Una donna stressata in cerca di recupero psicofisico si imbatte in un piccolo e curioso gruppo di uomini e donne di diversa età, che vivono a stretto contatto con la natura, lontani dalla società civile.
Chi sono e cosa li ha spinti a fare quella scelta così radicale?
LA COLONIAdi Annika Norlin
![]() |
| Ed. E/O trad. C.Giorgetti Cima 464 pp |
"ho capito che quelli che inizialmente mi erano sembrati dei pazzi in realtà tenevano in mano uno specchio.
Ero io, la pazza."
Sindrome di burnout: è una condizione di esaurimento psico-fisico causata da un eccessivo impegno investito nella professione, che porta il lavoratore a sentirsi svuotato, privo di energie e di interesse, del tutto improduttivo, “completamente bruciato” (appunto burnout)*.
È la primavera del 2023 quando Emelie, trentenne giornalista, va in burnout.
Lo stress dettato da una vita di città frenetica, piena di impegni e cose da fare, a ritmi serrati, si fa sentire in forma di un esaurimento emotivo, stanchezza, mancanza di forze pure per alzarsi dal letto.
Su consiglio di una vicina, Emelie lascia la città per trascorrere qualche giorno in campagna.
Una volta lì, pianta la tenda sulle colline tranquille e verdeggianti, lungo il fiume, e si accorge di non essere completamente sola: c'è un piccolo e misterioso gruppo di persone che frequenta quella radura, che fa i bagni nel lago, si siede attorno a un grande abete e qualcuno di loro si ferma pure ad abbracciarlo; amano ballare sui prati, dicono sempre grazie, hanno tra loro un rapporto stretto, a tratti intimo, non si fanno problemi a spogliarsi, a massaggiarsi.... e altro.
Chi sono costoro? I membri di una setta? Un gruppo di invasati semplicemente asociali? Criminali che fuggono dalla società e vivono nascosti?
Emelie è curiosa ma non osa avvicinarsi troppo, preferisce per il momento guardarli "da lontano", tenerli d'occhio.
Fino al giorno in cui uno di loro entra nella sua roulotte, cominciando a mangiare le sue patatine e a sfogliare le sue riviste.
Si tratta del più giovane del gruppo, un ragazzino allampanato e dallo sguardo vivace, che si presenta come Låke.
Låke diventa il ponte che fa incontrare Emelie e la colonia cui il ragazzo appartiene dalla nascita.
Il racconto in prima persona di Emelie viene interrotto da quelli dei singoli individui appartenenti alla colonia e, nel corso della narrazione, si alternano così da permettere al lettore di conoscere ognuno di essi, le loro singole storie e le ragioni che li hanno portati a stare insieme.
"Per la maggior parte del tempo tacevano. Erano così in sintonia, sapevano già che cosa avevano da dire gli altri. Si comportavano come l’equipaggio di una nave. La Colonia era l’imbarcazione, e a volte potevano vedere negli altri dove stesse andando a finire. Adesso il natante sta per rovesciarsi, allora qualcuno deve piazzarsi sull’altro lato, così da ripristinare l’equilibrio."
Dal 2023, quindi, facciamo un salto indietro, collocandoci in un arco temporale abbastanza ampio che va dal 1970 fino ad arrivare progressivamente al presente, periodo all'interno del quale impariamo a conoscere gradualmente Sagne, Aagny, Sara, Jòzsef, Ersmo, Zakaria e Låke.
Sagne è un'entomologa ed arriva alla colonia dopo aver vissuto una delle esperienze più traumatiche per una donna, cosa che la segnerà nel profondo, influenzando i suoi comportamenti, il modo di relazionarsi con gli altri, compreso il figlio (Låke).
Aagny ed Ersmo sono come mamma e figlio; Aagny è un donnone forte, piena di vitalità, generosa e che, quando vuol bene a qualcuno e lo prende sotto la sua ala, lo fa con convinzione e dedizione. Forse pure troppa.
Ha trascorso degli anni in carcere (dove ha conosciuto Sara) e una volta fuori ha dovuto arrangiarsi con dei lavoretti, l'ultimo dei quali è stato assistere una donna in là con gli anni che, oltre a non essere abile fisicamente, è pure un po' "suonata". Questa signora vive in una bella casa lontana dalla città e, poiché è difficile trovare un'anima pia che le presti assistenza 24 ore su 24, ha bisogno di qualcuno che le stia dietro e che dia una mano al di lei figlio, il piccolo Ersmo.
Tra il bambino ed Aagny si instaura da subito un bel rapporto, che si farà via via sempre più stretto, tanto da rendere la mamma di Ersmo una presenta assolutamente non necessaria...
I due si ritrovano a vivere insieme nel terreno appartenente ad Ersmo e nessuno va ad infastidirli o a chiedere loro conto di alcunché, fino al momento in cui la loro casa diventerà una sorta di rifugio, di punto di riferimento per altre persone, in cerca - come loro due - di pace e anonimato.
Sara, ad esempio, giunge anch'ella in questa casa isolata dal centro abitato in modi del tutto fortuiti.
Quand'era molto giovane, è stata un po' di tempo in prigione, dove ha conosciuto Aagny, che a quel tempo la prese molto in simpatia, proteggendola dalle detenute ostili e divenendo sua amica.
Sara è una ragazza sveglia, apparentemente dolce ma in realtà sa essere anche manipolatrice ed ha una forte personalità; è una che ha viaggiato tanto, fatto esperienze, provato lo yoga e la meditazione, ha interagito con tanti tipi di persone e, quando sul suo cammino incontra il tranquillo e gentile Jòzsef, tra i due nasce un sentimento.
Jòzsef è orfano di entrambi i genitori, che sono state delle brave persone, affettuose, ma è cresciuto portando sulle sue fragili spalle il peso di un'esperienza traumatica vissuta da mamma e papà, che sono dei sopravvissuti all'Olocausto.
Quando incontra Sara, la vita solitaria e priva di grosse emozioni del taciturno ragazzo, sembra trovare una nuova vitalità, uno scopo, un amore totalizzante e intenso da vivere giorno dopo giorno.
I due approderanno in casa di Ersmo ed Aagny... e lì resteranno, anch'essi rapiti dal pensiero di poter vivere emarginati e a contatto con la natura, coltivando ortaggi, senza lavorare, godendo della bellezza di fiumi, alberi, fiori, aria, vento... e senza dover rendere conto della propria vita e delle proprie scelte a nessuno tra famigliari ed amici.
"...voglio avere questa comunanza, perché ha fatto sì che tutto d’un tratto credessi in qualcosa, che può esistere un modo di vivere che mi è congeniale, e dal quale non voglio scappare".
Man mano nella colonia entreranno anche Sagne e Zakaria, la prima disperata e in fuga da sé stessa, l'altro altrettanto disperato ed in fuga... ma dalla polizia.
Insomma, una combriccola di persone che, per ragioni differenti, erano insoddisfatti, soli, infelici e che nel costituire questa sorta di mini comunità rurale, capiscono che la vita può essere bella anche lontana dalla frenesia e dallo stress cittadino, che non si ha bisogno di scuola, lavoro, ospedali e quant'altro caratterizza la società civile, per stare bene ed essere felici.
"Tutti qui avevano un’angoscia dentro. E lui non si sentiva mai peggiore di. Tutti erano strani. Tutti erano malmessi. Ma insieme riuscivano a sopravvivere. Tutti sapevano fare qualcosa che era utile agli altri."
Ognuno di questi individui ha una storia che lo ha portato lì, quindi: traumi, alienazione, visioni del mondo.
Sono diversi caratterialmente e per esperienze di vita ma a tenerli uniti e motivati ci pensa una persona in particolare: l'enigmatica e carismatica Sara, che diventa in poco tempo la leader del gruppo.
Cosa succede quando questa colonia si vede "turbata" dall'arrivo inaspettato di una giornalista esaurita ma molto, troppo curiosa?
La colonia è il romanzo d'esordio della musicista svedese Annika Norlin ed io l'ho trovato interessante perché esplora la società contemporanea attraverso gli occhi di coloro che rifiutano di vivere lo stress cittadino e che per questo cercano altri modi di vivere, di essere gruppo e comunità, e di farlo secondo le proprie regole, che non sarebbero comprese o accettate da "quelli DiFuori".
La narrazione è corale, affidata al punto di vista di tutti i personaggi coinvolti perché ad ognuno di essi - al suo vissuto, agli stati emotivi, ai traumi, alle individuali difficoltà nel vivere in questa società così veloce e impegnativa - è data importanza; il ritmo scorre bene ed è reso dinamico dal continuo cambio di narratore e punto di riferimento temporale, caratteristica questa che - mi rendo conto - può per qualcuno essere fastidiosa perché inficia la fluidità del racconto, dando una sensazione di frammentarietà e confusione.
A tal proposito, ammetto che all'inizio ho faticato a raccapezzarmi tra i personaggi e a inquadrarli, difficoltà che si è dissolta procedendo nella lettura e abituandosi ad essi, anzi avendo quasi la sensazione di essere una di loro, un membro silenzioso, appartato e con una prospettiva esterna rispetto a questa colonia.
L'autrice coglie, dei suoi personaggi, le sfaccettature di personalità, i moti dell'anima, le lotte personali, toccando anche argomenti sociali, come il burnout, la ricerca di sé e di uno scopo nella vita, l'identità personale e collettiva, il senso di appartenenza a un gruppo, l'accettazione di regole differenti a quelle cui si era abituati, le complesse, e non di rado conflittuali, dinamiche di gruppo, il rispetto per la natura.
Comodo, no, rinchiudersi in angolo di mondo immerso nella foresta, sparendo dalla civiltà con la scusa di voler vivere "liberi e felici come una farfalla", quando invece ad unire queste persone non è un vero e proprio scopo, un'ideologia in particolare e ben precisa, ma per lo più un'assenza di senso della responsabilità (discorso che non vale per tutti, ad es. non vale né per Jòzsef né per Lake)?
Nel complesso, il romanzo mi è piaciuto e l'ho letto con interesse, ma una volta terminato e tirato le somme, ho avvertito che mi è mancato un approfondimento in merito all'ingresso di Emelie nella colonia (che inevitabilmente rompe gli equilibri, mette quasi in pericolo l'esistenza della comunità) e il finale stesso mi è parso un tantino frettoloso.
Nel complesso, il romanzo mi è piaciuto e l'ho letto con interesse, ma una volta terminato e tirato le somme, ho avvertito che mi è mancato un approfondimento in merito all'ingresso di Emelie nella colonia (che inevitabilmente rompe gli equilibri, mette quasi in pericolo l'esistenza della comunità) e il finale stesso mi è parso un tantino frettoloso.
Però l'ambientazione e l'idea di base di per sé mi sono piaciute: trovo sempre accattivante soffermarsi su questi gruppi isolati e sulle ragioni che spingono le persone a creare una comune.
Forse non l'avrò trovato perfetto, ma è un buon romanzo e mi sento di consigliarlo perché offre molti spunti di riflessione (alcuni dei quali mi hanno fatto pensare al noto caso della "famiglia del bosco", di cui tanto si parla da mesi).





Nessun commento:
Posta un commento
Un buon libro lascia al lettore l'impressione di leggere qualcosa della propria esperienza personale. O. Lagercrantz