venerdì 7 luglio 2017

Recensione: FURORE di John Steinbeck (RC2017)




  1. In queste pagine si narra l'esodo della famiglia Joad, e di tantissime altre come lei, tutti costretti a lasciare ogni cosa nella propria terra natìa per andare alla disperata ricerca di una terra promessa, sperando che vi scorra se non il miele almeno il latte; un grande classico contemporaneo americano che denuncia l'ingiustizia sociale, l'inumanità degli uomini contro i propri simili e afferma il diritto di ogni persona a vivere con dignità.



FURORE
di John Steinbeck




« Nell'anima degli affamati i semi dei furore sono diventati acini, e gli acini grappoli ormai pronti per la vendemmia.»

Su questo grande romanzo, apparso per la prima volta nel 1939, si potrebbe dire tanto, perchè i temi trattati sono fondamentali e, sotto certi punti di vista, anche attuali, pur essendo "quell'America"  lontana, ma chiaramente io mi limiterò a focalizzarmi su alcuni degli aspetti di "Furore" che mi hanno maggiormente colpita. Chiedo scusa in anticipo perchè già so che non riuscirò ad essere sintetica come vorrei...

Steinbeck narra la vicende della famiglia Joad, ma in realtà essa funge in qualche modo da "rappresentante" e da esempio di ciò che stanno vivendo, negli Anni Trenta, negli Usa, interi nuclei famigliari: a causa di raccolti andati male, tanti mezzadri hanno contratto debiti con le banche, che pian piano si sono appropriate delle loro terre, fino ad arrivare a cacciare via tante, troppe famiglie, ritrovatesi da un giorno all'altro senza nè terra nè casa nè lavoro...

"Dovete andarvene.
Ma è nostra, urlavano i mezzadri. Abbiamo...
No. La terra è della banca, del mostro. Dovete andarvene.(...) Il mostro non è fatto di uomini ma fa fare agli uomini quello che vuole.
Ma dove andremo se ce ne andiamo? Come faremo? Non abbiamo denaro.
(...) Perchè non andate all'Ovest, in California? Lì c'è lavoro...".


E così inizia il pellegrinaggio, di biblica memoria,  verso questa sconosciuta Terra Promessa, ma non è facile chiudere baracca e burattini e partire: lì, in quella terra rossa, generazioni di uomini e donne hanno chinato la schiena e lavorato duramente ma con dignità. Lasciarla equivale a voltare le spalle al proprio passato, alla propria identità. A se stessi.

"Questa terra, questa terra rossa, è noi; e gli anni di carestia e gli anni di polvere e gli anni d'inondazione siamo noi. Non possiamo cominciare daccapo. L'amarezza che abbiamo venduto al compratore di scarti... lui se l'è pigliata, certo, ma noi ce l'abbiamo ancora. (...) In viaggio per la California o chissà dove, ognuno di noi tamburino di una parata di sofferenze, in marcia con la nostra amarezza. E un giorno... un giorno gli eserciti dell'amarezza andranno tutti nella stessa direzione. E marceranno tutti insieme, e spargeranno un terrore di morte".

E poi, chi garantisce che, una volta "scappati" dall'Arkansas, dall'Oklahoma..., e giunti in California, in questa terra con frutteti e campi di cotone che aspettano di essere colti, ci sarà lavoro per tutti?

Una cosa è certa: la loro amata terra viene invasa, ogni giorno che passa, da trattori (anch'essi definiti "mostri", come lo sono le spietate banche) e macchinari che via via prendono il posto delle braccia e della gambe umane: il legame atavico e simbiotico con la terra sta sparendo e questo getta nella confusione e nella rabbia migliaia di brava gente che vorrebbe soltanto restarsene a casa sua e continuare a vivere nella semplicità, senza grosse pretese, continuando a garantire pane e un minimo di serenità ai propri cari.

"Questa gente vuole vivere con dignità e crescere i figli con dignità. E quando son vecchi si vogliono sedere sulla porta a guardare il tramonto. E quando son giovani voglio ballare e cantare e coricarsi insieme. Vogliono mangiare e sbronzarsi e lavorare. Tutto qua: vogliono solo far girare i maledetti muscoli e spezzarsi la schiena.".

Ma ciò che resta tra le mani ruvide e vuote di questi poveretti è solo tanta rabbia, senso di impotenza, di ingiustizia: cosa possono fare contro la prepotenza delle banche, che si prendono ciò che onesti lavoratori, da generazioni, hanno costruito e coltivato col sudore della fronte; persone che ora si trovano con le spalle al muro, costretti a fuggire come delinquenti?

Torniamo però alla famiglia protagonista, i Joad.
Il primo membro di questa famiglia che incontriamo è Tom, un giovanotto dalla'aria sonnacchiosa e placida appena uscito dalla galera per aver commesso un omicidio; tornato a casa dopo 4 anni, non trova la propria famiglia: il calmo Pa', quella testa calda di Nonno, la vivace Nonna, l'instancabile Ma', i fratelli e le sorelle...: dove sono finiti? Perchè non c'è più nessuno ad attenderlo?

L'incontro casuale con una vecchia conoscenza, l'ex-predicatore Casy, aggiorna l'ignaro Tom Joad della situazione più su espressa: anche la sua famiglia, come tantissime altre, ha dovuto da un giorno all'altro lasciare casa e terreno, e trovare momentaneo accampamento presso lo Zio John.
Tom si ricongiunge presto con la famiglia e, dopo non poche perplessità, decidono tutti insieme di dar credito ai volantini che promettono lavoro in California e di partire, dopo aver rimediato un camion su cui caricare la poca roba rimasta loro.

Il viaggio verso questa "Canaan" non è agevole, di ostacoli ce ne saranno più d'uno: sbirri pronti a spaventarti e minacciarti di buttarti in galera; uomini indifferenti ai tuoi problemi, alle tue mille paure e domande, ma anche persone più gentili che, nella loro semplicità, sanno darti amicizia e sorrisi sinceri.

Arrivare in California richiede ore e giorni e settimane di cammino, interrotto da soste per rimediare da mangiare, e così la famiglia si ritrova a sostare in vari accampamenti, più o meno improvvisati, e incontra un sacco di persone, alcune buone altre malevole ed egoiste: ad accomunarli c'è la miseria, la rabbia per una povertà cui non si riesce a trovare soluzione.

E la miseria può, sostanzialmente, o avvicinare le persone e renderle solidali, o al contrario abbrutirle, incattivirle, perchè si scatena un'inevitabile guerra tra poveri per accaparrarsi un minuscolo tozzo di pane...

E siccome non si può restare in giro a bighellonare - tra l'altro nella comitiva c'è la figlia femmina  maggiore, Rose of Sharon, che è incinta per cui bisogna trovare un posticino in cui fermarsi il prima possibile -, c'è da trovare in fretta questo benedetto lavoro.
Eppure, arrivati a destinazione, i Joad devono fare i conti con una triste realtà: il lavoro ci sarebbe, la frutta c'è veramente ed è tanta, bella, matura, tutta da cogliere..., ma farsi assumere e soprattutto farsi pagare... è praticamente impossibile. Non solo, ma la frutta matura la si lascia marcire per terra piuttosto che darla alla povera gente, la cui pancia è sempre più vuota e i cui occhi sono sempre più smarriti.

Chi offre lavoro sa di avere il coltello dalla parte del manico e di poter giocare al ribasso: più disperati vengono a chiedere lavoro, più la paga potrà essere abbassata, perchè si troverà sempre qualcuno più disperato e che ha più fame e rabbia di altri, disposto ad accontentarsi di un salario miserrimo piuttosto che andare incontro a morte sicura non lavorando affatto.

Come se non bastasse, gli "immigrati" devono pure scontrarsi con l'odio e l'astio della gente del posto, che li disprezza e non li vorrebbe tra i piedi.

E qualcuno che cerca di ribellarsi a questi sfruttamenti, a queste profonde ingiustizie, c'è: sono chiamati i "rossi", agitatori di folle che vanno repressi prima che fomentino e mettano in testa agli straccioni venuti dall'Oklahoma di ribellarsi a sbirri e padroni.

Ma c'è da stare attenti, perchè

"...quando le mani in cui si accumula la ricchezza sono troppo poche, finiscono per perderla. (...) quando una moltitudine di uomini ha fame e freddo, il necessario se lo prende con la forza. (...) la repressione serve solo a rinforzare e unire gli oppressi."

"Come fai a spaventare un uomo quando quella che lo tormenta non è fame nella sua pancia ma fame nella pancia dei suoi figli? Non puoi spaventarlo: conosce una paura peggiore di tutte le altre."

E finchè questa paura non crolla, c'è ancora tempo perchè si trasformi in rabbia.

La famiglia Joad troverà una sistemazione definitiva o i vagabondaggi non sono finiti?

Lo scoraggiamento fa da padrone e i problemi per la mancanza di lavoro, casa e cibo sovvertono molte cose, anche in famiglia: Pa' si abbatte e abbassa il capo non sapendo che fare; i figli adolescenti sono pronti a mollare la famiglia e ad andarsene per i fatti propri; lo Zio John è un peso morto, ossessionato dai propri demoni; i figli più piccoli stanno crescendo come selvaggi; Rose of Sharon, incinta e abbandonata, è afflitta e lagnosa.
Poi c'è Casy, che è stato predicatore ma ora non si sente più degno di farsi chiamare così perchè sa di avere un animo libertino: eppure dalla sua bocca verranno fuori non poche "perle di saggezza", ma di una saggezza non alta, filosofica, bensì genuina, pratica, propria di un uomo che non smette di pensare al giorno dopo e a come può cavarsela; e c'è Tom, un tipo pragmatico, che a modo suo cerca di reagire e non abbattersi, di proporre soluzioni, vivendo giorno per giorno, "mettendo un piede davanti all'altro".
Ma su tutti spicca lei, Ma': una donna dall'animo determinato, dal carattere di ferro, generosa, infaticabile, sempre pronta a rialzarsi, a prendere in mano la situazione quando tutto sembra arenarsi e anche gli uomini paiono curvarsi sotto il fardello dei problemi; epica è la scena in cui Ma' si ribella all'autorità di Pa' pur di tenere la famiglia unita, perchè solo così si possono affrontare e superare le difficoltà.

Considerazioni.

Furore ci narra di questo viaggio della speranza verso una Terra Promessa che potrebbe avere le caratteristiche per diventare "la tua nuova casa", ma l'avidità e l'egoismo di altri uomini impediscono che sia così.
Ci narra di gente disperata, che deve lasciare la propria casa - la quale è una parte fondamentale di sè - per cercarsi un altro posto in cui vivere, tra gente estranea che non ti sopporta e non vuole darti un lavoro, ma sfruttarti, trattandoti come una bestia da soma, levandoti il rispetto per te stesso.
Ci narra di bambini che muoiono di fame, di uomini dal viso smunto e avvilito, di donne che provano a raggranellare qualche centesimo e comperare il minimo indispensabile per dar da mangiare ai componenti della propria famiglia giorno per giorno.
Ci narra di razzismo, di diseguaglianze sociali, di tentativi di sciopero e di insurrezioni da parte di chi avverte di possedere una coscienza sociale, civica; ma ci narra anche di repressione di questi tentativi.
Ci narra di un'America polverosa, quasi primitiva, rozza, divisa in ricchi e poveri, in chi ti volta le spalle perchè ha già le proprie rogne da risolvere e chi ti aiuta proprio perchè è nelle tue medesime angoscianti condizioni.

E tutte queste cose Steinbeck ce le racconta con una scrittura molto dettagliata; la sua prosa sa essere sublime, con momenti di lirismo, in particolare quando alterna i capitoli sui Joad con quelli in cui narra della situazione sociale di quegli anni in generale, come da una prospettiva "esterna"; ma sa essere anche ruvida, schietta, realista, adeguata al linguaggio semplice e sgrammaticato della povera gente, al loro modo di pensare concreto, alla loro concezione di Dio e della fede.
La narrazione procede con un ritmo piuttosto pacato, come del resto lo sono, caratterialmente, i personaggi di cui seguiamo le drammatiche vicissitudini e che impariamo a conoscere alla perfezione: persone che mantengono il proprio contegno, sforzandosi di restare lucidi in mezzo alle disgrazie.

Steinbeck in questa sua opera monumentale dà ampio spazio alla natura, ora descritta nella sua desolante immobilità (come lo è il deserto che i Joad attraversano per raggiungere la California) ora nella sua dinamicità, nel suo essere rigogliosa e feconda di frutti.
Il modo di scrivere e descrivere è così realistico, "verista", che sembra di vedere il giallo dei campi, di sentire il calore del sole rovente sulla pelle, la polvere rossa della terra che ti va nel naso, l'odore del poco, pochissimo cibo che, quando c'è, sfrigola in padella o bolle nei pentoloni.
Ci sembra di sentire su di noi la stessa stanchezza di questa povera gente senza patria, anzi, estranea nella propria patria, che al contempo cerca di mantenere accesa la speranza che le cose cambino se si ha la forza di non fermarsi.

Si legge Furore gustandosi ogni parola, perchè in ognuna è racchiusa una gran potenza comunicativa e di significato; nelle tematiche, è più attuale di quello che può sembrare se ci fissiamo solo sul contesto specifico di riferimento.
Per il resto, "Furore" è un classico perchè narra dell'Uomo e di ciò che vi è dentro di lui; è intramontabile e mai fuori moda perchè al centro vi è l'umanità, con i suoi sentimenti più elevati e i più meschini, con la sua solidarietà e il suo individualismo, con le sue ricchezze e la sua povertà, sia materiali che interiori.

Potrei mai non consigliarvelo? Merita; nonostante la lunghezza, nonostante non abbia un ritmo dinamico, personalmente l'ho trovato molto scorrevole e, confesso, non me l'aspettavo, anzi temevo fosse un "mattone" noioso che avrei mollato prima della metà.
E invece mi ritrovo a sentire nostalgia per i Joad...!



Obiettivo n.31 - Un libro scritto da un premio nobel
- 1962 - 


4 commenti:

  1. Ciao Angela, questo libro è da un po' che mi incuriosisce, ammetto che mi frena l'idea del "mattone", ma le tue parole mi rincuorano... penso che prima o poi gli darò una possibilità!

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    1. È lungo, effettivamente, però li stile è fluente e le vicende umane narrate coinvolgono il lettore.
      Prova 😉

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  2. Come sai, dopo Uomini e topi (che devi leggere, è cortissimo) leggerei tutto a scatola chiusa di Steinbeck. E' in lista, anche se le pagine spavento. Sei tu quella dei mattoni: ma come fai, io perdo la pazienza? (Ricordo il Premio Strega dello scorso anno, brrr.)

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    1. Eh pure io leggerò Uomini e topi prima o poi 😁
      Ammetto che i libri cicciotti mi attirano 😁😁

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Un buon libro lascia al lettore l'impressione di leggere qualcosa della propria esperienza personale. O. Lagercrantz

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