lunedì 21 ottobre 2013

Recensione: DIARIO 1941-1943 di Etty Hillesum



DIARIO 1941-1943
di Etty Hillesum


Adelphi
Trad. C. Passanti
260 pp
8.50 euro
Sinossi

All’inizio di questo Diario, Etty è una giovane donna di Amsterdam, intensa e passionale. Legge Rilke, Dostoevskij, Jung. 
È ebrea, ma non osservante. I temi religiosi la attirano, e talvolta ne parla. Poi, a poco a poco, la realtà della persecuzione comincia a infiltrarsi fra le righe del diario. 
Etty registra le voci su amici scomparsi nei campi di concentramento, uccisi o imprigionati. 
Un giorno, davanti a un gruppo sparuto di alberi, trova il cartello: «Vietato agli ebrei». Un altro giorno, certi negozi vengono proibiti agli ebrei. Un altro giorno, gli ebrei non possono più usare la bicicletta. Etty annota: «La nostra distruzione si avvicina furtivamente da ogni parte, presto il cerchio sarà chiuso intorno a noi e nessuna persona buona che vorrà darci aiuto lo potrà oltrepassare». 
Ma, quanto più il cerchio si stringe, tanto più Etty sembra acquistare una straordinaria forza dell’anima. 
Non pensa un solo momento, anche se ne avrebbe l’occasione, a salvarsi. 
Pensa a come potrà essere d’aiuto ai tanti che stanno per condividere con lei il «destino di massa» della morte amministrata dalle autorità tedesche. Confinata a Westerbork, campo di transito da cui sarà mandata ad Auschwitz, Etty esalta persino in quel «pezzetto di brughiera recintato dal filo spinato» la sua capacità di essere un «cuore pensante». 
Se la tecnica nazista consisteva innanzitutto nel provocare l’avvilimento fisico e psichico delle vittime, si può dire che su Etty abbia provocato l’effetto contrario. 
A mano a mano che si avvicina la fine, la sua voce diventa sempre più limpida e sicura, senza incrinature. Anche nel pieno dell’orrore, riesce a respingere ogni atomo di odio, perché renderebbe il mondo ancor più «inospitale». La disposizione che ha Etty ad amare è invincibile. 
Sul diario aveva annotato: «“Temprato”: distinguerlo da “indurito”». 
E proprio la sua vita sta a mostrare quella differenza.

il mio pensiero


Hetty Hillesum nasce a Middelburg nel 1914, da una famiglia della borghesia intellettuale ebraica, e muore ad Auschwitz nel novembre del 1943. Il suo diario, fortunosamente scampato allo sterminio della famiglia (ad Auschwitz persero la vita anche i genitori e il fratello Mischa) e poi passato di mano in mano, apparve finalmente nel 1981 presso l'editore De Haan, riscuotendo un immenso successo, paragonabile a quello che accolse il Diario di Anna Frank.
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La lettura di questo diario (di cui esiste la versione integrale) mi ha permesso di entrare nel mondo di una giovane donna che ha vissuto uno dei periodi umanamente più difficili e drammatici della storia mondiale, vale a dire il periodo della Seconda Guerra Mondiale ed in particolare il dramma dello sterminio degli Ebrei ad opera dei malvagi nazisti.

Entrare nel “mondo” interiore di Etty, che si caratterizza per una ricchezza ed una profondità notevoli e di un certo spessore, non è stato semplice; forse esagero o sono presuntuosa, ma è stato più “semplice” entrare nel rifugio con Anna Frank – attraverso il suo diario – a 11 anni, che entrare oggi, a 34, in quello della 28enne Etty.

Ad ogni modo, dopo le prime “difficoltà”, è risultato inevitabile lasciarmi coinvolgere nella mente e nel cuore dalle parole profonde e sentite di una ragazza intelligente, sveglia, sensibile, determinata ma che rivela, allo stesso tempo, una grande fragilità; Etty scrive il suo diario manifestando una grande capacità di guardarsi dentro, di esaminare le proprie emozioni, sensazioni, desideri; ha un grande bisogno di essere amata ma sente che il suo essere una personalità “troppo spirituale” le pare quasi un punto di demerito, tant’è che dice di sentirsi inferiore.
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La scrittura è evidentemente per lei un modo per mettere nero su bianco tutto quello che l’attraversa, come per aiutarsi a prenderne consapevolezza, una sorta di “rifugio”, per mettere ordine dentro se stessa, pur rendendosi conto che

“La vita non può esser colta in poche formule. In fondo, è quel che stai cercando di fare tutto il tempo, e che ti porta a pensare troppo: stai cercando di rinchiudere la vita in poche formule ma non è possibile, la vita è infinitamente ricca di sfumature, non può essere imprigionata né semplificata.”

Vive con una certa indolenza e “stanchezza” le proprie giornate, almeno agli inizi del 1941.

“Dentro di me c'è una melodia che a volte vorrebbe tanto essere tradotta in parole sue. Ma per la mia repressione, mancanza di fiducia, pigrizie non so che altro, rimane soffocata e nascosta. A volte mi svuota completamente. E poi mi colma di nuovo di una musica dolce e malinconica”.

Ma forse questa “indolenza” apparente è solo una reazione inconscia alla paura e al terrore che, vuoi o non vuoi, le voci di un rastrellamento degli ebrei in Olanda, del loro “trasferimento” nei campi di lavoro, provocano in lei, mettendola – da un certo momento in poi – in un continuo stato di “sospensione emotiva”, sempre in attesa che da un giorno all’altro qualcuno possa prelevare lei e i suoi cari da casa e portarli via, verso la fine…
Dalle sue pagine, emerge come Etty senta spesso di essere inadeguata rispetto al mondo che la circonda, che le basti poco per essere fraintesa, per ritrovarsi, come poi realmente si sente, sola.

E così aumentano giorno per giorno sentimenti di paura, sfiducia verso se stessa, ma l’umore e lo stato psicologico sono altalenanti per cui Etty si ritrova tra periodi di depressione ed altri di serenità, in cui accetta l’idea che la tristezza faccia parte dell’esistenza.

A dare un certo senso e “colore” alle sue giornate, ci pensa la figura importante di Julius Spier (nel diario è chiamato solo S.), un uomo maturo (fondatore della psicochirologia) di cui lei è a modo suo innamorata (anche se Etty chiarisce molto di frequente, nel proprio diario, come per lei sia impensabile amare totalmente una sola persona alla volta, essendo il suo cuore troppo pieno d’amore e lei desiderosa di riversarlo su più persone) e su cui convergono gran parte dei suoi pensieri, delle sue emozioni.

Man mano che attorno a sé l’odio dei tedeschi per il popolo ebraico si fa sempre più prepotente e pericoloso, Etty tende a cercare un livello spirituale sempre più profondo, che si manifesta nella preghiera, quale “rifugio” dal terrore.

Nella seconda parte del diario, quando l’oppressione nazista verso gli ebrei si fa più feroce e vicina alla sua realtà quotidiana, lei continua a manifestare la propria fede in Dio (c'è da precisare che, anche se spesso si ha l’impressione che si rivolga ad un Dio “personale” – che noi identificheremmo come “il Dio degli Ebrei e della cristianità” - è pur vero che però l’Autrice chiarisce come “Dio” sia solo una parola che lei usa per indicare la parte più profonda di sé, quella più “spirituale”) e il proponimento di non soccombere davanti alla paura e alla rassegnazione, quanto piuttosto di vivere giorno per giorno, con fiducia, perché la vita è e resta, anche in quei giorni pieni di dolore, degna di essere vissuta.

“Un'altra cosa ancora dopo quella mattina: la mia consapevolezza di non essere capace di odiare gli uomini malgrado il dolore e l'ingiustizia che ci sono al mondo, la coscienza che tutti questi orrori non sono come un pericolo misterioso e lontano al di fuori di noi,
ma che si trovano vicinissimi e nascono dentro di noi.”

Oscilla tra sentimenti di sconforto ed altri in cui si sforza di guardare e pensare ancora al buono che c’è nell’uomo e di convincersi che, a prescindere da chi sia l’agente del male, in un dato momento storico, ciò che conta è “come si porta, sopporta, e risolve il dolore, e se si riesce a mantenere intatto un pezzetto della propria anima.”, “ Se tutto questo dolore non allarga i nostri orizzonti e non ci rende più umani, liberandoci dalle piccolezze e dalle cose superflue di questa vita, è stato inutile” 

e ancora

“Bisogna invece che abbia tutto in me stessa. Si deve anche essere capaci di vivere senza libri e senza niente. Esisterà pur sempre un pezzetto di cielo da poter guardare, e abbastanza spazio dentro di me per congiungere le mani in una preghiera.”.

Impressiona (in senso positivo) - e ricorda le parole di Anna Frank -  la capacità di Etty di continuare a guardare il buono che la vita e gli uomini ancora nascondono in sé; Etty non hai mai parole negative verso coloro che stanno facendo del male al suo popolo (e non solo ad esso, chiaramente); guarda al male attorno a sé come a qualcosa che purtroppo è inevitabile e che in fondo ha sempre accompagnato la storia dell’uomo.

“Trovo bella la vita, e mi sento libera. I cieli si stendono dentro di me come sopra di me.
Credo in Dio e negli uomini e oso dirlo senza falso pudore. La vita è difficile, ma non è grave. Dobbiamo cominciare a prendere sul serio il nostro lato serio, il resto verrà allora da sé: e «lavorare a se stessi» non è proprio una forma d'individualismo malaticcio. Una pace futura potrà esser veramente tale solo se prima sarà stata trovata da ognuno in se stesso - se ogni uomo si sarà liberato dall'odio contro il prossimo, di qualunque razza o popolo, se avrà superato quest'odio e l'avrà trasformato in qualcosa di diverso, forse alla lunga in amore se non è chiedere troppo. È l'unica soluzione possibile.”


Arriviamo alla fine del suo diario con la sensazione che l’ineluttabile si stia avvicinando e che Etty ne sia consapevole, che cerchi di accettarlo e di andare incontro al proprio “destino” con calma, serenità e accettazione.

“Mi capita spesso di camminare di buon passo lungo il filo spinato, e allora dal mio cuore s'innalza sempre una voce - non ci posso far niente, è così, è di una forza elementare - e questa voce dice: la vita è una cosa splendida e grande, più tardi dovremo costruire un mondo completamente nuovo. A ogni nuovo crimine o orrore dovremo opporre un nuovo  pezzetto di amore e di bontà che avremo conquistato in noi stessi.”

Una lettura che non può mancare e che ancora una volta ci apre gli occhi della mente e del cuore su un passato di tragedie umane che non dovranno mai essere sminuite, banalizzate, dimenticate e che scritti come questi continueranno a tener vivo nella memoria di ciascuno di noi... PER NON DIMENTICARE, perchè l'uomo non ricada negli stessi terribili errori.

Per i più volenterosi, un sito dedicato a Etty Hillesum...: QUI

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Un buon libro lascia al lettore l'impressione di leggere qualcosa della propria esperienza personale. O. Lagercrantz

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