lunedì 31 marzo 2025

LA FURIA di Sorj Chalandon < RECENSIONE >


Negli anni Trenta del secolo scorso, Jules ha solo tredici anni quando viene tradotto in un istituto (una colonia penale) che accoglie minori per rieducarli, "raddrizzare" con lo scopo di restituirli "civilizzati" alla società e  con la speranza che non siano adulti deviati e problematici.
Ma, in realtà, la colonia di Belle-Île-en-Mer, un’isola al largo della Bretagna, è tutto fuorché un luogo di rieducazione e fuggire da quell'incubo in terra è il sogno di ogni ragazzo costretto a trascorrere l'adolescenza tra quelle tristi mura.

La storia narrata tra queste pagine si ispira a vicende realmente accadute.


LA FURIA
di Sorj Chalandon



Guanda Ed.
336 pp
Jules Bonneau ha solo tredici anni quando fa il suo ingresso a Belle-Île-en-Mer, una colonia penale per minori in cui questi ultimi, sottoposti a una disciplina rigorosissima, sono costretti a lavorare in ambito agricolo o marittimo per scontare la propria pena detentiva.

Non è necessario aver commesso chissà quali reati per essere imprigionati in questo postaccio; non ci sono solo delinquentelli col vizio di rubare, aggredire, creare scompiglio, appiccare incendi, ma anche vagabondi o orfanelli senza nessuno a prendersi cura di loro.

Jules non ha più una madre, la quale lo ha abbandonato anni prima, lasciandogli come ricordo un foulard dal quale il ragazzo non si separa mai; suo padre non è mai stato in grado di prendersi cura di lui e lo ha infatti mandato a stare dai propri genitori che però, a loro volta, non hanno mai avuto alcuna voglia di crescere ed educare questo nipote ribelle e testa calda.

"Sono nato senza parenti, né genitori né amici. Senza baci di una madre, né ordini di un padre. E anche senza bambini al mio fianco, amici a scuola...".

Quando, dopo averne combinata una delle sue, Jules viene arrestato e messo a Belle-Île-en-Mer, non sa cosa lo aspetta.

Ma lo scoprirà a breve, perché in quella prigione per ragazzi le guardie dominano sui giovanissimi detenuti, trattandoli con inumana severità e soprattutto sfogando su di loro rabbia e frustrazione attraverso punizioni corporali feroci.

"Ci manipolavano, ci spezzavano, ci modellavano come un impasto. Macinavano i chicchi cattivi. Ci volevano teneri e lisci come pane bianco, In cella di sorveglianza i mascalzoni, i problematici, i ladruncoli. Sotto il tunnel di schiaffi i degenerati, i depravati, gli incorreggibili. In isolamento gli infami. Spezzare i piccoli, annientare i più grandi, i sogni degli uni, la rabbia degli altri. Trasformare quelle potenziali prede in futuri soldati, poi in uomini, e poi in niente. Spettri che vagano nella vita come nei bracci di una galera, servili, vergognosi. (...) Che non si ribelleranno mai".

Leggere il resoconto del protagonista (e voce narrante) su come sono le giornate a Belle-Île-en-Mer è tristemente doloroso perché purtroppo parliamo di cose che accadevano (e accadono ancora oggi in alcune realtà) davvero, e basta cercare informazioni su questa colonia per rendersi conto che Chalandon non ha calcato la mano ma - con quell'approccio da giornalista e documentarista che gli appartiene per professione - ha riportato, attraverso Jules, ciò che realmente si verificava tra quelle mura.


Parliamo, ovviamente, non solo di botte e manganellate fino a ridurre i malcapitati come stracci sul pavimento, ma anche di altri tipi di abusi, inclusi quelli sessuali.

E in una sera come le altre, mentre i prigionieri sono in mensa, accade qualcosa che in fondo non è una novità, ma solo l'ennesimo episodio di un sopruso violento dei sorveglianti su uno (tra i più giovani e deboli) dei ragazzetti.
La vittima è Camille Loiseau, un ragazzino fragile, taciturno, timido, di quelli che le prendono sempre da tutti - guardie e detenuti più aggressivi e bulli -, senza che riesca mai a reagire.
È uno dei tanti che là dentro è esposto alla violenza e alla feroce "disciplina educativa" di Belle-Île-en-Mer, e soffre sicuramente come ognuno dei carcerati.
Eppure verso di lui Jules Bonneau sente sorgere un inaspettato senso di pietà e protezione, benché faccia di tutto per soffocarlo, perché in quel luogo infernale non puoi permetterti alcuna emozione o empatia, che è sinonimo di debolezza.

Ma in quella sera del 27 agosto 1934 i ragazzi in mensa si ribellano alle guardie carcerarie e scatenano un putiferio che porterà ben cinquantasei di loro - tra cui Jules e Camille - ad evadere dalla colonia. 

Mentre scatta la caccia agli adolescenti - operazione che vede impegnati non soltanto le guardie e i gendarmi, ma pure abitanti e turisti di Haute-Boulogne, spinti dalla promessa di una ricompensa in danaro (venti franchi per ogni fuggiasco acciuffato e riconsegnato) -, Jules si ritrova a nascondersi e scappare in quella landa aspra e desolata che è al di fuori della prigione e ad accompagnarlo c'è Camille, gentile, coraggioso, leale, propositivo e convinto che... ce la possono fare a non farsi prendere!

Ma il piano avventuroso non procede secondo i desideri e le speranze, e in poco tempo tutti vengono catturati. 

Tutti tranne uno: il 56esimo evaso.
Jules Bonneau, appunto. 

Nella realtà - così come ha scoperto Chalandon, documentandosi -, sull'evaso mai ricatturato girarono poi un sacco di voci ed ipotesi su che fine avesse fatto; ebbene, l'autore immagina per noi un'identità per il 56esimo evaso e una storia al di là di quelle mura carcerarie.

Impariamo da subito a conoscere il protagonista attraverso il racconto che egli fa del proprio passato, della propria famiglia e della propria vita a Belle-Île-en-Mer.

Il suo soprannome è Tigna perché in quel posto maledetto Jules impara a farsi rispettare e temere, guadagnandosi questo soprannome: l'obiettivo ogni mattina fino a sera è sopravvivere a una realtà crudele, feroce, dominata da prevaricazioni, vessazioni e ingiustizie

"Tigna è la mia matricola e la mia rabbia. Il mio campo dell'onore".

Jules sogna di diventare marinaio e intanto, dentro di sé, cova una rabbia cieca che fa fatica a contenere ma che gli è assolutamente necessaria per non soccombere alla solitudine, alla tristezza, alla paura, al dolore, alle privazioni, alle cattiverie, alle violenze.

"Bonneau non poteva tradire la Tigna. io non avevo diritto ai sentimenti. I sentimenti erano un oceano dove annegare. Qui dentro, per sopravvivere bisognava essere di pietra. Non un lamento, non una lacrima, non un urlo e nessun rimpianto. Anche quando avevi paura (...), quando l'oscurità disegnava il ricordo di tua madre in qualche recesso della memoria".

"Nessuno sa niente. Nessuno, mai, parlerà di questa solitudine. Di questa miseria. Dell'immensità di una notte senza un tetto sopra la testa. Della brina del mattino che imperla la giacca di un povero.".

Tigna sa di dover essere sempre in atteggiamento di attacco perché solo così può tentare di difendersi e non farsi schiacciare.
E sa di non avere amici in quel luogo squallido, di non potersi fidare realmente di nessuno, anche se poi, durante quelle ore di fuga nella notte, il piccolo e innocente Camille si rivelerà essere il primo vero amico per la diffidente Tigna.

Jules, quindi, è l'evaso non catturato.
Ma come fa a salvarsi, a nascondersi, avendo tutto il villaggio pronto a cercarlo e a dargli addosso per consegnarlo alla giustizia?


"...ferito e furibondo. Sarebbe stata lei, la mia rabbia, a guidare i miei passi e a condurmi (...). Lei, a illuminare la traversata nella notte. Lei, la mia rabbia, a liberarmi di quella maledetta isola. Volevo che le mie galosce lasciassero nella sua terra l'impronta della mia furia".

Grazie a scaltrezza, pazienza e non poca fortuna, ci riesce e deve ringraziare in particolare una persona: Ronan, il pescatore di sarde, l'anarchico che va contro le istituzioni e lo stato.

Nell'imbattersi in quel selvaggio spaventato e diffidente, Ronan è deciso a non denunciare: non ci tiene a intascare il prezzo di un ragazzino, ma anzi - senza che Jules capisca perché - si offre di coprirlo e di aiutarlo, prendendosene anche i rischi.
Rischi che è costretta a prendersi anche la di lui consorte, Sophie, che accetta suo malgrado di tenersi in casa un delinquentello che tutti ad Haute-Boulogne stanno cercando.

Quando incontra la moglie del pescatore, Jules si rende conto di conoscerla già e di averla incontrata più di una volta proprio a in prigione...

Cosa accadrà a Jules Bonneau, il cui destino è - che lo voglia o meno - nelle mani di una coppia di estranei, di cui non sa nulla ma della quale non ha altra scelta che fidarsi?

Per uno come lui, cresciuto a pane e abbandoni, assenze, miserie e percosse, dare fiducia a un altro essere umano è tutt'altro che semplice.

"Io non ero mai stato accarezzato, rassicurato, consolato. Sin dall'infanzia, la mia sofferenza era stata solitaria e brutale."

Intelligente e consapevole della propria natura, Jules non esita a definirsi una canaglia; egli non cerca di impietosire il suo "salvatore", non lo prega, non piange, non supplica: lui è una Tigna, uno cresciuto  senza padre, senza madre, senza niente di tutto ciò che rende umani.
E sa di essere una furia vivente e a questa rabbia impetuosa non vuole, non può e non deve rinunciare perché è lei la sua garanzia per restare vivo.

A cosa porterà l'incontro tra questi tre esseri umani che, ad unirsi, hanno più da perdere che da guadagnarci?


Ciò che Chalandon ci racconta, in questo romanzo, non è una semplice avventura in stile "fuga da Alcatraz" e non è neanche (solo) la denuncia delle drammatiche e terribili condizioni in cui sono costretti a vivere i minori affidati a certi riformatori (cosa che mi ha ricordato, ad es, il film "Sleepers"): il dopo evasione si sofferma sull'evoluzione di Jules, sulla sua maturazione umana, sulle sfide che è chiamato ad affrontare e che lo costringeranno a interrogarsi su sé stesso e sul prossimo.

Jules è un ragazzo che non ha conosciuto amore, baci e carezze, protezione, sicurezza, cura, comprensione, amicizia...; il suo giovane bagaglio d'esperienza è pieno di fatti e vicende intrisi di dolore, angoscia, solitudine, sfiducia, pugni e schiaffi, rabbia, crudeltà.

Quanto può essere difficile per una persona con una tale vissuto affidare la propria vita a uno sconosciuto?

Eppure, anche per lui potrebbe essere arrivato il momento di aggiungere un'altra esperienza al proprio background: nel mondo ci sono persone semplicemente buone, altruiste, mosse da valori e principi che le rendono degne di fiducia e rispetto.

Non è facile tenere a bada la Tigna, sempre pronta a riapparire e a guidare Jules a reagire con aggressività e rabbia.
Del resto, le delusioni sono dietro l'angolo perché i suoi aiutanti non sono perfetti, sono esseri umani anch'essi, con le proprie debolezze, i propri errori, le proprie idee, e può succedere di non capire il perché di certe scelte, azioni, comportamenti.

Jules dovrà imparare a liberarsi della furia che finora gli ha permesso di sopravvivere in una realtà deviata, malvagia, ingrata, e accogliere l'idea che sia possibile vivere diversamente, che può circondarsi di persone perbene, che se alzano una mano su di lui non è per dargli un ceffone ma un'amichevole pacca sulla spalla, che ridono con lui e non di lui, che sono pronte a confidargli segreti e fragilità perché sanno che egli non le tradirà.

Il lettore assiste, curioso e anche un po' commosso, alla crescita umana ed emotiva del protagonista che, pian piano e non senza dubbi e turbamenti, sarà chiamato a decidere quale natura far predominare di sé, se credere che c'è speranza anche per una Tigna come lui di uscire fuori dall'isola di rancori e infelicità in cui è cresciuto e di andare incontro a un destino differente da quello che altri erano pronti a scrivere per lui.

Questo romanzo di Chalandon mi è piaciuto molto e mi ha suscitato molte emozioni durante la lettura, cosa inevitabile perché tra queste pagine vengono narrati episodi di violenza, vessazioni, brutalità nei confronti di ragazzini che già provengono da famiglie disagiate, e in più si ritrovano a dover subire di tutto là dove, invece, dovrebbero ricevere aiuto, educazione e l'opportunità di cambiare, migliorare e scegliere una vita onesta e non criminale.

Ci si affeziona a Jules nonostante lui faccia di tutto per rendersi detestabile, mostrandoci il lato di sé più cinico e disilluso, ma il lettore si pone al fianco di Ronan e accoglie quella rabbia, la comprende e la guarda da vicino non per giudicarla ma per incanalarla, per offrirle nuove opportunità e speranze.

Bello, lo consiglio; il mio primo incontro con Chalandon è assolutamente positivo e conto di conoscerlo ancora meglio attraverso altri suoi scritti.


sabato 29 marzo 2025

[ Storie dietro storie ] Dietro le pagine di "La furia" di Sorj Chalandon



La prossima recensione che pubblicherò a breve ha a che fare con un luogo e una storia reali, sebbene i personaggi e le dinamiche che li vedono coinvolti siano opera della fantasia dell'autore.

Sto parlando del romanzo del giornalista francese Sorj Chalandon, La furia (Guanda Ed.).

In questo libro (L'enragé), Chalandon racconta la storia della fuga di un adolescente (che nel romanzo si chiama Jules Bonneau) rinchiuso in un istituto penale educativo Belle-Ile-en-Mer (a Haute Boulogne), negli anni '30.

Il protagonista riesce ad evadere dalla colonia in seguito ad una rivolta in cui sono coinvolti oltre cinquanta "detenuti" come lui.

Il fatto (nel romanzo come nella realtà) accadde nell'agosto 1934, quando i ragazzi della colonia si ribellarono alle guardie e ai sorveglianti - in seguito all'ennesimo episodio brutale di maltrattamento verso un giovanissimo ospite della struttura - e diedero vita a quella che fu denominata la “Rivolta dei bambini”.

In quella ribellione feroce, i ragazzi distrussero mobili, scavalcarono muri e fuggirono per le campagne nei dintorni della prigione.
Erano in cinquantasei e sulle loro tracce si misero non solo le guardie ma anche gli abitanti di Belle-Île, i turisti addirittura e, ovviamente, la gendarmeria.

Dopo ore di ricerche, i giovani evasi furono catturati e riportati a Haute-Boulogne, dove furono sottoposti a terribili punizioni...
Uno soltanto di essi pare che non fu mai acciuffato: il 56esimo evaso.
E proprio su di lui, Chalandon - svestendo per un po' i panni di giornalista e indossando quelli di romanziere - inventa una storia immaginando il dopo la fuga.


Di quei fatti, a quel tempo, ne parlarono tanti giornalisti, sensibili all'argomento dei maltrattamenti e delle torture che i ragazzini rinchiusi nella penale erano costretti a subire, e lo stesso poeta Jacques Prévert scrisse la poesia "Caccia all'adolescente" (La Chasse à l'enfant), che rendeva omaggio a un prigioniero annegato durante il tentativo di fuga (il famigerato 56esimo). 


Brevi informazioni storiche

La colonia penale di Belle-Ile-en-Mer ha ospitato minori dal 1880 al 1977; prima del 1880, la struttura era una prigione politica, per poi essere convertita dal nuovo direttore, Edouard Périer de la Hitolle, in una colonia penale per minorenni delinquenti, a scopo marittimo e agricolo.

Nella colonia vi erano sia giovani detenuti assolti (ma comunque non restituiti ai genitori) per aver agito "senza discernimento", sia giovani condannati a pene detentive da 6 mesi a 2 anni. 

Nei primi tempi, nelle baracche di Haute-Boulogne viveva un centinaio di ragazzi dagli otto ai vent'anni; nel 1897 si stima che ci fossero ben 400 ospiti.
L'età era variabile: potevano esserci adolescenti tra i 14 e i 18 anni, come anche decine di 12-13enni; ad accomunare la stragrande maggioranza di loro era la provenienza da contesti di indigenza e da famiglie che oggi definiamo "disfunzionali". 

Erano ragazzi con alle spalle storie di povertà, abbandono, con un'infanzia infelice, passata più che altro nelle strade dei quartieri più miseri; spesso analfabeti, tanti di loro venivano internati anche per reati minori o per vagabondaggio.

Bisogna aspettare il secondo dopoguerra perchè qualcosa inizi a cambiare nella concezione di questi istituti rieducativi per minori e affinché venga sancito il primato dell'istruzione sulla repressione.

Nel 1977 vi è la chiusura definitiva degli stabilimenti Haute-Boulogne.






Cosa ha ispirato Chalandon nella stesura del libro?

Come egli stesso ha dichiarato, c'è molto di sé e del proprio vissuto in questo romanzo e in Jules Bonneau, il protagonista.

Durante la sua infanzia, Sorj è stato un figlio picchiato e costantemente minacciato dal padre di finire in  riformatorio se solo avesse preso un brutto voto o commesso errori di qualsiasi genere (anche rovesciare un bicchiere).
Si può ben dire che la parola "riformatorio" abbia ossessionato gli anni della sua infanzia.

Nella casa in cui è cresciuto non c'era una vasta biblioteca di famiglia, anzi: c'erano più che altro libri sulle SS e su Hitler. 
Sorj, spinto dalla voglia di leggere altro, si recava di nascosto in biblioteca e lì lesse diversi libri sul tema del maltrattamento dei minori, scoprendo che, nel corso dei secoli, c'è sempre stato qualche bambino che gli somigliava, che era stato picchiato e trattato male dagli adulti. 

Pur non essendo mai stato in riformatorio, sapeva che esistevano questi luoghi attraverso la bocca del padre e attraverso la letteratura.

Nel 1977, mentre lavorava al quotidiano Libération, seppe della chiusura del centro educativo (?) di Belle-Île-En-mer, che tra l'altro era uno dei centri menzionati dal padre quando lo  minacciava di chiuderlo in un penitenziario per minori.

Non decise immediatamente di scrivere un pezzo sul giornale per cui lavorava per parlare della colonia di Belle-Ile che stava chiudendo, in quanto avrebbe dovuto prima spiegare cosa fosse e perché fosse importante parlarne.
Ma quando più tardi andò in vacanza proprio in quei luoghi, fu come se le voci dei ragazzi gli chiedessero di non dimenticarli.

Quando capì che era arrivato il momento di documentarsi, scoprì che gli archivi della prigione erano andati praticamente distrutti a causa di un incendio nel 1959. 
Non restava che attingere alla stampa dell'epoca, e fu così che si imbattè nella rivolta del 1934 e nella notizia che in 56 fuggirono ma in 55 furono catturati. 
E il 56°? 

Su di lui le notizie si facevano via via più confuse ed è in quel "buco" che si inserisce Chalandon, che pensò: "Papà, volevi che andassi in un riformatorio? Beh, ci andrò!".
E vi entrò attraverso il suo protagonista, Jules Bonneau.

 

Sorj Chalandon è nato nel 1952. È stato per trent’anni corrispondente e giornalista per «Libération», prima di entrare nella squadra di «Le Canard Enchaîné». Ha coperto i maggiori conflitti del secolo scorso, dal Libano all’Afghanistan. Con suoi reportage sull’Irlanda del Nord e il processo di Klaus Barbie si è aggiudicato il Prix Albert-Londres nel 1988. Tra i suoi romanzi precedenti Il mio traditore (Mondadori, 2009), Chiederò perdono ai sogni (Grand Prix du Roman de l’Académie française; Keller, 2014), La quarta parete (Prix Goncourt des lycéens, Premio Terzani; Keller, 2016), La professione del padre (Keller, 2019). Le sue opere sono state tradotte in numerosi Paesi.

LA COLONIA PENALE
di Belle-Île-en-Mer

(Archivi dipartimentali del Morbihan, 9 Fi 154/259)



Refettorio della Casa di Sorveglianza 
di Belle-Île-en-Mer, 1930
 (© Henri Manuel - Biblioteca digitale ÉNAP)




venerdì 28 marzo 2025

Dal 1° aprile in libreria: DIMMI CHE NON VUOI MORIRE di Stefania Crepaldi

 

Buon pomeriggio, cari lettori.

Oggi desidero segnalarvi un'anteprima: è in uscita, tra pochi giorni, il nuovo romanzo di Stefania Crepaldi, DIMMI CHE NON VUOI MORIRE.

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Mescolando le atmosfere cupe del noir con quelle brillanti della commedia, Stefania Crepaldi costruisce un'indagine ricca di sorprese che ha come oggetto i contrasti, le speranze, le insicurezze che accompagnano chiunque cerchi di dare una direzione alla propria esistenza.


Sinossi
Salani Ed.
304 pp
16 euro


Chioggia. Mentre la nebbia, con tempismo perfetto, invade la laguna nella notte di Halloween, Fortunata è china su un cadavere.
Nessun macabro scherzo però, è soltanto il suo lavoro: sta truccando il viso di un'anziana signora per il funerale che si terrà di lì a poche ore.

A dire il vero la ragazza ha sempre desiderato un destino diverso, magari come pasticciera o come cuoca in un grande ristorante, ma suo padre ha bisogno di lei nell'impresa funebre di famiglia e farebbe qualunque cosa pur di rimandare i sogni della figlia.
Il giorno dopo, Fortunata riceve una chiamata d'urgenza. Il suo padrino Dante Braghin, colonnello della Guardia di Finanza, deve darle due notizie.

La prima: c'è una giovane donna, soffocata nell'incendio di una fabbrica, e vorrebbe che fosse lei a occuparsi del trasporto in ospedale.
La seconda, ben peggiore: il loro comune amico, l'agente Vito Sabelli, l'uomo che più volte le ha spezzato il cuore, è di nuovo operativo.

Sono i segni inequivocabili che altre disgrazie stanno per scombussolarle la vita, quando il suo unico desiderio sarebbe quello di sfornare pasticcini e rendere felici gli altri.



Altri romanzi con protagonista Fortunata:

1. Di morte e d'amore: La prima indagine di Fortunata, tanatoesteta (2022) RECENSIONE

2. Morire ti fa bella (2023)
 

L'autrice.
Stefania Crepaldi è da dieci anni editor freelance di narrativa. Dirige l'agenzia letteraria Editor Romanzi e la scuola online di scrittura LabScrittore. Ha scritto diversi libri di narratologia. Ha vinto il concorso letterario IoScrittore. Ha creato la serie letteraria di Fortunata, la tanatoesteta. Del primo romanzo della serie, edita da Salani Editore, sono stati opzionati i diritti per la realizzazione di una serie TV.

giovedì 27 marzo 2025

L'ARTE DELLA GIOIA - miniserie tv [ RECENSIONE ]

 

Buonasera, lettori.

Il post di oggi non è dedicato ai libri bensì a una serie tv che ho visto recentemente.


L'ARTE DELLA GIOIA


Regia: Valeria Golino.

Spregiudicata, ammaliatrice, sensuale, voluttuosa, conturbante, manipolatrice, indipendente, sfacciata, testarda, determinata, ambigua...: Modesta (Tecla Insolia) è, modestamente, questo ed altro ancora.

Nata il primo giorno del primo mese del 1900 in una famiglia siciliana poverissima, cresciuta da una madre brusca e severa (pronta ad incatenarla al muro pur di provare a "raddrizzare" quella figlioletta ribelle, disubbidiente e sfrontata) e con una sorella disabile, Modesta viene su come un animaletto selvatico, pronta a seguire, sin da bambina, unicamente una strada: quella della propria volontà, a sua volta guidata dai sensi, dalla costante e famelica ricerca del piacere.

Modesta è una piccola donna che va incontro al proprio destino senza mai abbassare la testa e, se sembra chinarla, è solo per convenienza, perché in realtà sta architettando qualcosa per liberarsi da qualsiasi forma di giogo, di dipendenza dagli altri ed ottenere ciò che desidera.

Lei non è fatta per essere incatenata da regole, convenzioni, obblighi, stereotipi: è uno spirito libero e la ricerca e l'affermazione della propria libertà saranno gli obiettivi ultimi di ogni sua decisione, da quelle (apparentemente) prese in modo istintivo (costretta dalle circostanze avverse) a quelle ragionate e orchestrate.

Dopo aver subito da bambina un abuso sessuale ed essere rimasta (nella medesima, drammatica situazione) sola al mondo, viene raccolta e accolta presso un convento di suore con suor Leonora Brandiforti (J. Trinca) quale madre superiora.

Modesta cresce nel convento, venendo ovviamente avviata a una vita consacrata a Dio, tra preghiere, digiuni, punizioni corporali autoinflitte per disciplinare lo spirito e tenere lontane le tentazioni, in mezzo a novizie e sorelle giovani e anziane.

Ma su tutte, spicca lei, suor Leonora: ancora giovane e bella, ha un atteggiamento dolce e paziente e prende a cuore la piccola e selvaggia Modesta, intuendo il grandissimo bisogno di affetto e di vicinanza fisica ed emotiva che la divora, nonché la spiccata intelligenza, e così Modesta diventa presto la sua preferita, con la quale Leonora ama trascorrere il tempo, coccolandola, aiutandola a studiare, educandola nei buoni principi cristiani., con la speranza che un giorno la giovanetta, crescendo, prenda i voti.

Ma non basta un velo o un rosario tra le mani per diventare spose di Cristo; Modesta avrà pure il vestito severo e triste da novizia, la "scuffietta" candida in testa a nasconderle la bella chioma bruna, lo sguardo umile e gli occhi bassi... ma non è "suora dentro".

Dentro le arde una fiamma che non è quella della fede, dello Spirito Santo, bensì la fiamma del piacere, della gioia di vivere e di farlo intensamente, con tutta se stessa e traendone il massimo del godimento e del profitto personale.

Con gli anni, Modesta diventa una giovinetta carina e sveglia, consapevole di poter raggiungere i propri scopi attraverso una falsa e calcolata accondiscendenza, attraverso i propri sorrisi seducenti e rivolge verso suor Leonora tutto il proprio amore romantico e sensuale, finendo per cercare di sedurla, convinta che anche l'altra provi per lei i medesimi slanci affettivi e fisici.

Ma Eleonora vede in Modesta una tentazione che viene dal maligno per allontanarla dalla retta via, così decide di allentare i rapporti (fino a quel momento molto stretti e confidenziali) con la sua protetta.

L'incrinarsi di questo legame sarà l'inizio di una serie di decisioni ed azioni da parte di Modesta non prove di conseguenze drammatiche, che l'allontaneranno dal convento per condurla nella dimora dei Brandiforti, la famiglia di Leonora.

Tra le mura di questa villa tanto grande quanto tetra e cupa, Modesta si ritroverà via via al centro di dinamiche e legami ambigui, di torbidi segreti e di trame scaltre da lei stessa ordite, con lo scopo di diventare un elemento indispensabile per la nobile famiglia che l'ha accolta.

La padrona di casa è la mamma di Leonora, la principessa Gaia Brandiforti (V.Bruni Tedeschi), una donna dalla personalità forte, autoritaria ma con non poche fragilità e picchi di isteria, che vengono fuori quando si vede contraddetta o disobbedita.

Tiene sotto scacco tutti, in casa, a cominciare dalla figlia Beatrice (A. Noce), una ragazza molto carina e dolce, che s'invaghisce - ricambiata - di Modesta; Beatrice è succube della principessa, che la tiene reclusa dentro casa e non le permette di avere una vita sociale, convinta che nessuno vorrà mai sposare la ragazza a causa della sua zoppia.

Modesta si presenta inizialmente come una fanciulla dall'animo candido, timida e inesperta, abituata a giornate di privazioni e preghiere, ma questa "recita" le serve solo per entrare sempre più in profondità nella famiglia, così da conoscerne le dinamiche, le verità inconfessate e tentare di prendere le redini del palazzo in mano.


La miniserie (la prima stagione è composta da sei episodi) è l'adattamento televisivo del romanzo omonimo di Goliarda Sapienza, pubblicato integralmente nel 1998, dopo la morte della scrittrice.

È una serie fatta davvero molto bene, bella in ogni suo aspetto (cast, fotografia, costumi...) , che rapisce lo spettatore dal primo momento; Modesta è una protagonista ricca di fascino per le sue innumerevoli sfaccettature: intriga e desta addirittura ammirazione nonostante sappia essere crudele, cinica, capace di compiere i gesti più malvagi pur di uscirne vittoriosa, di non farsi rovinare i piani da scomodi imprevisti; Modesta seduce, uccide, manipola, inganna..., è una vera e propria antieroina che respinge e attrae allo stesso tempo, in quanto la sua personalità è talmente travolgente, lei è così testarda, scaltra, libera, da ammaliare lo spettatore, che finisce per subirne il fascino provocante.

La Insolia è bravissima nell'esprimere e nell'incarnare la complessità della protagonista, nel restituircene tutta la gamma di emozioni, stati d'animo e intenzioni: Modesta sa essere dolce, paziente, tenera, obbediente, ma anche provocatrice, sicura di sé e del proprio potere seduttivo, diabolica e generosa, ma soprattutto sempre intenzionata a mettere al centro i propri desideri e il continuo ricercare la propria gioia in ogni cosa che fa.

Modesta è padrona della propria sessualità. del proprio corpo, ne dispone come e con chi vuole, va oltre pregiudizi e schemi sociali, è straordinariamente contemporanea nel suo essere emancipata e consapevole della propria femminilità.

Il mio parere su quest'opera della Golino non può che essere positivo.

lunedì 24 marzo 2025

[ Recensione ] SPLENDEVA L'INNOCENZA di Roberto Camurri



Con delicatezza e semplicità, in un'atmosfera che resta, dalla prima all'ultima pagina, intrisa di una struggente nostalgia, Camurri ci racconta una storia di amicizia amore e ideali, in cui ritroviamo la tenerezza e la passione del primo amore, l'allegra spensieratezza della gioventù, la forza di un'amicizia sincera che travalica gli anni e il passaggio all'età adulta, il peso di colpe per le quali non ci si è ancora perdonati e quella scomoda sensazione di essere intrappolati nel passato e di non aver ancora imparato a vivere appieno il presente.



SPLENDEVA L'INNOCENZA 
di Roberto Camurri


NN Editori
192 pp
Siamo a Monterosso, nelle Cinque Terre, dove "la paura dell'alluvione non passa mai" ma questo non ha impedito alla comunità di risollevarsi dopo una calamità naturale, di ritornare a vivere e di mettersi al passo coi tempi.
Solo il bar di Luca è rimasto uguale a quando lo gestiva suo padre: una sorta di ritrovo per nostalgici, cristallizzato nel tempo e sopravvissuto al suo naturale processo di usura e cambiamento.

Ma Luca è contento così: a quarant'anni non ha alcuna voglia di modernizzare il proprio locale perché è tra quelle mura, tra quei tavoli di plastica rovinati, che  trova la propria pace.

"È anche per questo che Luca continua a mantenere il bar così anacronistico. Si rende conto che è un rifugio, un posto adatto a chi vive ai margini, a chi non riesce a integrarsi nella contemporaneità. Un luogo privo di giudizio."

Del resto, se c'è una condizione che connota la sua esistenza è proprio la tendenza all'immobilità, all'abitudinarietà, al corazzarsi dietro gesti, atti, posti, compagnie... che sono sempre gli stessi e che lo proteggono dal caos che c'è fuori.

Luca con il caos  e la confusione non è mai andato d'accordo, eppure c'è stato un momento in cui ci si è infilato mani e piedi nella baraonda di persone - sia giovani come lui che più mature - pronte a far sentire la propria voce con "l’ambizione di voler fare qualcosa per questo mondo che stava prendendo una direzione sbagliata"

Cambiare il mondo con la forza delle proprie idee e di animate proteste nelle piazze.

Ma questo è stato molto tempo fa, più precisamente nel 2001, quando Luca non aveva neppure vent'anni e amava divertirsi con i suoi due più cari amici - quelli di una vita, che ci sono da sempre e ancora oggi -, Pietro ed Alessio; quando il suo cuore e il suo corpo sussurravano un unico nome: Valentina.

Valentina è stato l'amore di gioventù: bella, solare, piena di vita ed energie, sensibile a tematiche sociali e politiche.
Valentina, che era accanto e sopra di lui ma allo stesso tempo irraggiungibile, inafferrabile.
Vicino a quella ragazza senza inibizioni e dolcemente sfrontata, Luca si sentiva inadeguato, come se non fosse alla sua altezza.

Ed è con Valentina e con lo scanzonato Alessio che, in quell'estate del 2001, Luca decide di andare a Genova in occasione del G8, per dare il proprio contributo in modo concreto partecipando al corteo di giovani e meno giovani, uniti dalla comune speranza di creare "un sistema equosolidale, di fratellanza tra i popoli, in pace con la natura e l’ambiente."


La narrazione del presente si alterna a quella del passato (estate 2001), così che passiamo dal conoscere Luca adulto a quello di oltre vent'anni prima, alle prese con il primo amore e i drammatici fatti del G8 di Genova, che credo in tanti non abbiamo mai dimenticato.

Nel presente, Luca vive le proprie giornate senza grossi slanci, impegnato con il bar e con una donna - Giulia - con la quale ha una relazione instabile, che vede lei andare e venire da casa di lui senza mai che questo rapporto diventi più definito, chiaro e duraturo.
Ma all'uomo sta bene così: i tanti flashback ci fanno capire come egli per primo non riesca (e non voglia?) investire in una relazione seria perché la verità è che non ha mai dimenticato Valentina, nonostante ella sia scomparsa da anni dalla sua vita e sia legata ad un episodio del passato che è poi il fulcro dell'indefinibile malessere che affligge Luca.

"Negli anni si è costruito una vita a prova di emozioni, una routine che lo tiene al riparo dalla sofferenza, dal caos emotivo, dalle aspettative e dalle speranze. Ha lavorato di cazzuola e cemento per costruirsi una difesa insormontabile, una roccaforte di apatia da cui si concedeva di uscire soltanto quando Alessio aveva bisogno di lui",

E Alessio ha di sovente bisogno dei suoi amici, Pietro e Luca; ma se il primo (l'unico fra loro tre ad essersi sposato) non sempre viene coinvolto nei guai di Alessio, ad esserci sempre è il pacato e razionale Luca, che non si stanca di correre dietro all'amico quando questi perde sé stesso a causa dell'abuso di alcol e droga.

A spingerlo ad aiutarlo non è soltanto l'affetto verso Alessio, ma anche qualcos'altro: un vecchio senso di colpa nei suoi confronti, che affonda le proprie radici in quell'estate 2001, in cui accaddero molte cose...


Splendeva l'innocenza è un romanzo che scorre placido per la maggior parte della narrazione, che trae la propria potenza narrativa non tanto e non solo dalle vicissitudini che coinvolgono i personaggi quanto dalla capacità dell'autore di prendere per mano, con estrema naturalezza e con un linguaggio semplice e asciutto, il lettore e indirizzarlo lungo quel sentiero che intraprende il protagonista: un sentiero contrassegnato dai ricordi.

Ricordi di parole, di risate e scherzi con gli amici; di attese trepidanti e ansiose alla stazione, di timidi sorrisi e gesti imbarazzati al cospetto dell'esuberante Valentina; di discorsi impegnativi su temi sociali importanti e su cui Luca - prima di Valentina - non aveva mai riflettuto.

Ma su tutti, i ricordi di quella giornata a Genova: la gioia della manifestazione prima che la piazza esplodesse e si verificassero i fatti sanguinosi che conosciamo.

Quel giorno è diventato una sorta di spartiacque nella memoria di Luca,  che "continua a muoversi in avanti con lo sguardo rivolto all’indietro".

Sarebbe stato più logico e saggio per lui lasciarsi il passato alle spalle in quanto ancorarsi con ostinazione a ciò che è stato è del tutto improduttivo, inutile e frena ogni volontà di diventare responsabili, di fare i conti con sé stessi, con quello che si è realizzato, con il tipo di persona che si è diventati.

Cosa c'è nel passato di Luca - e nel ricordo che ne ha - che lo blocca, che gli toglie serenità?
Tornare a quel punto di rottura è essenziale per fare pace con sé stesso e riuscire finalmente a non voltarsi più indietro ma a vivere il presente con lo sguardo rivolto al domani.


È un romanzo di cui ho apprezzato molto la scrittura (immediata e lineare, prima di fronzoli ma anche molto profonda), il potere della memoria e dei ricordi, il conseguente sentimento di nostalgia che pervade la narrazione e l'importanza della dimensione introspettiva, delle relazioni umane, delle fragilità, contraddizioni, paure, rimpianti e rimorsi del protagonista, che è un uomo semplice e complesso insieme, e nelle cui insicurezze e malinconie molti lettori si possono rispecchiare.

È stato il primo romanzo che ho letto di Roberto Camurri e credo che leggerò altro di suo.

martedì 18 marzo 2025

Recensione || I TITOLI DI CODA DI UNA VITA INSIEME di Diego De Silva



Quali sono - se ci sono - le parole giuste per descrivere una grande storia d'amore quando ormai è giunta al termine?
Fosco ed Alice si sono amati tanto e sono ad un passo dal dirsi addio.
Ciascuno si racconta con parole proprie, toccando fili che nessun atto giudiziario potrà mai anche solo sfiorare.


I TITOLI DI CODA DI UNA VITA INSIEME 
di Diego De Silva 



Einaudi
284 pp

"Se c’è una colpa che mi addosso, per gli ultimi tre anni soprattutto, è di aver finto di non capire che fra noi stava finendo. Colpa, non errore. L’errore è ignorante, inesperto o distratto. La colpa sa. Sapere e permettere: quello è colpa. Ho colpa di essere scappato mentre l’amore si sfaldava."

Fosco Donnarumma lo sa che con sua moglie Alice è ormai al capolinea.
Eppure i due vivono ancora insieme e condividono ogni spazio della casa in cui hanno vissuto insieme anni felici con il figlio Cristiano. 
Letto compreso.
Si può dormire insieme e non amarsi più?

Si può. 
Anche se in realtà non sarebbe corretto dire che Fosco non ami più Alice e viceversa.
L'amore non è evaporato come ghiaccio al sole, però evidentemente si è trasformato in un sentimento che non è più il motore sufficiente a far camminare e tenere in vita il loro matrimonio.

Marito e moglie si rivolgono entrambi agli avvocati; se Alice sceglie un'avvocata di grido, famosa anche per la sua presenza nei salotti televisivi, oltre che per essere battagliera e determinata, Fosco si affida all'amico di sempre, il buon Marco Barbirotti, il quale non solo gli prepara atti giuridici ma si offre per ascoltarlo e consigliarlo come fa un amico.

Il lettore ha modo, proseguendo di capitolo in capitolo, di entrare nelle vite dei protagonisti, di ascoltare dalle loro voci il racconto di questo amore che sta capitolando, anzi, è già capitolato.
Ma lasciarsi definitivamente, veder andar via l'altro con una misera valigia in mano in cui sono state infilate, in fretta e furia, le cose fondamentali, è meno semplice e meno liberatorio, di quanto sembri, a parole o col pensiero.

La verità è che la frattura che si è creata tra marito e moglie fa soffrire entrambi ed è lontana dall' essere risanata. 

Alice prova a parlare con Fosco della loro situazione, a farsi dare risposte, a fargli notare errori, distrazioni tutt'altro che irrilevanti, mancanze, parole non dette, ma lui sminuisce, glissa, ironizza, sembra non essere mai pronto a quel confronto con la moglie che li porterebbe dritti verso la soluzione.
Lasciarsi, punto.

E invece tutti e due si lasciano travolgere - e, con essi, il lettore - da un vortice di parole più o meno giuste o più o meno sbagliate, da abbracci notturni che rivelano un gran bisogno di tenerezza e vicinanza fisica e che ricordano come, anche se l'affetto non è svanito, esso comunque non basta a riaccendere la fiamma dell'amore, perché i silenzi, le spalle voltate e le porte sbattute sono altrettanto forti.

Allora, se non siamo in grado di dircele come dovremmo, chiediamo aiuto agli avvocati, con le loro lettere e i loro ricorsi, con il loro linguaggio formale e burocratico. Forse sapranno trovare i termini giusti per descrivere la fine di questo amore per 
per mettere nero su bianco i "titoli di cosa di una vita insieme"?

– E i titoli di coda? – chiede.
– Li stiamo scrivendo, non vedi? Sono già questi, i titoli di coda.


E così assistiamo alle due opposte posizioni dei coniugi in fase di separazione: Alice aspira a una conclusione più drammatica, come se renderla ufficiale e sostenuta da parole forti e nette, desse dignità e sostanza al loro grande amore, di cui sono rimaste le macerie, le ferite. 
Sia lei che il suo avvocato cercano il conflitto, la separazione davanti al giudice con contorni evidenti, raccontati con passione, sull'onda di recriminazioni e accuse sulle mancanze e le colpe dell'altro.

Al contrario, Fosco è quasi indifferente,  ha un atteggiamento passivo, arrendevole, non accusa di nulla la moglie e subisce ogni attacco, adeguandosi ad ogni sua richiesta e condizione. 

Ma essi stessi si rendono conto che i documenti in cui i legali tentano di ridurre il loro matrimonio sono mortificanti e, in realtà, non rendono neanche lontanamente l'idea di ciò che è stata la loro vita insieme. 

Ma allora come fare per trovare le parole giuste e per riscrivere con una dignità diversa i titoli di coda della loro storia?

Fosco ed Alice decidono di ritirarsi in una casa amata, tra i fantasmi dal passato e di quella felicità tradita, rivedendo persone che hanno accompagnato gli anni felici dell’infanzia di Fosco e, più tardi, quelli con Alice.

Trovarsi lì, in quella casa, diventa un modo per attraversare insieme il viale dei rimpianti fino a esaurire ogni sofferenza, per estrarre dalle macerie del tempo ciò che rimane vivo e trovare la forza di affrontare l'inevitabile anche quando ci si vorrebbe arrestare perché si ha paura.

In questo romanzo Diego De Silva si sofferma sulla coppia, in particolare su quei meccanismi, pensieri, timori, speranze, illusioni, su tutta la gamma di emozioni e sentimenti che possono accompagnare due persone che si vogliono ancora bene ma che, allo stesso tempo, non riescono e non sanno più come fare per continuare ad essere una coppia.
Una coppia che, in realtà, "s'è già lasciata" ma non sa dirselo, perché dirselo fa soffrire troppo e così procrastinano, "allungano il brodo" per tener lontano il dolore - quello tagliente, lacerante ed inevitabile - che accompagna la separazione definitiva.

È senza dubbio un testo per lo più scorrevole, forse un po' lento in alcuni passaggi, in cui la parte narrativa è arricchita da molte considerazioni e riflessioni, diverse delle quali sicuramente profonde.

Nonostante si racconti di un amore naufragato, i toni sono leggeri (senza essere superficiali) ed ironici, il punto di vista dei due si alterna e così di ciascuno dei due protagonisti possiamo conoscere le speranze, le delusioni, le felicità sepolte, il complicato groviglio di sentimenti che nutrono l'uno verso l'altra e verso la fine de loro amore.

Attraverso Alice e Fosco, il lettore ha modo di riflettere e farsi domande sull'amore, sui rapporti di coppia e su ciò che può "rovinarli" (abitudinarietà, assenza di dialogo, timore di affrontare i problemi, ignorare/trascurare le esigenze dell'altro, minimizzare le difficoltà, le richieste di aiuto ecc...) in un'ottica mai pesante (da seduta psicoterapeutica di coppia, per intenderci) ma con la giusta dose di sensibilità mista a una sfumatura agrodolce e malinconica.

Complessivamente, mi è piaciuto.



CITAZIONI

"...l’abitudine è un segreto di Pulcinella, è il tappeto sotto cui nascondiamo la polvere dei rapporti finiti, basta semplicemente sollevarlo, con intenzione o per inciampo (il piú delle volte è inciampando che si smuovono le cose)."

"L’amore è intelligente, e sa aspettare. Con gli anni ho imparato ad ascoltarlo, e ho capito che la sa piú lunga di me. Soprattutto, l’amore non è orgoglioso. Accetta il dolore, se lo considera un giusto prezzo. Certo, è tanto bello il tempo in cui si scrive a quattro mani la stessa storia, uniformando la prosa, dandole ritmo, profondità e leggerezza".

"Ma chi soffre e non lo dice, chi convive con un dolore che non passa (un dolore che ti segue con la fedeltà di un cane, che prende le tue abitudini e t’impone le sue, che ti cambia nell’intimo e anche nell’aspetto: non sorridi come una volta, anzi non sorridi piú, tendi le labbra, volti sempre un po’ la testa perché non ti guardino negli occhi), prova un sentimento che non aspira all’uguaglianza, che rifugge dalla classificazione".

"Con gli anni mi sembra di aver capito che il carattere di una persona è fatto soprattutto di insistenze. Medie e piccole maniacalità da cui siamo abitati o sopraffatti, che ci rendono molto piú comuni di quanto pensiamo di essere."

"È quella la solitudine, non vuoto ma mancanza, non trovare piú la mano nel buio che ti tiene quando la cerchi. "

"...quel rimorso somigliava allo smarrimento degli amori perduti, lasciati andare alle prime avvisaglie di stanchezza, quando al senso di liberazione iniziale segue la vera solitudine, che è mancanza di uno e non di tutti (perché le persone sono infungibili, e non esistono vuoti colmabili)."

"...sono le minuzie che modellano la vita insieme. I piccoli gesti ricorrenti con cui disegniamo le parole nell’aria, i tic (che l’altro ben conosce e tollera oppure ama, se ti ama proprio tanto), le pause che ci prendiamo per ribattere, sono la punteggiatura della convivenza."

"...i libri danno una sensazione termica simile al calore, ma meno definita. Qualcosa che intuisci piú che sentire. Le case con i libri sono piú abitate di quelle senza libri. 
E piú vive".

«Dai dolori guariamo superandoli. Letteralmente: lasciandoceli alle spalle, voltandoci e scoprendo di aver messo abbastanza strada fra noi e loro, abbastanza da sentirci sicuri di non poter piú essere raggiunti».

«Aspetto la fine del mio sogno come il momento in cui mi volterò indietro e non vedrò piú, nemmeno sollevandomi sulle punte, quella casa che avevo e che ho perso».



mercoledì 12 marzo 2025

LA CASA di Michael McDowell (Blackwater III) [ RECENSIONE ]



È il 1928 e a Perdido prosegue la silenziosa e tesa lotta tra le due donne più influenti del clan Caskey: Mary-Love ed Elinor. 
Pur vivendo a venti metri di distanza, suocera e nuora non potrebbero essere più distanti; ad unirle indissolubilmente ci sono l'odio e la repulsione che provano l'una per l'altra e in questo aspro scontro tutto al femminile non potrà che uscirne rafforzata una sola di loro due.


LA CASA 
(Blackwater III)
di Michael McDowell




Neri Pozza
ed. E. Cantoni
256 pp
La vita dei membri della famiglia Caskey sta proseguendo apparentemente placida e tranquilla da qualche anno quando, a un certo punto, cominciano ad affacciarsi i primi problemi.

La cognata di James Caskey, Queenie, vive ormai serena con i tre figli nella sicura Perdido ma la sua pace viene stravolta dal ritorno del bruto e spietato marito, Carl, che pretende di vivere in casa con lei e di sfruttarla economicamente.
Le cose finiranno per degenerare e ci penserà l'imperturbabile Elinor Dammert ad intervenire definitivamente, con la modalità che le è propria (chi ha letto i predenti romanzi sa) e coerentemente con la sua natura inquietante, indefinibile, che cela segreti oscuri e legami con una dimensione sovrannaturale alla quale non riusciamo ancora a dare una specifica identità.

Quello che è certo è che Elinor è legata alle acque rosse e fangose del fiume di Perdito, come se si appartenessero reciprocamente.
Questo verrà fuori ancora in diverse occasioni.

Sono passati alcuni anni e mentre la primogenita di Oscar ed Elinor - Miriam - continua a vivere con nonna Mary-Love, ricevendone affetto e educazione, la secondogenita, Frances, vive con i genitori a venti metri dalla sorella maggiore, con la quale non ha rapporti.

Frances è una bambina dolce, taciturna, riflessiva, fisicamente gracile e dalla salute cagionevole, tanto che nel corso degli anni le verrà diagnosticata l'artrite, che le causerà periodi di paralisi totale e immobilità a letto.
La piccola guarda con ammirazione e sincero affetto la sorella Miriam e sogna di poter avere con lei un  vero legame tra sorelle; ma Miriam non è dello stesso avviso, anzi: cresciuta con la puzza sotto al naso da una nonna che le ha insegnato a guardare tutti dall'alto in basso, a non mischiarsi con chi è più giù nella scala sociale e a disprezzare chi è debole, la ragazzina vede la sorella minore come un esserino insignificante, non meritevole della propria attenzione, figuriamoci del proprio amore fraterno.

L'unica cosa che le interessa è che Frances non sia meglio di lei in nulla e la sola idea di perdere in una qualsiasi forma di competizione (scolastica, ad es.) le scatena picchi di invidia e risentimento degni di Mary-Love.

Le tensioni tra le sorelline sono una riproduzione, in piccolo, di quelle tra la nonna e la mamma, che continuano a detestarsi nonostante si ignorino.

Ma i rapporti famigliari peggiorano un po' alla volta, a partire da quando Oscar si vede costretto a chiedere un considerevole prestito economico alla madre, che glielo rifiuta, cosa che creerà una situazione di gelo tra mamma e figlio.
Ed Elinor, perfidamente intelligente e paziente, si infilerà proprio in quella crepa per dimostrare alla suocera chi è la più forte tra le due, chi merita di prendere lo scettro nel clan Caskey.

Al centro, quindi, anche di questo terzo capitolo della saga famigliare, vi è la rivalità tra Mary-Love ed Elinor, che non potrà non influenzare anche gli altri membri della famiglia.

Mary-Love è una matriarca dalla tempra d'acciaio, prepotente, che ama avere tutto e tutti sotto controllo, che brama tenere il potere nelle proprie mani e sapere che i parenti (figli, nipoti, cognato...) dipendono da lei, dalle sue innumerevoli ricchezze e che, in caso di bisogno, è a lei che devono chiedere umilmente e gentilmente aiuto.
È  una mamma controllante, petulante, che pretende rispetto e amore devoto dai due figli ma non risparmia loro critiche severe e rimproveri scoraggianti.

È una suocera sdegnosa, criticona, piena di sé  ma in Elinor ha trovato un'antagonista caparbia, che le tiene testa.

È una nonna premurosa per Miriam e assolutamente indifferente verso la povera Frances, che invece meriterebbe più attenzioni ed affetto, viste anche le condizioni precarie di salute.
E la sua condotta crudele verso Frances sarà una delle motivazioni per cui i rapporti tra Mary-Love e i coniugi Caskey andranno logorandosi sempre più in modo drammatico.

Intanto, la piccola Frances - che ama la propria grande casa, in cui sta crescendo all'ombra di mamma e papà, che si prendono amorevolmente cura di lei - continua ad essere spaventata dalla "stanza sul davanti", una camera con un ripostiglio da cui - ne è certa! - lei sente che prima o poi verrà fuori qualcosa.
O qualcuno.

La dimora di Elinor ed Oskar - la casa più bella di Perdido - diventa sempre più chiaramente un luogo carico di presenze sinistre, di forze oscure e minacciose e la signora dai capelli rossi sbucata dal nulla durante la piena del 1919 è il fulcro di queste forze.

La domanda è sempre la stessa dal primo libro: chi è realmente Elinor? In che modo la sua esistenza dai contorni così sfumati è legata alle limacciose e pericolose acque del fiume che scorre a Perdido? Qual è la sua vera natura?
Che ci sia in lei una parte ultraterrena, mostruosa, che manifesta solo in determinate occasioni e con specifiche persone, è ormai un dato certo.
Ma cosa vuole ottenere stando a Perdido, cercando di assumere il controllo del clan e continuando ad acquistare terreni da tutti giudicati infertili?
E soprattutto, cosa è disposta a fare per portare avanti i suoi loschi piani?

La casa è un romanzo che ho trovato molto piacevole, l'ho letto in poco tempo proprio perché si legge con agilità ed ero curiosa di seguire le dinamiche e l'evoluzione dei rapporti tra tutti, in particolare tra  Elinor e Mary-Love.
Permane l'atmosfera gotica, cupa, molto suggestiva ma non assolutamente horror; ci sono elementi paranormal che catturano l'attenzione del lettore, creano situazioni interessanti e alzano il livello di suspense.

Leggo qua è là pareri di chi trova i libri della serie noiosi, ma io ammetto di averli finora divorati e di essere attratta in special modo dalla finezza psicologica con cui vengono investigati i legami famigliari e le personalità dei personaggi all'interno di una cornice che non sarà spaventosa ma che personalmente trovo accattivante.



LIBRI DELLA SAGA

1. LA PIENA
2. LA DIGA
3. LA CASA

4. LA GUERRA
5. LA FORTUNA
6. PIOGGIA

sabato 8 marzo 2025

LE RAGAZZE DELLA VILLA DELLE STOFFE di Anne Jacobs [ RECENSIONE ]


Nel secondo libro della saga famigliare di Anne Jacobs, siamo nel pieno della Grande Guerra.
Paul Melzer, come innumerevoli altri uomini, è sul fronte a combattere e i famigliari attendono sue notizie con ansia e preoccupazione.
Mentre la villa si attrezza per ospitare e curare i feriti di guerra, le esistenze di padroni e servitù proseguono arricchendosi di nuove vicende e dinamiche.



LE RAGAZZE DELLA VILLA DELLE STOFFE
di Anne Jacobs


Giunti ed.
trad. L.Ferrantini
624 pp
Abbiamo lasciato Marie Hofgartner sposata felicemente con il signorino Melzer, Paul.
Sono passati tre anni dal suo arrivo alla maestosa Villa delle Stoffe, in cerca di un impiego come domestica; abbiamo scoperto il legame che unisce la famiglia della ragazza ai Melzer, in particolare l'importanza del suo defunto padre, Jakob, con la fabbrica delle stoffe, per la quale ha investito tutto il proprio ingegno nella costruzione dei macchinari.

Adesso che è sposata con l'erede dell’impero dei tessuti, tra la servitù c'è chi ammira e chi invidia la giovane Marie, la quale si scopre felicemente incinta ma, ahilei, questa gioia viene un po' oscurata dalla brutalità della guerra, che irrompe ben presto nel mondo incantato della villa, trasformandola (senza il consenso del burbero signor Johann Melzer) in un ospedale militare dove i feriti vengono accolti dalle amorevoli cure delle donne di casa. 
Non solo, ma Paul è costretto a partire per il fronte, così come i mariti di Kitty e Lisa e alcuni ragazzi che lavorano alla villa, come Gustav e Humbert.

Si sa, in tempi di guerra la vita è difficile, scarseggiano le provviste e tutto ciò che occorre per vivere dignitosamente, anche se all'interno della bella dimora le cose non vanno malissimo e i signori possono ancora permettersi di mangiare senza stringere esageratamente la cinghia, anche grazie alla creatività e alla bravura della cuoca.
Certo, fuori dal quel piccolo paradiso, le cose vanno male per la gente semplice, che si ritrova più povera di prima, con le donne impegnate a fare i lavori che prima erano svolti dagli uomini (ora sul fronte) e con troppi figli da sfamare.

La miseria comincia ad intaccare pure la fabbrica delle stoffe, che non riesce più a dedicarsi alla produzione di tessuti (a causa della scarsità della materia prima), per cui deve buttarsi sull'uso della carta, e inoltre gli operai (quei pochi rimasti) si lamentano per lo stipendio che, se non arriva in ritardo, è comunque insufficiente a tirare avanti decorosamente.

Insomma, i problemi ci sono e tormentato Melzer senior, che continua ad essere un orso scorbutico, cocciuto, che accetta l'aiuto della nuora senza però mai darle ragione su nulla, anzi.

Intanto, le donne della Villa delle Stoffe - ai piani alti quanto ai bassi - sono impegnate a risolvere i propri piccoli grandi problemi.

Se Kitty ha imparato a voler sinceramente bene al marito Alfons, Lisa invece ammette con sé stessa che l'altezzoso  maggiore Klaus von Hagemann non hai mostrato un vero amore né rispetto per la consorte, sposata più per risollevarsi economicamente che per affetto; questa amara consapevolezza porta Lisa ad aprire gli occhi e a guardarsi attorno, riscoprendosi attratta da un altro uomo, decisamente più gentile e con valori morali ben più nobili.

Altri personaggi entrano in gioco, come il giovane e attraente dottor Moebius (che verrà chiamato anch'egli sotto le armi, lasciando nella tristezza la cognata di Kitty, infatuata di lui), o Grigorj, il prigioniero russo costretto a lavorare nello stabilimento, il cui sguardo cupo trafigge il cuore della sguattera Hanna; e infine il malinconico tenente Ernst von Klippstein, che sembra non avere occhi che per la bella signora di casa, Marie, che vede in lui una brava persona pronta a investire capitali per non lasciar morire la fabbrica Melzer, che rischia davvero di non superare la crisi nella quale è immersa. 

Mentre Marie è appunto impegnata con tutte le sue forze a risollevare le sorti dell’azienda, giunge la notizia sconvolgente che il suo amato Paul è disperso in guerra, e la speranza di riabbracciarlo si fa sempre più tenue ogni giorno che passa… 

In questo secondo capitolo della saga, ritroviamo personaggi vecchi, cui se ne aggiungono di nuovi, così che si creano altre dinamiche e scenari, che ci aiutano a conoscere sempre meglio i personaggi principali, a seguirne la crescita, l'evoluzione.

Marie è una ragazza saggia, determinata, con la testa sulle spalle, creativa e pronta a prendersi degli impegni seri per dare il proprio contributo alla famiglia, che sia in casa o in fabbrica, per la quale investe idee, progetti, dà suggerimenti, anche scontrandosi con il suocero, persona tradizionalista e convinta che le donne non debbano entrare negli affari, i quali sono "cose da uomini". Ma anche un testone come lui sarà costretto a riconoscere il grande e valido aiuto che viene dalla testolina intelligente di Marie.

Kitty è sempre lei:  bellissima, leggera, a volte con la testa tra le nuvole, un'eterna ragazzina che desta sempre ammirazione da parte degli uomini. Saprà maturare almeno quando diventerà madre?

Lisa è forse quella che evolve di più e in meglio: da ragazza invidiosa della sorellina più bella, più vezzeggiata e corteggiata, diviene man mano una giovane donna responsabile, assennata, dedita alla cura dei feriti nell'ospedale allestito nella villa; si sveste di modi di pensare frivoli e sciocchi per divenire più razionale, pratica e consapevole di ciò che è, di come proceda il proprio matrimonio, di chi sia realmente Klaus (non l'ama e non l'amerà mai) e di quale tipo di uomo sente di volere accanto.

Come col primo libro, anche questo scorre placido e le vicende. il modo in cui vengono narrate, il tipo di personaggi coinvolti, le relazioni che nascono, i pettegolezzi ecc..., mi hanno ricordato quelle telenovelas contemporanee spagnole, tipo La promessa (di cui mia madre è fan appassionata) o Grand Hotel, in cui tutto accade tra le mura di casa, in cucina come nei salotti o nelle stanze del personale di servizio.

Confermo il mio parere: lettura piacevole, probabilmente non fa vibrare le corde dell'anima e non posso dire che vi siano grandi colpi di scena, però ne apprezzo la scorrevolezza e il contesto storico.

Proseguirò col terzo.

lunedì 3 marzo 2025

I SENTIMENTI ORFANI di Tommaso Tanto [ RECENSIONE ]



Leggere questo libro significa intraprendere un viaggio intenso e non facile alla ricerca di sé stessi, di ciò che si agita dentro l'animo umano, di quei vizi e quelle virtù, le insicurezze e i tormenti che caratterizzano l'esistenza di ogni uomo.


I SENTIMENTI ORFANI 
di Tommaso Tanto


331 pp
La protagonista del presente libro è Clara, una giovane donna dal carattere insicuro e introverso, con una bassa autostima, che si manifesta ad es. nella percezione che ella ha del proprio corpo, visto come disarmonico e quindi, secondo lei, poco avvenente agli occhi degli altri.

Sempre in bilico tra il timore di fallire, di non riuscire a trovare la propria strada, e le profonde insicurezze che da sempre l'accompagnano, a sconvolgere la vita di Clara saranno alcuni avvenimenti strani e dolorosi che coinvolgeranno la sua famiglia.

Una notte sua sorella maggiore, Olivia, vive un'esperienza sconvolgente: uno sconosciuto (un ladro, presumibilmente) si introduce in casa sua, riesce a raccogliere un bottino ma poi fa una cosa a dir poco singolare: lascia la refurtiva sul tavolo della cucina, senza portare nulla con sé. 

Essendo in casa sola con il figlioletto Luca (il marito è fuori per lavoro), Olivia si spaventa moltissimo, ovviamente, ma in fin dei conti, a parte la paura di essere nelle mani di un malvivente, non ci sono stati danni di nessun genere, né a cose né a persone.

Eppure, quell'episodio tormenta Olivia: quel gesto, apparentemente assurdo e privo di logica, da parte dell'uomo che si era introdotto in casa sua, le lascia un segno perenne.

Cosa si nasconde dietro questo evento inspiegabile?

Olivia non riesce a non pensarci in quanto l'assurdità di quella "visita notturna" la induce a credere che dietro quel caos incomprensibile ci sia una verità più oscura e profonda, qualcosa che sfugge alla comprensione ordinaria. 

Come se non bastasse l'inquietudine derivante da questa esperienza, un'improvvisa tragedia colpisce ancora Olivia e il fato sembra accanirsi contro di lei.

Sconvolta, Clara si ritrova a dover affrontare le stesse domande che hanno ossessionato sua sorella,  a chiedersi se ci sia un collegamento tra quell'uomo misterioso e gli eventi drammatici e luttuosi che colpiscono sua sorella.

Sospesa tra presente e passato, Clara inizia un viaggio interiore in cui il confine tra ciò che è reale e ciò che è percepito si fa sempre più sottile. 
In questo percorso ci saranno, oltre ai famigliari, due uomini importanti che l'affiancheranno e a cui lei si sentirà molto legata, in modi e per ragioni differenti: Matteo e Giulio.

Se al secondo la unisce una sincera amicizia iniziata tra i banchi di scuola, con Matteo nasce un altro tipo di sentimento, che potrebbe portare ad una relazione affettiva.
Matteo è stato protagonista di un evento del passato molto forte, risalente alla preadolescenza di Clara, la quale per anni lo aveva relegato in un angolino dell'inconscio (come facciamo con i ricordi dolorosi e i traumi) e non ci aveva più pensato.

Lasciarsi andare alla possibilità di un amore non è facile né per Clara né per lo stesso Matteo, uomo solitario e che sembra avere dei problemi di salute...

A un certo punto, tanto con Matteo quanto con Giulio i rapporti verranno segnati da dichiarazioni e fatti importanti, che travolgeranno emotivamente Clara.

Avanzando nella lettura, entriamo nella mente di Clara e degli altri personaggi che le ruotano attorno, nei loro legami affettivi, nelle loro ossessioni, nel turbine di pensieri che spingono sia loro che il lettore a indagare i sentimenti profondi e inesplorati del cuore umano. 

"I Sentimenti Orfani" racconta una storia fatta di traumi, di fragilità umana, di legami spezzati, di domande che restano sospese nel tempo, senza risposte certe. 

In questo libro leggiamo di sofferenze, che non sempre rendono chi soffre migliore e, anzi, possono avere conseguenze che durano nel tempo e non è detto che di esse si possa scoprire sempre il senso; leggiamo di errori che si commettono e dei sensi di colpa che bruciano e tormentano, di scelte sbagliate che pesano come macigni, di quanto l'essere umano sia in balia del caso (o del fato?).

Si narra di come il passato spesso (o sempre?) ci presenti il conto di ciò che di giusto o sbagliato abbiamo commesso, e di come sapersi riconoscere in ciò che siamo stati nelle nostre azioni sia poi l'unico modo per rimarginare ferite e guarire dai traumi. 

"Si cambia davvero quando la memoria non basta più a farti sentire uguale in tempi diversi".

Come il titolo stesso lascia evincere, al centro di tutto ci sono i sentimenti, e non potrebbe essere diversamente perché noi esseri umani siamo "affettività parlate" e i nostri sentimenti inevitabilmente ci descrivono. 

I sentimenti sono tentacoli invisibili che ci incollano agli altri e non ci lasciano andare per non diventare orfani che continuano a bussare a tutte le porte cercando la propria casa. 

Clara è sicuramente una persona molto introspettiva, che avverte di essere profondamente diversa dalla gente che la circonda, anche perché ella ci tiene ad approcciarsi al prossimo in modo non superficiale, ma anzi quasi scavando nei sentimenti degli individui con cui si relaziona.


Il romanzo di Tommaso Tanto è sicuramente un libro particolare, caratterizzato da una scrittura elegante, non banale ma che, anzi, denota una ricerca attenta e consapevole delle parole usate; c'è una voluta complessità nell'organizzazione delle frasi, dei dialoghi, e le parti riflessive abbondano e arricchiscono quelle narrative.
Probabilmente non è un libro per tutti né tanto meno lo si può leggere con superficialità o per svago, in quanto sia per lo stile che per i contenuti è profondo, introspettivo, ricchissimo di passaggi significativi sulla vita, sulla natura umana, sui sentimenti, sul valore delle esperienze e tanto altro, per cui lo consiglierei a lettori che ricercano letture con queste caratteristiche.

domenica 2 marzo 2025

LE MIE LETTURE DI FEBBRAIO 2025



Buon pomeriggio, lettori!

Marzo è entrato da soli due giorni ed io mi accingo a riepilogare le mie letture di febbraio.



  1. CELLA 34 di A. Giugliano: romanzo ambientato in carcere, ha come protagonista un 
    ergastolano che si dichiara innocente. (3.5/5). PER CHI CERCA UNA LETTURA DAL LINGUAGGIO  E DAI TEMI REALISTICI E DURI.
  2. REGINA ROSSA di J. Gómez-Jurado: thriller spagnolo, primo volume di una trilogia con protagonisti un ispettore di polizia bravissimo a cacciarsi nei guai e una donna dal Q.I. straordinariamente elevato (4.5/5). SE HAI VOGLIA DI UN THRILLER ORIGINALE E CHE VA VIA VIA PRENDENDO RITMO.
  3. FAME D'ARIA di D. Mencarelli: narrativa contemporanea - il viaggio di un padre con il proprio figlio autistico diventa l'ultima fermata disponibile per riassaporare la bellezza di ricevere solidarietà in un mondo che giace nell'indifferenza (4.5/5). PER CHI CERCA UNA LETTURA INTENSA ED EMOZIONANTE.
  4. SERGE di Y. Reza: narrativa francese - il ritratto pungente di un uomo poco simpatico e dai legami famigliari decisamente disfunzionali (3/5).  NON MI HA CONVINTA ONESTAMENTE...
  5. IL CUORE È UNO ZINGARO di L. Bianchini: commedia mix a giallo. Un cantante ormai sul viale del tramonto muore in circostanze misteriose nella tranquilla Bressanone. Maresciallo polignanese indaga (3.5/5). PER CHI DESIDERA UNA LETTURA LEGGERA E GODIBILE.
  6. I SENTIMENTI ORFANI di T. Tanto: un'approfondita indagine dell'animo umano (3/5). PER CHI PRIVILEGIA LETTURE INTIMISTE E RIFLESSIVE.
  7. Storia Della Palestina: Dagli Inizi Ai Giorni Nostri di M. Mazzoni: saggio brevissimo - comprendere la storia per muoverci verso un domani più luminoso e cercare di correggere le ingiustizie del passato. SINTETICO E SCHEMATICO.


READING CHALLENGE

Per la RC di quest'anno, lo schema ripercorre la sfida letteraria del 2024: alle categorie fisse - cui si può attingere durante tutto l'anno e più di una volta - si aggiungono di volta in volta gli obiettivi specifici di ogni mese; a febbraio gli obiettivi sono stati i seguenti:

- un romanzo con un protagonista adolescente/bambino;
- un libro il cui titolo è composto da una sola parola;
- una storia in cui si parla di suicidio.
- "Mr Gwyn" di A. Baricco.

Io ho scelto il secondo obiettivo con 

8. BAMBINO di M. Balzano: romanzo storico - il protagonista, sin da giovane, fa scelte sbagliate che lo portano a commettere crimini. Ambientato nella Trieste della seconda guerra mondiale (4.5/5). UNA STORIA COINVOLGENTE.



Sul fronte serie tv, ho avuto modo di guardare la M - IL FIGLIO DEL SECOLO con Luca Marinelli nei panni del DVCE che narra la storia dell'ascesa al potere di Benito Mussolini, dalla fondazione dei Fasci italiani di combattimento del marzo 1919 al discorso in Parlamento del 3 gennaio 1925.
Bella, fatta bene. Mi spiace solo dover aspettare per proseguire con la seconda stagione.
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