lunedì 3 dicembre 2012

Recensione: "Danny l'eletto" di Chaim Potok



Terminata la lettura di un libro che ho molto apprezzato per tematiche e linguaggio:

DANNY L'ELETTO
di Chaim Potok


Ed. Garzanti
364 pp
18.60 euro
2007
Danny l’eletto è un romanzo in cui a fare da filo conduttore, principalmente, è l’amicizia.
L’amicizia tra due ragazzi adolescenti apparentemente agli antipodi pur appartenendo allo stesso popolo, quello ebraico.
Siamo a New York, nel periodo del secondo conflitto mondiale, o meglio verso la fine; un periodo triste per la generazione di allora, soprattutto per quelle categoria di persone perseguitate dall’ideologia nazi-fascista.
Ma qui siamo in America, nel “Paese della democrazia” e gli ebrei non hanno rilevanti problemi di inserimento sociale.

I protagonisti di questo romanzo di Chaim Potok sono due coetanei di 15 anni, Reuven e Danny;  Reuven fa parte di quella comunità ebraica di Brooklyn che si discosta un po' dagli ebrei del ghetto e che i chassidim (di cui fa parte Danny) definiscono in modo sprezzante "apicorsim", termine che indica un ebreo che rinnega i fondamenti della propria fede (che non porta i riccioli laterali, che studia troppe materie inglesi e meno il Talmud, che non parla in yiddish...).
Il legame speciale tra i due prenderà avvio da un episodio “negativo”: nel corso di una partita di softball tra i due gruppi contrapposti in seno alla società ebraica – i chassidim e gli “apicorsim” – Danny colpisce (volutamente) Reuven con la palla, in un occhio (col rischio serio di perderne l’uso) mandandolo in ospedale.
Da questo brutto episodio, i due inizieranno a frequentarsi, a conoscersi e ad apprezzarsi, nonostante le diversità caratteriali, sociali, “religiose”, di pensiero; Reuven accetterà le scuse di Danny e questo atteggiamento di umiltà e perdono sarà il terreno ideale perché due personalità intelligenti ed acute possano scoprire di avere più punti in comune di quanto pensavano. 

Se a dividerli sono i modi di concepire l’educazione, l’istruzione, il cibo…. ad unirli c’è una mente aperta e desiderosa di conoscere, imparare, non rigettando gli insegnamenti e le tradizioni tipiche del proprio popolo, bensì "incastrandole" con la cultura “secolare”.

Reuven si scopre, crescendo, attratto dalla matematica e dalla logica simbolica, pur desiderando dentro di sé di poter diventare un rabbino colto e rispettato; Danny è colpito dalle materie umanistiche ed in particolare dalla psicologia, soprattutto dalla psicanalisi di Freud.

Ma per uno strano scherzo del destino, a differenza dell’amico, Danny è destinato suo malgrado a diventare rabbino come il padre, il rabbino Saunders, perché la “carica” si trasmette per via ereditaria e sembra quasi che il futuro di Danny sia deciso a priori, senza che lui possa fare qualcosa per contrapporvisi; i desideri del giovane, infatti, non vanno affatto verso questa carica religiosa, bensì verso gli studi.
Sarà proprio questa discrepanza a far da leit motiv, a un certo punto, alla narrazione, che si concentrerà sul rapporto non solo tra Danny e Reuven, ma anche tra loro e i rispettivi padri.

Dal romanzo emergono molte tematiche importanti: prima fra tutte, l’amicizia onesta e spontanea tra i due, che in qualche modo si sentono vicini l’uno all’altro nonostante l’incidente iniziale; è una sorta di “affinità elettiva” che fa sì che i due si capiscano anche con poche parole.

Ma ci sono anche altri temi, quali l’educazione dei figli, compito mai semplice, in qualsiasi società ed epoca storica.

Il padre di Reuven, che insegna il Talmud in una scuola per ebrei e fa il giornalista, è un uomo buono, gentile, dall’invidiabile saggezza, da un buon senso sempre presente e pronto ad incoraggiare verso il bene; è un uomo che tiene alla crescita “spirituale” del proprio figlio, che cerca sempre di indirizzarlo verso atteggiamenti positivi, non imponendogli le cose ma portandolo a riflettere, a farsi delle domande (un metodo “socratico”, se volete).

Il padre di Danny sente, invece, su si sé tutto il peso del proprio popolo, con le sue tradizioni, i suoi costumi, l’importanza data allo studio degli Scritti da sempre importanti per gli Ebrei; il rabbino Saunders vive il proprio ruolo di rabbino con fervore, piena convinzione, desideroso davvero di venire incontro alle esigenze e ai problemi dei fedeli della propria comunità.
Ma in tutto questo, sembra dimenticare gli affetti “di casa sua”; troppo preso com’è dal proprio ruolo di guida spirituale, sembra aver messo in un cantuccio l’instaurazione di un rapporto vero e profondo con il proprio primogenito, da cui si aspetta che studi sodo il Talmud, che sappia argomentare e spiegarne i passi, dimostrando tutto ciò che il padre gli ha insegnato, nonché tutta la propria intelligenza.
Intelligenza che, però, verrà vista come un’arma a doppio taglio: una mente aperta ed arguta, quale dono di Dio, può essere usata bene o male: come la userà Danny?

Nel romanzo emergono anche, quindi, il problema dei metodi educativi, i contrasti generazionali, le aspettative che i padri hanno sui figli, i quali non sempre sono disposti a realizzarle se non le sentono proprie.
Ma ritroviamo anche l’umiltà di una personalità intelligente ed amorevole che sa riconoscere il momento di farsi da parte per il bene e la felicità dell’altro.

Danny l’eletto mi è piaciuto, nonostante la lentezza iniziale (i primi capitoli si dedicano molto all’incontro di softball, in modo particolareggiato) perché scritto con uno stile asciutto, chiaro, senza giri di parole, in cui il lettore è immerso senza mezzi termini nella società e nella mentalità ebraica, senza però restarne confuso: tutto ci viene debitamente spiegato dal nostro giovane protagonista Reuven.

Personalmente, sono sempre stata affascinata dalla cultura ebraica, in tutti i suoi aspetti (lingua, abitudini, tradizioni….) e leggere una storia in cui tutto questo c’è in modo profuso non poteva non piacermi e prendermi.
Potok ha rivelato, a mio avviso, tutta la sua sensibilità e sapienza psicologica nel tratteggiarci i profili e le personalità dei quattro personaggi principali (i due amici e i loro padri) e, pur facendosi una personale idea di ognuno di essi, arrivando magari a provare – perché no? - per uno “simpatia”, per un altro “antipatia”, il lettore sente che non c’è spazio per la condanna morale, ma solo per la capacità di comprendere, di andare oltre le apparenze, di valutare ogni cosa in profondità.

Ho apprezzato i tanti momenti di riflessione che alcuni dialoghi danno l’opportunità di avere, senza essere pesanti e senza fare del libro un “trattato di religione ebraica”.

Lo consiglio perché è una lettura delicata e profonda; molto probabilmente piacerà in special modo a coloro che, come me, sono catturati dal fascino di un popolo che, nonostante nella propria storia abbia subito (forse più di qualunque altro popolo dalle origini tanto antiche) incredibili persecuzioni e contrasti (ed è così ancora oggi…!), non ha mai perso la propria dignità ed identità come nazione, ma anzi ne ha conservato i tratti e la specificità in ogni luogo e momento della storia.

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Un buon libro lascia al lettore l'impressione di leggere qualcosa della propria esperienza personale. O. Lagercrantz

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