, romantica, sincera, che però viene ferita da coloro a cui voleva bene e proprio quando il dolore e l'amarezza sono fortissimi, proprio nel momento in cui si sente più sola che mai, ecco che giunge la svolta: in seguito ad alcuni sogni strani e inspiegabili, davanti ai suoi occhi increduli si apre un portale magico che la introduce in una realtà incredibile.

Così, senza alcun preavviso e in un modo del tutto straordinario, Laura si ritrova da un giorno all'altro a varcare un confine, invisibile agli altri ma scintillante e meraviglioso ai suoi occhi, che la conduce dritta dritta in un mondo e in un'epoca lontanissime dalle proprie.

In mezzo a un popolo con stili di vita e consuetudini differenti ("da Medioevo!", pensa la ragazza, sgomenta e confusa), Laura impara che ci sono modi più semplici di vivere e che richiedono nuove attitudini, nuove capacità di adattamento, nuovi sforzi fisici ed emotivi; viene accolta da una famiglia di contadini e anch'ella viene messa a lavorare nella fattoria, immergendosi in un tipo di vita lontanissimo da quello al quale era abituata ma che la rende via via più matura, nonché consapevole di abilità e poteri speciali, che non sapeva di possedere.

Il suo cammino è destinato a incrociare quello di Leitar ed un giorno, mentre sta fuggendo da terribili e mostruose ombre scure, si imbatte proprio in lui.

Leitar e Laura si ritrovano, da quel momento, a condividere un percorso straordinario, da cui  dipende l’esistenza dei loro mondi così lontani, chiamati Multisfere. 

Mìriador prende sotto la propria ala anche la bella Laura (che viene "ribattezzata" Layra), la educa affinché diventi cosciente dei propri poteri magici e impari a utilizzarli in modo efficace e intelligente, tanto più che il giorno della battaglia con le ombre oscure di Durgash si sta avvicinando.

I due giovani devono percorrere la strada perduta che porta all’Antico, l'unico capace di fermare Durgash; dovranno trovare il modo di viaggiare tra le Multisfere, affrontando le proprie paure ed insicurezze, così da fortificarsi quando saranno faccia a faccia con nemici tanto potenti quanto spietati.


In questo primo volume della Trilogia "Cronache delle Multisfere", sin dalle prime pagine veniamo immersi all'interno di un mondo popolato - oltre che da uomini e donne apparentemente simili a qualunque essere umano - da personaggi aventi poteri e capacità eccezionali e caratteristiche sovrumaneil lettore si ritrova, quindi, in compagnia di guerrieri, principesse, cavalieri, stregoni, creature immaginarie straordinarie dagli attributi fisici spaventosi; assiste a lotte e battaglie corpo a corpo, vive accanto ai protagonisti vicende avventurose in una terra e in un'epoca lontane, indefinite e fantastiche; anche i nomi di alcuni personaggi sono tipici degli epic fantasy (Chiardiluna, Mordighiaccio...) e, in generale, il linguaggio è consono al genere narrativo di riferimento.
Fino ad un certo punto della narrazione, come dicevo più su, il racconto delle avventure strabilianti di Leitar è interrotto da quello delle vicende di Laura, che vive nel "nostro mondo" e ai tempi di oggi, con esseri umani comuni e mortali; nei capitoli dedicati a questa parte della storia, il linguaggio si adegua al contesto contemporaneo e alla giovane età dei personaggi.

Come in ogni fantasy che si rispetti, non può mancare la contrapposizione tra il Bene e il Male: alla potenza malefica che vuol portare pestilenze, morte, carestie, deve opporsi un'anima coraggiosa, indomita, leale, un cuore puro che sappia e voglia combattere con tutte le proprie forze per non lasciare a delle entità malefiche di avere la meglio.

I due protagonisti hanno modo di evolvere e maturare psicologicamente: da sfiduciato e imbranato, Leitar diventa, col tempo e non senza sforzi, un ragazzo determinato, sicuro di sé, impara a tirar fuori le proprie abilità nascoste e ad acquisirne di nuove; questo non vuol dire che non continui ad avere debolezze e timori, che non viva momenti di scoraggiamento, ma egli saprà attingere a delle risorse interiori per trovare le giuste motivazioni così da proseguire nella missione affidatagli dal suo maestro.
Anche Laura attraversa un cambiamento: da ragazza dedita a cercare sempre e solo il grande amore, quasi convinta che la sua felicità dipenda dall'avere accanto un uomo da amare e che la ami, una volta attraversato il portale magico diventa una giovane donna risoluta, curiosa di imparare, di mettersi in discussione e di aiutare Leitar e tutti coloro che combattono contro Durgash, anche accettando lati di sé sconosciuti.

Essendo il primo capitolo di una saga fantastica, il finale è aperto e lascia con la voglia di continuare a leggere per scoprire come se la caveranno i due amici nella battaglia contro le tenebre,

Come ormai non manco di precisare tutte le volte che leggo e recensisco un fantasy, il genere non è propriamente in cima ai miei preferiti, però proprio per questo apprezzo quei romanzi, nel saper far leva sulla mia immaginazione, mi permettono di passare momenti di svago e divertimento attraverso avventure epiche e personaggi di fantasia dai poteri incredibili.

Consigliato a quanti hanno voglia di viaggiare con la fantasia in una terra lontana e di incontrare creature magiche e meravigliose.

lunedì 31 ottobre 2022

IL MIO OTTOBRE, TRA LETTURE E SERIE TV


Buongiorno!

.

Ottobre è quasi andato via e io tiro le somme delle letture del mese.


  1. IL CASO ALASKA SANDERS di J. Dicker: thriller dall'architettura complessa, denso di piccoli colpi di scena che, gettando ora luci ora dubbi sull'identità dello scaltro assassino, ci conducono a una soluzione inaspettata (5/5);
  2. QUELLO CHE RIMANE di P. Fox: la piatta quotidianità di una coppia americana borghese degli Anni '60 viene scossa da un gatto indisciplinato e affamato (2.5/5);
  3. LA SORELLA PERDUTA di L. Riley: il settimo libro della saga famigliare ci svela l'identità dell'ultima, ricercatissima sorella, Merope. Lucinda ci porta in giro per il mondo, in particolare in un'Irlanda tanto affascinante quanto tormentata da guerre intestine (5/5);
  4. LE SORELLE LACROIX di G. Simenon: dramma famigliare dalle atmosfere cupe, soffocanti, in cui a scorrere, sotterranee, sono invidie, rancori, vendette, ipocrisia, solitudini, infelicità. Tanta infelicità (4/5);
  5. UNA PORTA NEL CIELO di R. Baggio: il ritratto sincero e autentico di un vero campione (4,5/5);
  6. 2030: APOCALYPSE WAR di E.Delparifantasy distopico ambientato nel prossimo futuro, che vede il mondo attaccato da un crudele tiranno giapponese, preso da un delirio di onnipotenza in stile Hitler (3/5).

Sul podio ottobrino finiscono il thriller di Dicker per avermi catturata e appassionata per tutta l'intricatissima indagine condotta da Marcus e l'amico poliziotto, e ovviamente la mia Lucinda, narratrice ammaliante e tanto brava a unire fantasia e realtà; interessante e piacevolissima l'autobiografia del Divin Codino.

Inizio novembre leggendo:
  •  LA SETTIMA LUNA di Pulixi,
  •  IL TEMPO DELL'ATTESA di Elizabeth J. Howard (2° vol. de I Cazalet
  • IL NIDO di Tim Winton.


SERIE TV

  • Proseguo con THIS IS US, sono alla quarta stagione e ho appena incontrato un altro nucleo famigliare, che si affianca ai Pearson; devo ancora inquadrarli per bene.
  • Devo terminare DEFENDING JACOB, di cui vi parlerò perché uno degli argomenti principali affrontati - è possibile che esista una componente genetica che spieghi la presenza di un'eccessiva aggressività in alcune famiglie/singole persone? - lo trovo molto interessante.
  • Ho guardato i quattro episodi di VATICAN GIRL, la docu-serie sulla scomparsa di Emanuela Orlandi, cold case che seguo da quando sono entrata nell'età della ragione e che, in quasi 40 anni, ha accumulato tante di quelle ipotesi (dalle più verosimili alle meno probabili), bugie, depistaggi e silenzi omertosi, da essere diventato quasi sicuramente uno dei casi di scomparsa più misteriosi e complicati degli ultimi anni (e comunque l'unico caso di sparizione di una cittadina vaticana). Ma soprattutto, a tenermi ferma a questa storia, al di là dell'attenzione mediatica e del mio personale interesse per il crime, è il dispiacere per questa famiglia che convive da quasi 40 anni con un'assenza che ogni giorno ha recato e reca tutt'oggi dolore, impotenza, frustrazione... e speranze. Certo, si tratta di speranze finora disattese. Quello della famiglia Orlandi è un dolore che però non l'ha portata ad arrendersi ma, anzi, a continuare a lottare con più tenacia che mai perché venga fatta luce sul destino di un'innocente che, in quel giugno 1983, aveva solo 15 anni e non ha fatto più ritorno a casa. 
  • Di giovedì in giovedì prosegue la visione della quinta stagione di THE HANDMAID'S TALE: la nostra June (ex-Difred) è intenzionata a non abbandonare la figlioletta 12enne che è ancora a Gilead e che presto potrebbe andare in sposa (!!!) a un vecchio porcello. Ed è arrabbiata nera, disposta anche a tornare in territorio nemico, se dovesse rendersi conto che da Toronto, solo a suon di chiacchiere e inutili incontri diplomatici, la situazione potrebbe non cambiare di un millimetro. Daje Osborne, spacca tutto! 


sabato 29 ottobre 2022

* 29 ottobre 1956 * IL MASSACRO DI KAFR QASIM



Il 29 ottobre 1956, 66 anni fa, avvenne il massacro del villaggio di Kafr Qasim un villaggio palestinese passato a Israele dopo l’armistizio con la Giordania.

Quarantanove furono i palestinesi indifesi ammazzati dalla Magav, la polizia di frontiera israeliana; fu un massacro  pianificato ai massimi livelli, che mirava a terrorizzare la popolazione e rientrava tra le fasi di un’operazione volta alla pulizia etnica dalla regione.

Il 29 ottobre 1956, Israele decise di anticipare il coprifuoco notturno dalle 21:00 alle 17:00 con effetto immediato nelle città arabe israeliane situate nell'area del Triangolo, vicino all'allora confine con la Giordania, un'area triangolare nel centro di Israele abitata da molti palestinesi, appena a nord-est di Petach Tikva.

Nonostante fossero state avvertite che centinaia di residenti, che lavoravano come agricoltori, non sarebbero stati a conoscenza del nuovo coprifuoco (in quanto erano uscite di casa al mattino), le truppe israeliane avevano ricevuto l'ordine di sparare per uccidere qualsiasi persona avvistata fuori dalla propria casa dopo le 17:00, senza fare alcun distinguo tra uomini, donne, bambini e coloro che tornavano da fuori. 
Quando gli abitanti del villaggio tornarono alle loro case dopo le 17:00, la polizia di frontiera li fermò, li fece scendere dai loro veicoli e iniziò a sparare a distanza ravvicinata, uccidendo a sangue freddo 49 persone, tra cui sei donne e 13 bambini sotto i 15 anni. 

Quando il governo israeliano e il comando militare appresero dell'uccisione di questi abitanti del villaggio, dapprima cercarono di nascondere l'orribile massacro, ma inutilmente, in quanto la notizia di diffuse; questo costrinse il governo israeliano a portare i responsabili in tribunale, ma in realtà non furono processati coloro che diedero ordine di sparare sui civili, bensì solo i soldati sul campo, i quali ricevettero tra l'altro condanne troppo lievi (e comunque vennero rilasciati entro un anno); cosa ancor più assurda (se possibile), il comandante della brigata, Issachar Shadmi, fu condannato a pagare solamente una multa simbolica di 10 centesimi per eccesso di autorità.

Centesimi. Tanto valeva la vita di decine di innocenti.


«Il massacro di Kafr Qasim non ha un giorno commemorativo. Non è un episodio su cui l’oblio avrà la meglio. È una storia d’odio che si dipana da quando Herzl ha sguainato la spada dalla Torah e l’ha puntata in faccia all’Oriente. (...)
 Per che cosa sono morti? Sicuramente non per noi. Sono vittime, non martiri. Quello è il loro duplice  dramma, perciò siamo doppiamente addolorati per loro. Possiamo dire che sono morti per accrescere il nostro odio contro l’oppressione e l’usurpazione, per accrescere la nostra devozione alla terra. Ma non abbiamo bisogno di questa prova feroce. Noi siamo capaci di sviluppare il nostro senso di amore e di odio senza questa morte inutile. Per cosa sono morti dunque? Non per noi, ma per gli assassini. Per far sentire i sionisti capaci d’interpretare nella storia un ruolo diverso da quello di vittima. Per dimostrare loro che possono provare piacere a uccidere. “O sei l’assassino o sei la vittima.” Questa è la scelta obbligata che  si sono trovati davanti.»  *         



Vittima n. 18 
(poesia di Mahmud Darwish, trad. A. Cafagno) **

Una volta, l’uliveto era verde
Lo era! E il cielo era
una foresta azzurra. Lo era, mio amore.
E quella notte, cosa è cambiato?

Hanno fermato il camion all’angolo della strada.
Erano così calmi.
E svoltato ad est. Erano così calmi.

Una volta, il mio cuore era un canarino blu… Il nido del mio amore!
Lo era! E i fazzoletti che mi hai dato erano tutti bianchi. Lo erano, mio amore.
Cosa li avrà mai macchiati quella sera?
Non capisco proprio, mio amore.

Hanno fermato il camion all’angolo della strada. Erano così calmi.
E svoltato ad est. Erano così calmi.

Per te, io ho tutto:
Per te ho ombra e luce,
Una fede nuziale o quel che vuoi
Un campo di ulivi o di fichi.
E, come ogni notte, verrò da te
Entrerò dalla tua finestra, mentre dormi, e getterò un gelsomino.
Non incolparmi se tarderò un po’
Loro, mi hanno fermato

L’uliveto è sempre stato verde
Lo era, mio amore.
Ma, al tramonto,
Cinquanta corpi sono divenuti
Una pozza rossa. Cinquanta corpi.
Non incolparmi, mio amore.
Mi hanno ucciso. Mi hanno ucciso.
Mi hanno ucciso.




*  Mahmud Darwish, UNA TRILOGIA PALESTINESE
articolo consultato >> QUI
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articolo consultato >> QUI
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giovedì 27 ottobre 2022

** SEGNALAZIONE NARRATIVA/SAGGISTICA ** "Putin. L'Angelo di Dio" || "Le rose di Orwell"

 

Buon pomeriggio, cari lettori!

Oggi vi presento un paio di libri dalle tematiche differenti ma ciascuna, a modo suo, interessante e attuale.

Parto da un saggio breve che costituirà una mia prossima lettura: verte su un personaggio che è, per ovvie ragioni, sulla nostra bocca tutti i giorni: Putin.


PUTIN. L'ANGELO DI DIO
di Giovanni Boschetti

Brè Edizioni
134 pp
11 euro
Giugno 2022
I protagonisti del romanzo sono due figure angeliche: Salathiel e Kranithel. 
Dibattono sulla guerra in atto, risultato della globalizzazione, con le sue false libertà e le sue false conquiste, e soprattutto del tentativo dell'est di arrestare l'avanzata di questo processo, responsabile della cancellazione delle identità culturali e religiose. 

L'autore, tramite i suoi Angeli, che riportano il pensiero di terzi, fra cui anche esimi artisti e uomini politici, esprime opinioni diverse e contrastanti sulla controversa figura di Putin e sottolinea come l'Ucraina sia considerata dalla Russia la sua patria spirituale, una parte inseparabile di sé. 

Una disamina spietata che enuncia gli errori dell'Est e dell'Ovest, senza distinzioni e senza pregiudizi. Conoscere l'altrui è indispensabile per comprendere i motivi degli avvenimenti, il che non significa giustificarli. 
Una condanna a una guerra inutile, come tutti i conflitti. Ostilità che non porteranno né vincitori né vinti, ma solo vittime.


L'autore.
Giovanni Boschetti nasce a Montichiari, in provincia di Brescia, nel primo dopoguerra, durante la rinascita economica. Da sempre appassionato di oggetti antichi, ha avuto la fortuna di incontrare, ancor giovane, l’Arte delle Antiche Icone Russe, diventandone, in seguito, un appassionato e un esperto.
È stato uno fra i primi studiosi italiani di questa importante Arte Sacra, interessandosi, parallelamente, anche all’arte delle Avanguardie Russe.
Ha scritto diversi libri su queste due forme artistiche e, con orgoglio personale, ha composto, una storia per bambini, per far conoscere le Icone anche ai più piccoli, in Russia.
In più, alla fine del 2021, in Italia, ha dato alle stampe, con Bastogi Libri, un romanzo, dal taglio autobiografico e spirituale, Le sette porte. Il sogno di un Amore, che ha ampiamente provveduto a pubblicizzare.
Ha curato decine di mostre d’arte russa, collaborando, a livello internazionale, con alcuni esperti russi sulla divulgazione di quest’arte.

❤☆❤☆❤☆❤☆


A fine ottobre la C.E. Ponte alle Grazie pubblica LE ROSE DI ORWELL, un saggio di Rebecca Solnit, scrittrice e intellettuale americana che ha voce e peso nel dibattito culturale d’Oltreoceano, e non solo. 
Il saggio della Solnit, tratta – in qualche modo e con moli spunti, divagazioni, illuminazioni - di botanica e politica, fiori e totalitarismo, attraverso una biografia singolare e nuova di George Orwell, appassionato coltivatore di rose.
Si tratta di uno dei più importanti e originali libri di non fiction dell’anno scorso in Usa.

REBECCA SOLNIT RITRAE UN ORWELL PIÙ SPERANZOSO E OFFRE UNA MEDITAZIONE SUL PIACERE, SULLA BELLEZZA E SULLA GIOIA COME ATTI DI RESISTENZA

“Non avevo pensato con sufficiente impegno a quelle rose di cui avevo letto la prima volta più di un terzo di secolo fa. Erano rose, ed erano a un tempo le sabotatrici dell'atteggiamento con cui a lungo avevo accettato una versione convenzionale di Orwell e un invito ad andare più a fondo nella questione. Erano domande su chi fosse veramente lui e chi fossimo veramente noi, e su come il piacere e la  bellezza e il tempo trascorso senza un tornaconto pratico quantificabile occupino un posto nella vita di qualcuno, forse di chiunque, abbia a cuore la giustizia, la verità, i diritti umani, e voglia cambiare il mondo” (dal libro).


Sinossi
Ponte alle Grazie
352 pp
20 euro
USCITA
31 OTTOBRE 2022


“Nella primavera del 1936 uno scrittore piantò delle rose”. 

Così inizia il nuovo libro di Rebecca Solnit, una riflessione sulla passione di George Orwell per il giardinaggio e sul modo in cui il suo coinvolgimento con le piante, in particolare i fiori, illumina il suo impegno di scrittore e antifascista. 
Il racconto di Solnit si sviluppa tra la scrittura e l’agire di Orwell: andare a visitare le miniere di carbone dell’Inghilterra, combattere nella guerra civile spagnola, criticare Stalin quando gran parte della sinistra internazionale lo sosteneva ancora. 
Il libro offre una lussureggiante esplorazione di politica, rose e piacere, e una nuova interpretazione di George Orwell come un appassionato giardiniere la cui scrittura politica era fondata sulla sua passione per il mondo naturale. 
Il ritratto si conclude con una rilettura di 1984 che offre l’immagine di un Orwell più speranzoso.

L’AUTRICE
Rebecca Solnit californiana, è scrittrice, giornalista, storica, ambientalista, femminista e critica d’arte. Per Ponte alle Grazie sono usciti: Gli uomini mi spiegano le cose (2017), Storia del camminare (2018) e Ricordi della mia inesistenza (2021). I suoi scritti sono apparsi su Harper’s Magazine e The Guardian. Vincitrice di numerosi premi, è una delle intellettuali americane più rispettate e autorevoli.



HANNO DETTO DEL LIBRO

«Se “orwelliano” è diventato sinonimo di oscurità e oppressione, Solnit ci presenta un Orwell innamorato del giardinaggio, della natura e con un piacere fisico nei confronti della vita: il suo antidoto al cupo puritanesimo degli ideologi.» The Guardian

«Una lettura coinvolgente che riflette su argomenti diversi come la crisi climatica, le ideologie  estremiste». The Telegraph

«Rebecca Solnit usa il giardino di Orwell come mezzo per esplorare la vita personale, la scrittura e il pensiero politico dello scrittore». Washington Post

«Ho amato questo libro: Orwell è raccontato come un padre gioioso, speranzoso, amante della vita ma soprattutto come un appassionato ed energico giardiniere». MARGARET ATWOOD


mercoledì 26 ottobre 2022

Frammenti di... IL CASO ALASKA SANDERS

 

Dopo la recensione, eccomi con qualche citazione tratta da IL CASO ALASKA SANDERS.


"...si chiama 'nostalgia'. La nostalgia è la nostra capacità di persuaderci che il passato è stato fondamentalmente felice, e che di conseguenza abbiamo fatto le scelte giuste. Ogni volta che rievochiamo un ricordo e ci diciamo 'È stato bello', in realtà è il nostro cervello malato che secerne nostalgia per convincerci che è quello che abbiamo vissuto non è stato vano, che non abbiamo sprecato il nostro tempo. Perché sprecare il proprio tempo significa sprecare la vita."


"Gli amici non si incontrano, ti si rivelano".


"Le vere ferite sono segrete. Bisogna tacerle: cicatrizzano solo tenendole per sé".





"La trappola del denaro, Marcus, è che può comprare qualsiasi sensazione, ma mai un sentimento autentico. Può dare l'illusione di essere felici senza esserlo veramente, di essere amati senza esserlo realmente. Il denaro può comprare un tetto sulla testa, ma non la serenità di una casa"


"In tutti noi c'è un gabbiano, la tentazione di cedere a una facile poltroneria. 
Ricordati di combatterla sempre".


"Il problema di certi segreti è che finisci tu stesso per dimenticarli, finché un bel giorno non risalgono in superficie come fogne che traboccano".

lunedì 24 ottobre 2022

** RECENSIONE ** IL CASO ALASKA SANDERS di Joël Dicker



Lo scrittore Marcus Goldman, dopo aver contribuito, in passato, alla soluzione del caso di Nola Kellergan e aver fatto scagionare l'amico scrittore Harry Quebert, si vede nuovamente coinvolto in un' altra drammatica vicenda, vecchia di undici anni e apparentemente risolta: l'omicidio della ventiduenne Alaska Sanders. 
Assieme al poliziotto e amico Perry Gahalowood, Marcus non si darà pace fino a quando non avrà chiarito ogni aspetto di quel complicato omicidio in cui, in realtà, di risolto non c'è un bel nulla.


IL CASO ALASKA SANDERS
di Joël Dicker





Ed. La nave di Teseo
trad. Milena Zemira Ciccimarra
624 pp

Mount Pleasant (nel New Hampshire) è una tranquilla cittadina dove tutti si conoscono, dove puoi dormire con la "porta aperta" e  in cui non succede mai nulla di sconvolgente.
Il luogo ideale per un omicidio, in pratica.

Era il 3 aprile 1999 quando il corpo senza vita di una giovane donna, Alaska Sanders, veniva rinvenuto in riva a un lago; la vittima era morta strangolata, dopo essere stata colpita in testa con un oggetto contundente.
In carcere era finito un giovanotto di nome Eric Donovan, cui fu  dato l'ergastolo e risparmiata la pena di morte in quanto reo confesso; a dire il vero, Donovan pare fosse stato il complice del vero assassino: Walter Carrey, a quel tempo fidanzato con Alaska. 
Essendosi suicidato dopo la confessione e dopo aver coinvolto l'amico Eric quale complice, l'unico a pagare è stato (ed è) quest'ultimo.
Insomma, indagine risolta, caso chiuso. 
No?

NO, ovvio.

Le indagini partono immediatamente, nel '99, e a guidarle sono Perry Gahalowood con i colleghi Vance e Kazinsky; i sospetti della polizia cadono da subito sul fidanzato della vittima, Walter Carrey, per poi estendersi appunto ad Eric, amico non solo di Walter ma della stessa Alaska.

I particolari dell'indagine vengono forniti al lettore goccia a goccia in quanto le vicende del 1999 costituiscono "il passato" ed esse si alternano al racconto del presente, quando il Marcus del 2010 rivede l'amico Perry e questi gli racconta il caso Alaska Sanders, che ha stravolto la sua vita.

Benché ufficialmente risolta, la triste e complicatissima storia di chi (e come-quando-dove e perché) ha tolto la vita a una povera ragazza, giudicata un angelo bellissimo e gentile da chiunque l'abbia conosciuta, si riaffaccia prepotentemente nella vita di Perry, sconvolgendogliela, oggi più di ieri.

A spingere Perry a riaprire il caso è un inquietante messaggio anonimo a lui destinato, in cui vien detto che Eric e Walter sono innocenti; la lettera viene intercettata da Helen (l'amorevole e meravigliosa moglie di Perry, alla quale Marcus è molto affezionato) e questo episodio innescherà una serie di eventi drammatici per la famiglia Gahalowood.

Fortunatamente, il burbero ma onesto e retto poliziotto ha accanto a sé un vero amico, qual è Marcus Goldman (la cui amicizia sincera sarà fonte di consolazione e forza per Perry, che attraverserà un brutto periodo) e i due, insieme, riformeranno una squadra incredibile e tenace, pronta a non trascurare alcuna ipotesi pur di dare un senso e una spiegazione a quel messaggio anonimo.

E se undici anni prima Gahalowood e colleghi avessero seguito una falsa pista che li ha portati a commettere un madornale errore di valutazione, facendo sì che tra le sbarre venisse messo l'uomo sbagliato? 

Le indagini ripartono, prima di nascosto e in veste privata, poi in via ufficiale, anche perché gli elementi che vengono raccolti via via diventano innumerevoli e, di volta in volta, aprono a sempre nuovi e scottanti scenari.

Tante sono le domande e i dubbi cui nel 1999 non fu data risposta:

- sul cadavere fu ritrovato un biglietto con su scritto: SO COSA HAI FATTO.
Lo scrisse e lo lasciò l'assassino? E a cosa si riferiva, cosa poteva aver commesso di grave Alaska, tanto da essere minacciata da qualcuno? L'omicidio è stato frutto di una vendetta? Forse è da attribuire a un movente passionale?
- Alaska era di Salem (Massachussets): perché lasciò la famiglia e il proprio paese per andare in una località fin troppo anonima e tranquilla come Mount Pleasant?
Nell'assistere alle tante domande di Perry e Marcus ai genitori della giovane, veniamo a sapere che Alaska era bellissima e si stava facendo strada nel mondo dello spettacolo, avendo il desiderio di sfondare come attrice; aveva anche vinto un importante concorso di bellezza, eppure subito dopo, invece di volare a New York per tentare la scalata al successo, si era ritirata a Mount Pleasant, andando a vivere col fidanzato Walter.
Come mai questa scelta così poco logica? 
Tanto più che con Walter non sembrava che fosse tutto "rose e fiori"... e infatti, la sera dell'omicidio, Alaska aveva rotto con il ragazzo ed era pronta per recarsi ad un appuntamento galante...
Con chi? Forse Alaska aveva un amante, Walter l'aveva scoperto e l'aveva uccisa spinto dalla gelosia e dalla rabbia?

A indirizzare l'attenzione degli investigatori su Walter ci sono tanti dettagli che, in un modo o nell'altro, lo inchiodano o, quanto meno, gettano più di un'ombra sulla sua innocenza: un maglione sporco del sangue della vittima (di chi è? perché è lì?) nella propria auto, frammenti di vernice appartenente a una macchina (la sua?), stampanti mal funzionanti, testimonianze parziali ma da non sottovalutare..., insomma tante sono le criticità che nel '99 si cercò di spiegare con tesi scontate che, per quanto logiche,  non erano supportate da investigazioni approfondite.

La narrazione procede attraverso numerosi e costanti flashback, che dal 2010 ci portano al 1999, con piccoli e veloci salti a mesi e settimane prima e dopo il 3 aprile, indispensabili per chiarire cosa sia accaduto nel passato, quali persone (e sono tante) siano coinvolte e in che modo,  e poiché "In un'indagine ciò che non si spiega è sospetto", la soluzione arriverà solo chiarendo ogni minimo particolare e districando ogni nodo.

Il susseguirsi delle vicende segue un ritmo vivace, in un crescendo di progressive scoperte e informazioni che creano tanti piccoli colpi di scena, in grado di aumentare la tensione emotiva e la curiosità del lettore.

CHANDLER HOVEY PARK (source)
località citata nel romanzo
Si resta affascinati dalle capacità investigative, logiche e dialettiche di Perry, che sa condurre indagini e interrogatori facendo le domande giuste al momento giusto, così da portare l'interlocutore dove vuole e a dargli le informazioni desiderate, che arrivano con ben undici anni di ritardo e non possono non rivoluzionare tutto, compresi gli stati d'animo di Gahalowood, che si rende conto di aver fatto (e i suoi colleghi di allora ancor di più) un sacco di errori stupidi.

I sospetti passano da Eric a Walter e viceversa; non si fa in tempo a credere che l'uno sia colpevole che qualche nuovo indizio sbuca per rimettere tutto in discussione; nel corso dell'evolversi della trama, altri personaggi (noti e nuovi) desteranno molti legittimi dubbi e indizi di colpevolezza.
Anzi, è possibile sostenere che non c'è personaggio coinvolto nella storia di Alaska che non abbia qualcosa da nascondere e su cui lo scrittore non getti l'ombra del dubbio.
Fino alla fine, individuare il colpevole oltre ogni ragionevole dubbio sarà tutt'altro che semplice e scontato.

Non ho letto La verità sul caso Harry Quebert (ho solo guardato la serie tv, che tra l'altro mi è piaciuta davvero tanto) né Il libro dei Baltimore, ed entrambi sono menzionati molte volte perché tanto Harry (con cui Marcus aveva un forte legame d'amicizia) quanto i famigliari di Baltimore (cui il ragazzo è stato legatissimo durante l'infanzia e che sono stati protagonisti di un evento tragico, che ha segnato lo stesso Marcus) hanno esercitato una notevole influenza su di lui, sul suo carattere, su certe decisioni prese o meno, sulla sua (in)felicità. 

Nel caso di Harry, poi, il suo ricordo è un fantasma sempre vivo, la cui presenza nella vita di Marcus si fa sentire prima in maniera vaga poi più concreta.
Marcus è fondamentalmente un insicuro con scarsa autostima e questa sua fragilità si manifesta in vari ambiti esistenziali, dal lavoro all'amore, all'amicizia.
Il successo (ottenuto con un primo romanzo e, in special modo, con "La verità sul caso Harry Quebert") gli ha fatto smarrire sé stesso e la propria identità, che egli tende a sovrapporre a quella di Harry, per lui amico straordinario e scrittore idealizzato, un modello al quale tendere e da imitare.

Lo vedremo maturare e crescere sotto questo aspetto ed arrivare ad una più adeguata ed equilibrata consapevolezza di sé.

Concludendo, Il caso Alaska Sanders è stata una lettura per me entusiasmante.

Tradimenti, bugie, invidie, amori segreti e proibiti, piani architettati per far del male, zittire testimoni scomodi ed evitare problemi per sé stessi: Dicker ci mostra quanto complicata sia la mente umana, ma anche quanto possa essere ingegnosa, scaltra, e come ci sia bisogno di altrettanta sagacia per unire tra loro e con efficacia eventi concatenati le cui relazioni non sono visibili a un occhio superficiale e frettoloso.

Per il lettore occuparsi del caso di questa ragazza ammazzata è come porsi davanti ad una lavagna pulita su cui man mano vengono scritti nomi, luoghi, date, legami, connessioni e tutto ciò che ha a che fare con l'omicidio e, anche se ogni volta che si aggiunge un elemento, esso sembra portare confusione, in realtà va solo inserito nel posto giusto e questo richiede tutta l'intelligenza, la pazienza e la tenacia da parte dei due amici, ricercatori instancabili della verità.

Una delle caratteristiche che più mi hanno convinta di questo thriller è che - come dicevo più su - nessuno dei sospettati è mai completamente scagionato e innocente fino alla piena risoluzione del caso, per arrivare alla quale bisogna ovviamente aspettare che scorrano molte pagine!

Il mio parere è assolutamente positivo; è un romanzo che, una volta cominciato, non ho più  mollato, così che mi ritrovavo, ogni volta che lo riprendevo, a leggere un sacco di pagine senza alcuna fatica, anzi, con il vivo piacere ed interesse di proseguire per arrivare alla fine.

Sarei curiosa di leggere "Il libro dei Baltimore" o altri romanzi di Dicker. Se avete consigli, fatevi sotto ^_-

sabato 22 ottobre 2022

[[ RECENSIONE ]] QUELLO CHE RIMANE di Paula Fox



Paula Fox orienta lo sguardo del lettore sulla quotidianità di una coppia che, schiacciata dal peso della noia, dell'abitudinarietà e dello stress di ogni giorno, non sa più comunicare, comprendersi, accogliersi.
Un evento apparentemente insignificante incresperà le acque chete e noiose della loro vita a due.


QUELLO CHE RIMANE
di Paula Fox



Fazi Editore
trad. A. Cogolo
202 pp
Sophie e Otto Bentwood sono una coppia di mezz'età senza figli; lui è avvocato, lei lavora (saltuariamente) come traduttrice.

La sensazione che si ha da subito, nell'entrare nella loro casa, è di una vita famigliare monotona, piatta, priva di grosse emozioni e sorprese; quello tra i due coniugi dà l'idea di un rapporto annoiato, se non logorato quanto meno "stanco", scialbo, in cui a regnare è l'incomunicabilità.
Otto e Sophie non sanno parlarsi né tanto meno ascoltarsi; i loro dialoghi mi son parsi non dico surreali ma sicuramente irritanti e frustranti: l'uno sembra tapparsi le orecchie e non sentire ciò che dice l'altra, soprattutto se l'argomento è "scomodo" o fonte di tensione o divergenze d'opinione.
Spesso si parlano alzando la voce, manifestando nervosismo, fatica a sopportarsi; quasi sempre uno dei due - di fronte al menefreghismo e all'atteggiamento supponente del coniuge - deve arrendersi e non insistere, cambiando argomento o fingendo a sua volta indifferenza, ma in realtà accumulando risentimenti.

Lo so, mi rendo conto di non essere stata molto generosa con questa mia presentazione, ma è l'aria che si respira tra le loro mura.

Siamo a New York, verso la fine degli anni Sessanta; a ben guardare, Otto e Sophie Bentwood sono una coppia come tante e, a loro merito (ammesso che lo sia), va detto che nulla sembra scalfire la loro serenità di gente borghese.

Eppure, un pomeriggio, qualcosa di imprevisto accade. Benedetti imprevisti! Certe volte ciò che non ci aspettavamo e che va a creare frizioni e agitazione, potrebbe rivelarsi un evento positivo che dà un necessario scossone a una placidità che è sintomo di apatia!

Ebbene, a creare problemi è un gatto randagio, insistente visitatore alla ricerca di cibo.

Sophie, nonostante il marito sia di parere contrario, dà da mangiare alla bestiola, che però - che ingrato! - l'aggredisce, mordendola a una mano e procurandole una leggera ferita. 

Questo incidente, apparentemente sciocco e di scarsa importanza, innesca una strana reazione a catena: nell’arco di un weekend, la ferita di Sophie si fa sempre più preoccupante, la mano si gonfia e diventa rossa e dolorante; la donna cerca di restare razionale e lucida, di ostentare disinteresse e tranquillità ma in realtà dentro di sé è preoccupata e turbata.
E se la ferita dovesse peggiorare?

Otto, dopo una prima reazione di calma, si rende conto che quel morso è da far vedere a un medico: e se il gatto fosse affetto da rabbia e fosse necessaria un'antitetanica?

Mentre i due cercano di mascherare (ma perché, poi? Perché restare lì ad arrovellarsi il cervello sulla gravità della cosa invece che togliersi ogni dubbio andando in ospedale? Cosa spinge due adulti a comportarsi così? La paura di affrontare un problema serio e imprevisto?) le personali preoccupazioni - e di tranquillizzarsi l'un l'altra sminuendo la ferita -, altri piccoli episodi turbano la vita della coppia, come ad esempio i cattivi rapporti di Otto con il proprio collega Charlie.

Le pagine ci scorrono davanti e osserviamo marito e moglie mentre si urlano, si fraintendono, si innervosiscono, si chiudono nei propri silenzi ed elucubrazioni mentali, che non fanno che rendere il muro tra loro sempre più alto.
Li guardiamo, proviamo a capirne le motivazioni, i sentimenti, i desideri, le paure, i blocchi emotivi, ma non è facilissimo perché sono impenetrabili e hanno modi di ragionare ristretti e, forse, un tantino bizzarri; ingigantiscono e fanno drammi su bazzecole, non sanno gestire le contrarietà e quel vago senso di insoddisfazione, scontentezza, saltano su per un nonnulla, quando invece basterebbe fermarsi uno di fronte all'altra, guardarsi e parlarsi con sincerità, ritrovandosi.

Otto e Sophie vivono l'uno accanto all'altra da anni, si conoscono (o credono di conoscersi) a menadito, sanno prevedere reazioni, parole, silenzi, sospiri, rispostacce..., ma al lettore non sfugge come ciascuno sia ben murato nella propria roccaforte e non sappia chiedere aiuto e comprensione, né darne, di conseguenza.

Il grigio è il colore dominante di questa coppia di borghesi vicini ma lontani, perso ognuno nei propri pensieri, rimpianti e crucci; non c'è nulla di nuovo a rinvigorire il rapporto, sono esasperati ed esasperanti, pronti a sputarsi accuse reciproche; ci sembrano infelici, inappagati, scostanti, indolenti, sopportano a malapena la presenza del coniuge, pur non potendo immaginare la vita senza l'altro.

Questa insipidità si riversa su ogni altro aspetto della vita della coppia: lo sono i loro amici (banali, sgradevoli, superficiali, enigmatici, demotivati, tra il depresso e l'euforia sospetta), i luoghi e le case (descritti con una minuziosità esasperante che, alla fin fine, nulla aggiunge alla storia), i dialoghi e le interazioni con gli sconosciuti (passanti, medici...): l'autrice ci trasmette tutta la passività e la languida indolenza che scorre in queste persone e nella loro quotidianità.

A me Otto e Sophie hanno fatto pensare a due persone che stanno affogando pian piano e che sono incapaci di chiedere aiuto, pur urlandosi addosso e arrabbiandosi tantissimo (le emozioni le hanno pure loro, come tutti, ma scarseggiano in intelligenza emotiva); mi hanno comunicato sostanzialmente due tipi di  sentimenti: ora irritazione per la loro apatia, ora pietà per la loro infelicità.

La questione del morso accompagna i Bentwood per tutto il tempo, condizionandoli e costringendoli a rimettere in discussione non solo il loro matrimonio, ma anche la loro stessa esistenza, e forse quel maledetto morso potrebbe, seguendo percorsi inspiegabili, costituire un motivo per riavvicinarsi davvero e salvarsi reciprocamente dai dubbi, dal piattume, da una pericolosa abitudinarietà che finirebbe per soffocarli e allontanarli.

Il mio parere su questo romanzo, ahimè, non è positivo perché ho faticato ad avanzare nella lettura in quanto la trovavo poco stimolante in ogni aspetto:
- nell'argomento in sé: la cosa più interessante è proprio il morso... e non lo dico per fare dell'ironia, ma davvero... Leggevo ed aspettavo sostanzialmente di capire come si evolvesse la ferita, quasi aspettandomi un dramma che portasse un po' di movimento nella storia;
- per come è trattato e per la psicologia dei personaggi: io amo i romanzi incentrati sulle relazioni di coppia/famigliari, sulle loro dinamiche complesse in cui emergono fragilità, paure, insicurezze..., ma non sono riuscita ad entrare in sintonia con i protagonisti, con le loro vicende; non hanno personalità affascinanti e mi hanno per lo più seccata, quasi infastidita, per i loro atteggiamenti privi di energia, carattere e volontà; ripeto, il massimo dell'empatia l'ho provata attraverso il sentimento della pietà... (per la loro tristezza e infelicità, individuale e di coppia);
- le battute tra i protagonisti, e tra loro e i personaggi secondari, non hanno contribuito a creare dinamicità, a sostenere il ritmo narrativo, anzi... 

Ecco, per onestà intellettuale va detto, però, che - a prescindere dal mio personalissimo impatto emotivo e su come questo condizioni il mio ritenere il libro godibile o meno - se la Fox ha voluto sottolineare la mancanza di comunicazione nella coppia, il loro essersi persi nel labirinto di un legame e di un'esistenza sempre uguale, priva di stimoli e vigore, annoiata e annoiante, beh allora ci è riuscita in pieno, perché questo mi è arrivato, effettivamente!

Concludendo: sarà stato lo stile, quest'atmosfera un po' borghese-vintage e, passatemi il termine, "ammuffita", o forse sarà stata colpa mia e di una cattiva predisposizione..., non lo so..., ma non posso dire sia stata una lettura che mi ha coinvolta, incuriosita e appassionata. Ahimé.

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