sabato 11 aprile 2015

Recensione: MORTO DI UN UOMO FELICE di Giorgio Fontana



Il mio pensiero su questo romanzo vincitore del Premio Campiello 2014.


MORTO DI UN UOMO FELICE
di Giorgio Fontana


Morte di un uomo felice
Ed. Sellerio
280 pp
14 euro
2014

Sinossi

Milano, estate 1981: siamo nella fase più tarda, e più feroce, della stagione terroristica in Italia. Non ancora quarantenne, Giacomo Colnaghi a Milano è un magistrato sulla linea del fronte. Coordinando un piccolo gruppo di inquirenti, indaga da tempo sulle attività di una nuova banda armata, responsabile dell’assassinio di un politico democristiano. Il dubbio e l’inquietudine lo accompagnano da sempre. Egli è intensamente cattolico, ma di una religiosità intima e tragica. È di umili origini, ma convinto che la sua riuscita personale sia la prova di vivere in una società aperta. È sposato con figli, ma i rapporti con la famiglia sono distanti e sofferti. Ha due amici carissimi, con i quali incrocia schermaglie polemiche, ama le ore incerte, le periferie, il calcio, gli incontri nelle osterie.
Dall’inquietudine è avvolto anche il ricordo del padre Ernesto, che lo lasciò bambino morendo in un’azione partigiana. Quel padre che la famiglia cattolica conformista non poté mai perdonare per la sua ribellione all’ordine, la cui storia eroica Colnaghi ha sempre inseguito, per sapere, e per trattenere quell’unica persona che ha forse amato davvero, pur senza conoscerla.
L’inchiesta che svolge è complessa e articolata, tra uffici di procura e covi criminali, tra interrogatori e appostamenti, e andrà a buon fine. Ma la sua coscienza aggiunge alla caccia all’uomo una corsa per capire le ragioni profonde, l’origine delle ferite che stanno attraversando il Paese. Si risveglia così il bisogno di immergersi nella condizione degli altri, dall’assassino che gli sta davanti al vecchio ferroviere incontrato al bar, per riconciliare la giustizia che amministra con l’esercizio della compassione. Una corsa e un’immersione pervase da un sentimento dominante di morte. Un lento disvelarsi che segue parallelo il ricordo della vicenda del padre che, come Giacomo Colnaghi, fu dominato dal desiderio di trovare un senso, una verità. Anche a costo della vita.

L'autore.
Giorgio Fontana è nato nel 1981. Ha pubblicato i romanzi Buoni propositi per l’anno nuovo(Mondadori 2007) e Novalis (Marsilio 2008), il reportage narrativo Babele 56 (Terre di Mezzo 2008) e il saggio La velocità del buio (Zona 2011). Vive e lavora a Milano. Con ques
ta casa editrice ha pubblicato Per legge superiore (2011) e Morte di un uomo felice (2014).



Eccezioni sempre, errori mai”: questo è il motto dell’eroe di "Morte di un uomo felice" ambientato nella Lombardia dei primi Anni Ottanta. 
Giacomo Colnaghi, il protagonista di questa storia, è sostituto procuratore del Tribunale di Milano, impegnato nella lotta al terrorismo di Stato per mano delle Br, e porta avanti la propria professione come una vera e propria missione, nella quale gli errori non sono ammessi (potrebbero risultare anche fatali), ma delle eccezioni non si può sempre fare a meno.

Il romanzo inizia con la morte di un politico, un certo Vissani ucciso da Formazione proletaria combattente, una cellula scissionista delle Br, e inizia  anche con delle parole significative che guidano da sempre la vita e il lavoro di Giacomo, quasi 40enne, sposato con Mirella e padre di due bambini, Daniele e Giovanni:

“Noi non dobbiamo essere gli uomini dell’ira”.

Giacomo è un brav’uomo, cresciuto in una famiglia cattolica; sua madre ha tirato su praticamente da sola lui e sua sorella Angela, avendo perso il marito molto presto; il padre di Giacomo, infatti (Ernesto), è morto in seguito ad un’azione partigiana, volta a difendere i diritti dei lavoratori, dei deboli, degli oppressi, contro lo stato fascista.

In fondo, gli stessi brigatisti cui danno la caccia tanto il nostro magistrato quanto l’intero Stato, si fregiano delle medesime motivazioni, e in nome della loro causa sociale sono disposti a uccidere persone individualmente innocenti eppure colpevoli dal punto di vista "collettivo" e ideologico.

Giacomo ha un grande senso della giustizia e svolge il proprio lavoro nella sincera convinzione di essere dalla parte del Bene, non semplicemente per una questione di ruolo istituzionale (visto che lui fa parte di coloro che “arrestano i cattivi”), ma perché motivato dal desiderio di difendere chi subisce ingiustizie e fermare coloro che hanno fatto della violenza, della vendetta, del rancore, la propria ragione di vita e gli unici strumenti per combattere tutto ciò che per essi è ingiusto, “storto”, sbilanciato, all'interno di un sistema sociale in cui a pagare sono sempre i poveri, la classe proletaria, insomma quanti sono privi dei mezzi adatti per far valere le proprie ragioni..

Ma Giacomo lo sa, lo ha imparato attraverso un’infanzia senza quel padre che la povera mamma Lucia gli ha dipinto sempre come colpevole e matto, e che lui, nonostante tutto, ha sempre amato, figurandoselo, nonostante tutto, come un uomo forte, eroico:

“…il rancore porterà a nuovo rancore, e così via... No, finché non avremo trovato una soluzione all'odio, non finirà mai davvero».”

“…Il mondo per ciò che era gli pareva senz'altro meritevole di rabbia e compassione, ma mai di odio. E quale rivoluzione poteva giungere dall'odio?”

Uomo di fede, Giacomo, crede fermamente in Dio e trova conforto in questa Presenza sovrannaturale eppure per lui così concreta; è una persona dall’animo gentile, buono, capace di ascoltare gli altri, anche i “delinquenti” che si ritrova a interrogare, e che lui cerca di comprendere, di capire quelle ragioni che li spingono ad essere violenti, che li hanno resi degli assassini.

Giacomo, pur essendo un “servitore dello Stato”, riconosce le falle della (presunta) democrazia di cui lo Stato stesso si "riempie la bocca”; non dimentica di essere il figlio di un partigiano rivoltoso, ma è anche consapevole di aver scelto una strada diversa rispetto ad altri uomini che, probabilmente, pur partendo dalla sua medesima situazione familiare e socio-economica, hanno abbracciato ideologie opposte.

È un idealista, Colnaghi, che pensa e parla in termini di utopie con i colleghi, con gli stessi brigatisti arrestati, e non può fare a meno di lambiccarsi il cervello con ragionamenti volti a ricercare i “perché”, nella speranza che il Male lo si possa fermare non semplicemente arrestando i colpevoli, ma anzitutto provando a capirne la logica…

“Se noi riusciamo a individuare quel - quella sorta di ideale distorto, diciamo - e a dissolverlo, o quantomeno mostrarne l'assurdità, il problema è risolto alla radice. (…) Siamo le uniche persone che possono rimettere insieme in qualche modo i pezzi di ciò che è andato in frantumi. Una morte, un furto, una qualsiasi violenza: anche la più piccola. È tutto sotto la nostra responsabilità, Roberto: aiutare le persone, non trattarle come parti nel gioco del processo. Eccezioni sempre, errori mai»  

spiega un accorato Giacomo allo scettico amico Roberto.

Ma Colnaghi è anche un marito, un padre, un figlio.
Un marito che sa di trascurare la paziente moglie per il lavoro; un padre affettuoso e comprensivo, ma comunque troppo spesso fisicamente distante dai figli per la stessa ragione; un figlio che ama la madre e le perdona di non aver perdonato il marito partigiano.

E infine, Giacomo Colnaghi è un uomo profondamente solo nella sua Milano, che sembra ancor più grande e indifferente rispetto alla piccola solitudine del nostro eroe.

“Morte di un uomo felice” - attraverso le vicende di un uomo assetato di verità (che in fondo non è tanto diverso da quel padre quasi sconosciuto che ha portato avanti i propri ideali a costo della vita), impiegando un linguaggio semplice, chiaro, uno sguardo che sa essere delicato ma anche molto lucido -, induce il lettore a immergersi nelle giornate del protagonista (contrassegnate da una certa malinconica tristezza), a prendere parte alla sua solitudine, a riflettere con lui sul senso e sul significato della giustizia, su come essa viene perseguita tanto dalla collettività quanto dai singoli individui, tanto in “via ufficiale” quanto di nascosto, e di come inevitabilmente in essa (o meglio, in come è perseguita) ci siano innumerevoli possibilità e altrettanti limiti.

Simpatizziamo con il protagonista, ne seguiamo i ragionamenti, i dubbi, i dolori personali, e ne condividiamo le domande e il desiderio di cercare e ottenere risposte, provando inevitabilmente un misto di tenerezza e comprensione di fronte alla sua genuina bontà.

Consigliato.

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Un buon libro lascia al lettore l'impressione di leggere qualcosa della propria esperienza personale. O. Lagercrantz

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