lunedì 19 giugno 2017

Recensione: PORCINI SULL'ASFALTO di Iacopo Bianchi



Un bambino scomparso nel nulla; un giovane ammazzato in circostanze poco chiare; tre amici, ognuno diverso, ma tutti venuti su come funghi porcini, nello stesso sottobosco urbano fiorentino, alla ricerca della verità sullo sfondo degli Anni Novanta.


PORCINI SULL'ASFALTO
di Iacopo Bianchi


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Siamo a Firenze e conosciamo il protagonista (nonché voce narrante, che ci guiderà nello svolgimento dei fatti, i quali comprendono un arco temporale di 20 anni - quindi fino al 2005 -) nel 1985, quando è solo un bambinetto che comincia a farsi la sua piccola cricca di amici, composta da coetanei tutti chiamati con un soprannome: il Neri, Testa, Candrazzo e Felipe. Al gruppetto, nel tempo si aggiungeranno un paio di amiche (Elena e Marzia).

Ognuno è diverso dall’altro ma forse proprio per questo i quattro maschietti diventano inseparabili e anche un po’ protettivi gli uni verso gli altri; in particolare verso Felipe (che in realtà si chiama Mario), che ha perso la propria gemellina e in casa vive una tale condizione di dolorosa tensione e opprimente tristezza da essere diventato anche lui particolarmente fragile e silenzioso.

Un pomeriggio del 1988, i nostri quattro e vivacissimi amici, sempre in sella alle proprie bici e costantemente alla ricerca di nuove avventure, vivono un’esperienza che li cambierà e segnerà per sempre.

Tutto ha inizio nel (malfamato) bar Giglio Rosso, di proprietà di Alfio, un uomo burbero ma in fondo simpatico, che vuol bene ai ragazzi; un giorno, Alfio e Andrè (suo assiduo cliente ed amico) cominciano a parlare di un certo manicomio abbandonato sul Lungarno in cui i quattro piccoli scapestrati potrebbero andare a fare un giro, invece che bighellonare per la città rompendo le scatole nel suo bar.

Come tutti i ragazzini curiosi e desiderosi di fare esperienze eccitanti, sfidando insieme le proprie paure ancestrali, i quattro decidono di accogliere il misterioso consiglio dei due adulti amici e di andare all’ex manicomio Luzzi; una volta giunti davanti all’edificio, si rendono subito conto di quanto sia in cattivo stato e di come abbia un aspetto quasi “spettrale”.
Ma il bello sta proprio lì: intrufolarsi di nascosto in un edificio abbandonato, buio, che puzza di chiuso e vedere cosa c’è dentro; così, giusto per poter fare poi gli spavaldi raccontando di essere stati tanto temerari da entrare in un postaccio lasciato a se stesso da anni, pieno di erbacce infestanti, porte marcite e scalinate che portano giù, in chissà che scantinato.
Certo, un conto è pensare tutte queste cose e un altro è prendere coraggio e farlo…, ma bene o male i quattro si introducono nell’istituto, stando attenti a dove mettono i piedi; purtroppo accade l’imprevisto: il loro dolce e taciturno amico Felipe scompare nel nulla, inghiottito quasi sicuramente dalle gelide acque dell’Arno, sotto gli occhi degli amici.

Una tragedia che scuote tutti, capace di distruggere una famiglia (i genitori di Mario/Felipe, che già avevano perso l’altra figlia, non reggono a questo dolore e ne escono stravolti, oltre che divisi) e di turbare tutti coloro che conoscevano la vittima, in particolare i tre amici.

Le indagini iniziano immediatamente, i tre vengono interrogati ma tutto viene archiviato come una terribile tragedia; il corpo del povero Felipe comunque non viene ritrovato.

La perdita dell’amico colpisce molto i ragazzi, che per diverso tempo non fanno che ripensare a quel maledetto pomeriggio.
Ma gli anni passano, i ragazzini crescono, c’è la scuola, le ragazze, i giochi e soprattutto il calcio e la passione sfrenata per la Fiorentina; ma intanto accade qualcos’altro e nell’aprile 1990 un altro conoscente viene a mancare: Andrè, il caro amico di Alfio, avventore quotidiano del bar, sempre gentile coi ragazzi, viene trovato morto per un’overdose nelle vene; e ok, Andrè non era uno stinco di santo, aveva di certo molti difetti e cattive abitudini, ma non era un tossico.

Ed infatti, grazie alle indagini della polizia viene fuori che Andrè è stato ucciso, il che è in linea con i ragionamenti del nostro protagonista, che si appassiona ai questi fatti di cronaca più dei suoi amici…

Chi ha fatto fuori il povero André, e per quale ragione? Si fa il nome di uno piccolo spacciatore, che pare avesse le sue sporche motivazioni per voler morto Andrè, e anzi l’aveva pure minacciato.

Certo, lui si dichiara innocente ma in carcere ci va comunque.

Eppure i conti non tornano e, benché passino altri anni sulle losche vicende, attraverso una serie di piccoli indizi casuali (ma forse neanche tanto…) il gruppo di amici – benché ormai grandi e alle prese con università e fidanzatine - si ritrova nuovamente a “Indagare” su quei fatti accaduti anni prima e a collegare in modo sempre più evidente e sconcertante la scomparsa di Felipe con la morte di Andrè.

Ciò che emerge, quando tutti i nodi vengono gradualmente al pettine, è “una brutta faccenda piena di marcio e personaggi miserabili”: alcuni hanno agito spinti dal dolore e dalla disperazione, altri dall’amore, altri dalla lealtà e dall’amicizia, e alla fine arriviamo ad una verità ben diversa da come inizialmente ci era parsa.

“Porcini sull’asfalto” è un noir che si legge davvero con interesse, è scorrevole per stile e trama; la voce narrante è ironica, vivace, come sanno essere i ragazzini intelligenti e curiosi; seguiamo l’evolversi dell’amicizia dei “nostri ragazzi”, le loro piccole bravate, il linguaggio "colorito” dei ragazzini in preda a tempeste ormonali, e queste parti più “leggere” si incastrano con quelle relative alla ricerca/scoperta della verità, il che rende la trama sempre più accattivante, costellata da diversi piccoli colpi di scena fino ad arrivare a quello finale che lascia il lettore (piacevolmente) stupito, oltre che soddisfatto, anche se resta sempre un velo di tristezza per gli eventi che si sono susseguiti negli anni e che inevitabilmente non sono stati lieti, benché il finale del romanzo lo sia.

Un ritmo allegro, via via incalzante, un linguaggio fluente e fresco, un punto di vista (giovanile) brillante, acuto, un’atmosfera cameratesca, propria del gruppo di amici, che si mescola con quella più triste delle tragedie personali e famigliari, senza però mai appesantire la narrazione; è un noir che tocca grandi temi – amore, amicizia, dolore, spirito di gruppo, adolescenza – senza mai perdere la verve e mantenendo un tono ameno, con un occhio divertente a certi modi di fare/essere, certe “tendenze” tipiche degli anni ’90 (nel modo di vestire, nel calcio – Fiorentina in particolare -, nel modo di parlare, personaggi famosi…), rendendo la storia ancora più gradevole da leggere.
Un romanzo leggero ma scritto bene, ideale in questi periodi in cui si è spinti a privilegiare libri non troppo impegnativi ma che si lasciano leggere tutto d'un fiato!

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Un buon libro lascia al lettore l'impressione di leggere qualcosa della propria esperienza personale. O. Lagercrantz

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