domenica 18 ottobre 2026

Recensione: L'ULTIMO ORIZZONTE di Colleen McCullough


Ambientata in Australia tra il 1872 e il 1900, questa saga famigliare racconta di un matrimonio infelice, di un uomo con altissime ambizioni e altrettanto alte capacità per realizzarle, di una donna irrigidita da un'educazione religiosa mortificante, di un amore nato in sordina e capace di accendere un fuoco anche in un cuore indurito.



L'ULTIMO ORIZZONTE 
di Colleen McCullough




È il 1872 quando una quindicenne Elizabeth Drummond viene data in sposa - per lettera - a suo cugino Alexander Kinross, di diversi anni maggiore di lei.

Elizabeth vive col burbero e rigido padre James, taccagno sino all'inverosimile che, infatti, dà volentieri la propria figlia (l'unica rimastagli; gli altri sono andati via di casa da tempo) per la ben accetta cifra di mille sterline.

Alexander vive nel Nuovo Galles del Sud (lo stato più popoloso dell’Australia, situato nella parte sud-orientale del continente; ha come capitale Sydney) ed ha fatto fortuna in poco tempo, partendo da Kinross (in Scozia, dove vive la stessa Elizabeth) a soli quindici anni, determinato a trovare il proprio posto nel mondo, cominciando dal cambio del proprio cognome (da Drummond a Kinross), dedicandosi a molte attività, lavorando alacremente e mettendo a frutto intuito, ingegno, caparbietà e un formidabile fiuto per gli affari.

In pochi anni, avendo come modello lo straordinario Alessandro il Grande, riesce a costruire un proprio impero finanziario nel settore minerario e ingegneristico. In particolare, scopre la più importante miniera d’oro dell’intero continente, diventa ricchissimo e addirittura fonda una città dandole il proprio cognome.
Quando chiede in sposa la cugina verginella che ha visto sì e no mezza volta quand'era una bambina, è già uno degli uomini più potenti ed influenti della regione.

Nonostante abbia avuto molte donne e non avrebbe problemi a trovare una moglie nel Nuovo Galles del Sud, Alexander la vuole scozzese, molto giovane, la cui virtù sia al di sopra di ogni sospetto e da "sottomettere" senza troppe difficoltà, essendo stata cresciuta, quasi sicuramente, secondo insegnamenti religiosi al limite del fanatismo e del bigottismo.

E in effetti la graziosa e giovane Elizabeth "aveva trascorso la sua breve vita tiranneggiata da due vecchi terribili: il suo padre naturale e il suo padre spirituale" e questo fa di lei la scelta ideale.

Contro la sua volontà ma senza avere né i mezzi né il coraggio di opporvisi, Elizabeth viene mandata a vivere con Alexander, che trova sgradevole nell'aspetto e nei modi (gli ricorda il ritratto del diavolo che ha visto in casa del reverendo che l'ha educata nei precetti cristiani) e che la porta in un luogo esotico e lontano dalla sua chiusa ma nota e rassicurante Scozia; ai suoi occhi, il Nuovo Galles del Sud è una terra selvaggia e aspra, come aspro, acido e insopportabile sarà da subito il suo rapporto con il marito.

Abituata ad obbedire senza ribellarsi, Elizabeth accetta il proprio ruolo di moglie (compresi i suoi doveri coniugali, ottemperati in modo freddo, algido, meccanico, giusto perché è obbligata a concederglisi, in vista di eventuali gravidanze) accanto a quest'uomo imperioso, prepotente, sicuro di sé, che però a modo suo cerca di trattarla con gentilezza, pur imponendole ciò che a lui piace (che si tratti di abiti, gioielli o lezioni di pianoforte) affinché la sua inesperta consorte si trasformi in Lady Kinross, una futura donna dignitosa, elegante, dai modi raffinati, degna moglie di un uomo molto in vsita qual è lui.

Elizabeth prova ad accettare la propria nuova esistenza con spirito di sopportazione ma di una cosa è immediatamente certa: non potrà mai amare quell'uomo. 
Per quanto lui si sforzi di offrirle sostegno e comprensione, la ragazza sente proprio repulsione - fisica ed emotiva - verso Alexander, pur riconoscendone più di una qualità (è fuori discussione che si sia "fatto da solo", con le sole proprie forze e capacità, che pare sia nato per comandare, per accumulare ricchezze e successo); certo, al disgustoso Atto coniugale non può sottrarsi e l'unica sua speranza è di restare incinta presto così da dargli una progenie, e in effetti Elizabeth resta incinta per due volte, anche se ambedue le gravidanze le daranno tanti problemi, mettendo a rischio seriamente la sua vita (non sarà il caso di praticare l'astinenza?, si augura lei).

A creare movimento nella sua vita - fatta di lezioni, gestione della casa e dei domestici, per la maggior parte cinesi (la presenza dei cinesi ha il suo peso nella narrazione, sia a livello personale e famigliare, sia sociale, dando modo all'autrice di affrontare tematiche razziali, di discriminazione, integrazione e scambio culturale) - si inserisce, a un certo punto, una donna particolare e fondamentale per i coniugi: Ruby Costevan.

Ruby è l'amante storica di Alexander; ex-proprietaria di un bordello, viene coinvolta dall'uomo nelle sue attività industriali a Kinross e riceve in dono da lui un hotel da gestire in piena libertà, così da non dover più lavorare come maîtresse.

Ruby è l'esatto opposto di Lady Kinross: tanto è glaciale, rigida, schiva e seriosa la prima, quanto è spumeggiante, sfacciata (diciamo pure consapevolmente e allegramente volgare), solare e disinibita la seconda, che è il perno della vita sentimentale di Alexander.

I due si amano sinceramente, tra loro c'è tutto - passione, amore, amicizia, confidenza, sincerità, lealtà - e sarebbero stati una bella coppia se lui non fosse stato un uomo d'affari che deve conservare una determinata facciata sociale (non poteva sposare una donna di dubbia moralità), e lei non fosse stata l'uccellino libero che è, refrattaria ad ogni forma di ingabbiamento.

Nonostante l'iniziale rabbia di Elizabeth nell'apprendere dell'amante del marito (di cui tutti sanno, a Kinross), le due donne, non appena i loro occhi si incrociano, diventano amiche per la pelle, donandosi amicizia e consigli spassionati su questioni di ogni genere.
L'una sarà, negli anni, il sostegno dell'altra, sapranno esserci sempre reciprocamente, trovando conforto, empatia, consigli onesti, alleandosi anche per adottare le giuste strategie comportamentali verso Alexander in modo da "accontentare" lui e non darsi dispiacere o fastidio.

Ruby ha un figlio, avuto con un cinese del posto (che lavora con Alexander), Lee (da lei teneramente chiamato "mio gattino di giada"), che crescendo diventa non solo bello e carismatico, ma anche molto intelligente, dotato di grande senso pratico, sensibile, intuitivo, conquistando interamente le simpatie e  l'affetto sincero di Alexander, che vede in lui l'erede maschio che finora non ha avuto e chissà se avrà mai.

La moglie, infatti, gli ha dato due belle figlie femmine, la precoce Nell (che a poco più di un anno  sfoggia un eloquio articolato e fa ragionamenti più strutturati dei genitori) e la bellissima Anna, che purtroppo - in seguito a gravi complicazioni insorte nel corso del parto - riporta un ritardo mentale grave.
  
La figura di Lee avrà il suo posto rilevante nella narrazione perché sarà lui l'unico uomo in grado di svegliare, nel cuore gelido di Elizabeth, la fiamma di un sentimento che verrà custodito in segreto per anni (da entrambi) e che troverà il modo di esplodere e travolgere tutti quando sarà il momento giusto.


L'ultimo orizzonte è il corposo racconto, lungo trent'anni, di una famiglia, e segue gli esordi di Alexander nel complesso e spietato mondo degli affari in un territorio ancora acerbo, duro, in piena espansione coloniale, proseguendo con la sua vita sentimentale e famigliare, soffermandosi sulle donne che egli ama: la moglie che mai lo amerà, Elizabeth, intrappolata in un matrimonio per lei infelice, che neppure le figlie riusciranno a rendere minimamente lieto; l'amante schietta e fedele, Ruby, il suo porto e punto di riferimento sicuro; la figlia maggiore Nell, così simile a lui nel corpo e nel carattere, che saprà trovare la propria strada tirando fuori una personalità fortissima, indipendente, e seguendo le proprie inclinazioni, infischiandosene del perbenismo attorno a lei e dei pregiudizi maschilisti che vorrebbero relegare la donna al solo ruolo di moglie, madre e regina della casa.

I personaggi sono molto ben delineati, a mio avviso, hanno spessore e ciascuno possiede specifici tratti distintivi che creano dinamiche interessanti all'interno della narrazione; inoltre essi evolvono, maturano, raggiungendo sempre nuove consapevolezze di sé e dei propri ruoli.

L’ambientazione è assolutamente fondamentale perché non si limita ad essere un semplice sfondo, bensì è ha una sua forza narrativa che contribuisce a modellare i personaggi e le loro scelte, a diventare il terreno fertile su cui l'autrice articola tutte le numerosi ed abbondanti descrizioni delle miniere, della città da costruire e migliorare con l'affacciarsi del progresso industriale, delle tensioni tra le diverse etnie, delle trasformazioni dell’Australia coloniale.

Ecco, ammetto che le sezioni narrative riguardanti questi argomenti sono quelle che mi hanno coinvolta meno e, se fossero state meno copiose, avrei gradito di più la lettura, che nel suo complesso comunque mi è comunque piaciuta in quanto trovo che questo sia un romanzo molto ben strutturato, in cui emergono le notevoli capacità narrative della McCullough, che ha intessuto una storia famigliare che sfida il tempo rinnovandosi all'interno di un contesto mirabilmente descritto, storicamente e socialmente accurato.

In quest'opera sono presenti tematiche tipiche di tante saghe famigliari ben contestualizzate, quali l'identità (personale, famigliare, collettiva), le discriminazioni razziali, la convivenza tra culture diverse, la colonizzazione, il potere e il controllo politico/sociale, i matrimoni combinati e infelici, tradimenti, malattia mentale, il ruolo della donna, la lotta tra desideri, pulsioni segrete e regole sociali, la solidarietà femminile.

Insomma, è davvero un romanzo ricco sotto ogni aspetto; l'ho letto con studiata lentezza e mi sono lasciata piacevolmente trasportare alla fine dell'Ottocento in quest'Australia immensa, ricca di opportunità ma anche spesso ostile.

Adatto a chi ama le storie famigliari intergenerazionali e cerca una lettura lenta, da assaporare senza fretta nei pomeriggi autunnali.


Libro consigliato all'interno di QUESTO POST

sabato 17 ottobre 2026

SEGNALAZIONI EDITORIALI [ Novità in libreria ]

 

Buongiorno, lettori.

Questa mattina colgo l'occasione per condividere con voi alcune nuove pubblicazioni, presenti negli store online e/o in libreria.



SAGGISTICA

ONDEGGIA, OCEANO 
di Lorenzo Teodoro


Besa Muci Ed.
124 pp
16 euro
L'oceano come non l'avete mai visto: Teodoro Lorenzo attraversa tremila anni di storia, paura e meraviglia nel saggio: “Ondeggia, Oceano”.

Dal terrore biblico al sublime romantico: un viaggio intellettuale attraverso il rapporto millenario tra l'uomo e l'oceano.

Nemico, risorsa, specchio dell'anima: l'oceano ha cambiato volto infinite volte nella storia dell'umanità, e “Ondeggia, Oceano” di Teodoro Lorenzo è il saggio che finalmente ne racconta la straordinaria  trasformazione. 
Dalla visione medievale del mare come anticamera dell'Inferno — popolato di mostri, gorghi e presenze diaboliche — fino alla nascita di un intero genere letterario capace di catturare l'immaginazione di milioni di lettori, Lorenzo traccia un percorso affascinante e rigoroso che attraversa teologia, storia, filosofia ed estetica.
Il saggio prende le mosse da una constatazione sorprendente: il mare è assente dal Giardino dell'Eden. Questo dettaglio, apparentemente marginale, apre la porta a una riflessione profonda sulla paura ancestrale che l'oceano ha ispirato per secoli. Lorenzo esplora come popoli coraggiosi come i Vichinghi e i Baschi abbiano sfidato questo terrore — i primi per la gloria delle razzie, i secondi per il silenzioso profitto della caccia alle balene e della pesca del merluzzo — mantenendo i propri segreti gelosamente custoditi.

Con l'Età delle Scoperte e la successiva ascesa dell'Inghilterra a potenza marittima globale, l'oceano smette di essere un abisso da temere e diventa il teatro della storia. Lorenzo dedica pagine illuminanti alla trasformazione dell'identità inglese: da nazione di pastori a "Figli del Mare", grazie alla pirateria legalizzata della Corona, alla sconfitta dell'Invincibile Armada e a una geografia che rendeva il mare inevitabile.

Ma il cuore pulsante del libro è la domanda che ogni appassionato di letteratura dovrebbe porsi: come nasce la letteratura di mare? La risposta passa attraverso Edmund Burke e il concetto filosofico di "Sublime", attraverso la rivoluzione romantica che trasforma la Natura in specchio dell'anima, e attraverso capolavori come “La Ballata del vecchio marinaio di Coleridge”, Il racconto di Arthur Gordon Pym di Edgar Allan Poe e l'influenza di quest'ultimo su Jules Verne e Arthur Rimbaud.

“Ondeggia, Oceano” è un saggio raro: accessibile senza essere superficiale, erudito senza essere pedante. Si rivolge ai lettori curiosi, agli appassionati di storia della letteratura e a chiunque abbia mai guardato l'orizzonte marino chiedendosi cosa si nascondesse oltre. 


POESIA


A quasi due anni da “Ritratto del poeta in autunno” il poeta Davide Rocco Colacrai è nuovamente nelle librerie con una raccolta poetica, composta da 25 componimenti organizzate armonicamente in sei capitoli. 

D DI DONNA. CONCERTO PER LA RESISTENZA E L'ADDIO
di Davide Rocco Colacrai

Edizioni Il Foglio
76 pp
12 euro


Le poesie sono tutte dedicate all’universo femminile. D come donna ma anche D come Davide: l’assonanza però non porta all’autoreferenzialità. Anzi. 
La raccolta poetica è un inno, un dono, un riconoscimento a figure femminili che, per nulla divine, affascinanti ed ammalianti, sono invece corpi e anime che escono dalle loro sconfitte personali più forti, “vincendo su una società disempatica, urlante,  schizofrenica” senza però “sviolinature (…).
Puoi contare ogni osso dei suoi personaggi; il poeta li rende materici, ne sottolinea la creaturalità. Sono angeli, sì, ma fatti di carne, fragili e forti come la tempesta della vita che suo malgrado spesso non riesce a trascinarli e annientarli” spiega Palumbo nella
prefazione.
Il loro ricordo è impresso nell’immaginario di Colacrai tanto da diventare verso che celebra la vita, la morte, le vittorie e perdite di queste figure.

Come in tutti i precedenti libri anche in questo, Davide Rocco Colacrai si conferma poeta dai contenuti civili contemporanei. Nei suoi potenti versi ben si riconoscono periodi storici, personaggi conosciuti e riconoscibili, eventi attuali; si spazia inoltre dalla musica – di cui è appassionato ascoltatore oltre che musicista di arpa – alla letteratura, dalla cinematografia e a fatti di storia contemporanea, fino a versi dedicati a persone che hanno abitato, e abitano, la sua vita e il suo quotidiano come la madre, la zia e l’adorato 
cane Mitty.
Contemporanee e popolari le citazioni musicali che vanno da Max Gazzè a Iva Zanicchi, da
Mia Martini a Zucchero.


GIALLO

LA DONNA DEL PULLMAN 
di Rosario S. Morisieri


G.De Nicola Ed.
Napoli, settembre 1995.
Ogni mattina Margherita Cuomo prende il pullman delle 7:15 dalla provincia casertana a Napoli, dove lavora come redattrice in una piccola casa editrice. Stesso posto, stessi volti. Una routine  rassicurante che si spezza quando sulla sua scrivania arriva un manoscritto intitolato La Donna del Pullman.

Pagina dopo pagina, Margherita riconosce la propria vita: il viaggio, i passeggeri, i luoghi che frequenta, persino dettagli che nessuno dovrebbe conoscere. Quando una donna bionda, con un neo sulla guancia, sale sul pullman esattamente come descritta nel manoscritto e poco dopo scompare nel nulla, Margherita capisce che quello che ha tra le mani non è un romanzo.

Decisa a scoprire chi l’abbia scritto e perché, coinvolge Diego Foglia, fotoreporter di strada e vecchio amico, un uomo dal passato opaco e da una curiosità che non ha mai imparato a tenere a freno. Insieme seguono le tracce nascoste nel manoscritto e finiscono dentro una rete di appalti, corruzione e segreti legati alla  ricostruzione post-terremoto.
Ma il manoscritto nasconde qualcosa di più inquietante: non racconta una storia. 
Racconta una verità.
E scopre che quelle pagine non raccontavano soltanto ciò che era accaduto: stavano scrivendo anche ciò che sarebbe accaduto a lei.
Ora è l’ultima testimone di una storia che qualcuno è disposto a tutto pur di cancellare.
Perché a Napoli, nel 1995, certe verità è meglio non raccontarle.


POLIZIESCO/NARRATIVA UMORISTICA


IL BRACCIO INCONCLUDENTE DELLA LEGGE
di Lello Marangio

Homo Scrivens
224 pp
18 euro
Altri casi per il commissario Fabozzi, il detective sempre più esilarante, maldestro, sconsiderato, irresponsabile, pasticcione e più distruttivo che c’è.


Dopo circa due anni di fermo, assolutamente non volontario, il commissario Ercole Fabozzi ritorna e si riprende la scena sfasciandola come è esattamente nel suo DNA di commissario dal
disastro facile.
Scampato a una paternità che per miracolo si rivela non sua, Fabozzi riprende con ancora più energia a fare quello che sa fare meglio e cioè guai e pasticci. 
La ripartenza è ottima, ma è il prosieguo che è devastante:  spostandosi questa volta da Levante a Ponente, arrivando sino al
confine italiano, continua a procurare problemi e dolori e a rendere la vita difficile a tutti quelli che, sfortunatamente per loro gli capitano a tiro. 
Quasi senza volerlo, due o tre cose buone gli riescono pure, ma alla fine la sua azione è e resta inconcludente.
Il braccio inconcludente della legge, appunto. 


NOIR


LA GRAMMATICA FEROCIA
di Simone Pangia



Homo Scrivens
294 pp
20 euro

In una metropoli che ha le forme della Città eterna, un misterioso imprenditore spende una fortuna per la costruzione di un palazzo “senza uno straccio di stile, anonimo più di un muro scorticato” che però ha la caratteristica d’essere visibile da ogni punto della città. 

Dopo il clamore iniziale fomentato dall’alone di leggenda che accompagna il suo ineffabile costruttore, detto “il Dottore”, il palazzo vive una fase di declino.
Il suo interno rievoca la geografia e le suggestioni dei gironi danteschi: ignavi, lussuriosi, assassini e traditori popolano gli
appartamenti, ciascuno recando lo stigma del proprio peccato. 
Tutti sono posti di fronte a una scelta. 
Le loro vicende si sfiorano e si intrecciano in una complessa trama di intrighi, compromessi e fragilità dando vita a una spietata processione delle umane  debolezze.

Romanzo allegorico dalle sfumature noir, la storia è ambientata nella quotidianità di un condominio moderno il cui interno rievoca la geografia e le suggestioni dei gironi danteschi: ignavi, lussuriosi, assassini e traditori popolano gli appartamenti, ciascuno recando lo stigma del proprio peccato. Tutti sono posti di fronte a una scelta. Le loro vicende si sfiorano e si intrecciano in una complessa trama di intrighi, compromessi e fragilità dando vita a una spietata processione delle umane debolezze.

E così, ogni pianerottolo è come un girone infernale, con le proprie presenze di peccatori: una madre spezzata dal dolore che si lega a una presunta sensitiva per non perdere il contatto con la figlia scomparsa; uno psicoterapeuta sommerso dalle ipocrisie dei suoi pazienti e dalle proprie tentazioni extraconiugali; un giornalista schiacciato dall'ossessione per il cibo e dai ricordi d'infanzia; un agente immobiliare cinico e ossessionato dal denaro.

Sulle scale e nei corridoi di questo microcosmo immobile si aggira Adolfo, il portiere del palazzo, che sembra conoscere i segreti di chiunque passi davanti alla sua guardiola. Discreto quanto pervasivo, Adolfo smista le convocazioni per un'imminente riunione di condominio che riserva parecchie sorprese.

venerdì 16 ottobre 2026

Recensione: IL MIO NOME di Francesco Russo

 

La giovane protagonista di questo breve romanzo nasce e vive in un luogo ameno, sereno e praticamente perfetto; ma cosa accadrebbe se una mattina si svegliasse e tutta la perfezione che la circonda si rivelasse solo un'ingannevole illusione?


IL MIO NOME
di Francesco Russo


Agenzia Pensiero Creativo
104 pp
Sabrina ha diciassette anni e vive a Solleryne, la città in cui tutto è bello, pulito, ordinato, tranquillo; zero pericoli, zero sbavature, ogni cosa, casa, persona... è perfetta.
Un paradiso, in terra, in pratica.
Perché a Solleryne la felicità è una regola. 
E la stessa Sabrina è felice, amata dai genitori, legatissima alle amiche del cuore, Anne e Silvia, e non vede l'ora che arrivi la sera del ballo, in cui potrà mettere il suo bell'abito e divertirsi con il suo cavaliere Daniel.

Ma qualcosa di improvviso e fuori dagli schemi spezza l'idillio: una sera apparentemente come le altre, uno spettacolo di magia, un prestigiatore gentile ma con uno strano luccichio negli occhi.
Un foglietto su cui Sabrina scrive il proprio nome e che vola via, come un uccellino.

Dalla mattina seguente, tutto muta.
Ciò che era calmo, diventa irrequieto; ciò che era bello, diventa terribile.
La tranquillità vola via e lascia il posto all'agitazione, alla pace famigliare segue un'incomprensibile isteria.
La favola perfetta si trasforma in un incubo.
Ciò che era noto diviene sconosciuto.
A cominciare dal proprio nome.
Sabrina si sveglia, sa di essere nella propria stanza eppure un grosso e assurdo cambiamento si è appena verificato: un'amnesia improvvisa... e la ragazza non ricorda più il proprio nome.

Ma non è tutto: a un tratto Sabrina è diventata estranea a chiunque, a Solleryne.
Nessuno la conosce né la riconosce come Sabrina la figlia, l'amica, la dolce ragazza che taglia il prato.

Chi è lei e perché tutti la scacciano come se non la conoscessero?

In poche ore accade l'impensabile e le porte di Solleryne si chiudono dietro di lei, lasciandola esposta, smarrita, sola, disperata, piangente e senza affetti.
Se non è la stessa di prima - quella che tutti amavano, la dolce, generosa, impeccabile Sabrina - chi è?
E soprattutto, perché non riesce a ricordare nemmeno il proprio nome?
Si può essere qualcuno senza un nome, una famiglia, delle amiche, una comunità alle proprie spalle che ti accoglie e ti sostiene?

Inizia per la protagonista un viaggio che la porterà a vagabondare, a fare i conti con una realtà totalmente opposta a quella "da favola" cui era abituata, che le farà incontrare diversi personaggi e che le farà sperimentare la perdita (a partire da quella della propria identità), vivendo una crisi esistenziale intrisa di smarrimento, paura, solitudine e dolore.

Ma sotto queste tristi ceneri non smette di covare una scintilla di speranza, di amore e di coraggio; il coraggio di scegliere sé stessa e la propria felicità, superando le paure e riconoscendo le proprie fragilità.


"Il mio nome" è un romanzo breve che, nelle prime pagine, inizia quasi come una favola moderna, presentando una comunità che, nella sua perfezione, lascia una sensazione di inquietudine, che infatti si manifesta in modo palese quando la protagonista dimentica il proprio nome e chi la circonda non la riconosce più.

La narrazione si caratterizza per una scrittura intima, poetica, evocativa, per un linguaggio molto semplice ed immediato e un ritmo che parte lento per poi farsi più incalzante, riflettendo lo stato d'animo della protagonista, che da un'illusoria felicità si ritrova in balia di una condizione di confusione e disperazione.

L'autore ha una penna sensibile nel tratteggiare la psicologia della protagonista, che vediamo in tutte le sue sfaccettature, nelle sue qualità (che le vengono riconosciute da chi la conosce) come nelle insicurezze, nelle paure, nel bisogno di essere accolta, amata, riconosciuta. 

Il viaggio intrapreso da Sabrina le permette di  crescere interiormente, di cambiare, di passare dalla perdita alla solitudine, dalla sofferenza alla riscoperta di sé e alla capacità di scegliere il proprio nome e la propria felicità. 

Indicato in special modo per lettori adolescenti, il libro di Francesco Russo è un romanzo di formazione che ci ricorda quanto sia importante tenerci stretta la nostra umanità, rifiutare ciò che sembra ideale e senza crepe ma in realtà è finto e precario, e soprattutto non perdere sé stessi e la propria unicità ed autenticità.

mercoledì 14 ottobre 2026

Recensione: TESORI TRA LA NEVE di Patricia M. St. John



Amicizia, perdono, speranza: una storia ricca di valori e insegnamenti ambientata nel cuore delle Alpi svizzere.


TESORI TRA LA NEVE 
di Patricia M. St. John 




Edizione CLC
230 pp
Siamo negli anni Cinquanta del secolo scorso, in un paesino svizzero, circondato da montagne innevate e puntellato da estesi pascoli e piccole baite.
In una di queste vivono i Burnier, padre, madre e la piccola Annette di sette anni.
Durante una notte di Natale, sua madre dà alla luce un bambino bellissimo, con le guanciotte rosse e i capelli biondi: viene chiamato Dani, ma la gioia di questa nuova vita coincide col dolore del lutto, in quanto la mamma non sopravvive al parto.
Papà Burnier resta solo a crescere due figli, e anche se Annette si dimostra da subito molto responsabile e giudiziosa, è comunque solo una bambina, così il papà - che è tanto impegnato col lavoro - decide da farsi aiutare dalla nonna.
La vita di Annette e Dani scorre gioiosa e serena, tra impegni a scuola e in casa, corse nei prati, mucche da portare al pascolo e da mungere, la casa da tenere in ordine; alla sorella maggiore non pesa assolvere alle varie incombenze domestiche perché fa tutto con amore e con sincera premura, ama tanto il suo buon padre, la sua cara e saggia nonna e quel fratellino birichino e tanto sensibile, che porta luce e allegria alle loro giornate.
Ma un giorno accade una tragedia.

Luciel Morel è un compagno di scuola di Annette ma i due non vanno per niente d'accordo; tanto è altezzosa lei, quanto scorbutico e ribelle lui.
Un pomeriggio, per vendicarsi dell'antipatica Annette, Lucien se la prende con il piccolo Dani e la sua gattina Klaus: nell'atto di fargli un dispetto, il ragazzino agisce in modo sconsiderato causando un brutto incidente a Dani, che finisce in un burrone rompendosi una gamba.

Da quel momento, la vita dei Burnier e di Lucien cambia radicalmente e non in meglio: Dani riporta un grave danno alla gamba, Annette si farà in quattro (insieme a papà e nonna) per prendersi cura del fratellino, e Lucien verrà emarginato da tutti nel villaggio, additato come un bambino selvaggio, cattivo, da cui è bene star lontani.

Annette è una ragazzina generosa, che non si risparmia se ci sono da fare sacrifici per aiutare come può in casa, ma ciò che è successo a Dani per colpa di Lucien le ha fatto nascere nel cuore dei semi di vendetta, rancore, rabbia... che ella non riesce e forse non vuole scacciare via.
Lucien non merita alcuna comprensione, alcun perdono, perché ha rovinato la vita a Dani.

Ma è davvero così?
Ci sono davvero errori che non si possono perdonare?

Mentre la nonna cerca di far riflettere la nipotina sui sentimenti negativi che le stanno togliendo la pace e la serenità, e che l'allontanano da ciò che Dio vuole per lei, Lucien trova il modo di sfogare la sua frustrazione, il peso dei sensi di colpa e di riempire la solitudine grazie all' incontro con un uomo anziano, nel bosco.
Scoprirà di avere un talento che può aiutarlo a non sentirsi più inutile e stupido, ma che può essere usato per creare cose belle, per dimostrare a sé stesso e agli altri che anch'egli sa produrre qualcosa di apprezzabile.

Sia Annette che Lucien impareranno a guardare dentro sé stessi, a individuare ciò che non va e ad aprire il proprio cuore alla fede e alle parole del Vangelo, che ci ricordano dell'amore di Dio, dell'importanza del perdono e della riconciliazione.

Immerso in un'ambientazione suggestiva, con una narrazione che procede con un linguaggio semplice e dei personaggi genuini, "Tesori tra la neve" è un romanzo per ragazzi pieno di insegnamenti  cristiani, in cui è centrale la fede in Dio, l'unico in grado di trasformare il cuore dell'uomo.

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lunedì 12 ottobre 2026

Recensione: CASA È DOVE NOI di Serena Venditto



Una nuova avventura investigativa attende gli inquilini dell’appartamento in via Atri 36 a Napoli: un omicidio che sembra chiaro e di facile soluzione non convince però Malù e i suoi coinquilini, che hanno un interesse molto personale e stringente per desiderare di risolvere il caso.




CASA È DOVE NOI 
di Serena Venditto



Mondadori
264 pp
18 euro


Sono giorni tormentati nell'appartamento che l'archeologa Malù Ferrari condivide con i suoi cari amici Ariel (traduttrice di romanzi brutti), Samuel (fidanzato di Ariel), Kobe (pianista giapponese che comprende la metà di ciò che ascolta) e la mascotte di casa, il gatto nero Mycroft, sempre alla ricerca di coccole e di una ciotola piena.

Malù è a un passo dalla discussione della tesi di dottorato ma due eventi intervengono a distrarla da questo importante obiettivo: il suo fidanzato Marco e una minaccia di sfratto.

Marco è un medico in procinto di trasferirsi per un paio di anni a Basilea per ragioni professionali; ovviamente, ha chiesto a Malù di lasciare la sua casina in affitto, affollata e sgangherata, e il suo lavoro in una libreria dell'usato, per seguirlo in quest'avventura.

Ma Malù non ha alcuna intenzione di stravolgere la propria felice esistenza per assecondare i progetti del proprio uomo - è una donna indipendente e libera di decidere dove vivere e con chi - così i due si lasciano.

A complicare le cose e a peggiorare lo stato d'animo dell'archeologa molisana si aggiunge un'altra questione: il proprietario del loro amato appartamento, Carmine, si vede costretto - con sommo dispiacere - a mandar via i ragazzi perché ha necessità di vendere l'immobile.

La ragione della vendita risiede nel dover affrontare le spese legali per la moglie Miriam, agli arresti domiciliari con un’accusa di omicidio che sembra praticamente impossibile da smontare.
La donna è stata trovata, infatti, accanto al cadavere del vicino, con un coltello insanguinato in mano mentre continuava a ripetere, in uno stato evidente di shock: «Che ho fatto?».

Tecnicamente non ha mai confessato (anzi, si dichiara innocente) ma gli inquirenti lo reputano superfluo, vista la sua presenza sul luogo del delitto e il possesso dell'arma; inoltre, la poveretta non fa che ripetere da mesi che ha un vuoto di memoria, non riesce a ricordare i particolari di quella maledetta mattina in cui è entrata nell'appartamento della vittima.

La vittima è un farmacista, Adriano Mattei, un cinquantenne cui hanno tagliato la gola.
Ma chi conosce Miriam Scotto, dubita seriamente che sia stata lei a commettere l'omicidio.

«Ma se tua moglie viene scagionata tu non hai più bisogno di vendere, giusto?»
«Uhm, no.»

La proposta di Malù a Carmine è chiara: io ti trovo l'assassino di Mattei, ti aiuto a scagionare tua moglie e tu non vendi la casa ma ci lasci a vivere qui.

Seppur scettico, Carmine accetta la controproposta di questa donna decisa, battagliera e convinta di risolvere  l'indagine entro una settimana.

Da questo momento, Malù e i suoi tre amici e coinquilini - più il gatto - si danno da fare per cercare la verità su cosa sia davvero accaduto in quella tragica mattina di aprile, nell'appartamento di Mattei.
Costui viveva in un palazzo in cui abitano Carmine e la sua famiglia, un’istruttrice di yoga sui cinquant’anni (Zoe), una coppia, Annalisa e Ferdinando Martini (guida turistica lei, commercialista lui) e un professore di storia dell’arte in pensione (Gennaro de Rosa).

Perché Miriam era lì, quella mattina, come vi è entrata? Le ha aperto la vittima? E per quale ragione?
Possibile che nessuno degli altri condomini abbia udito rumori sospetti? 

I quattro investigatori improvvisati - ma mossi da una motivazione importantissima: salvare la loro casa! - tirano fuori il giusto spirito di intraprendenza e, guidati dalla "capa", l'agguerrita e intuitiva Malù, si danno da fare per dare ciascuno il proprio contributo all'indagine.

Cercano di capire il contesto umano in cui è accaduto il fattaccio, se ci sono state delle situazioni che hanno fatto maturare le ragioni per l'omicidio; indagano su tutti i personaggi coinvolti, dalla vittima (pare che non fosse proprio benvoluta nel condominio) al resto degli abitanti: in che rapporto erano con Adriano Mattei?

Malù e Ariel fanno coppia fissa nella ricerca di dettagli, moventi, pregressi, relazioni, segreti..., e si recano insieme a incontrare i condomini, dando vita a delle vere e proprie acrobazie e macchinazioni buffe e spassose per cercare di entrare nelle singole case, parlare con questi vicini, fare domande pertinenti e ficcanti, notare particolari sfuggiti alla polizia, andando così oltre le versioni "ufficiali", quelle imparate e recitate a memoria.

Mentre sale la preoccupazione di dover lasciare l'amatissimo appartamento in Via Atri (qualcuno prova pure, di nascosto!!, a immaginare delle alternative, dei piani B e C, in caso la loro Malù non riuscisse a trovare l'assassino in tempo), l'indagine procede con vigore, audacia, un pizzico di spericolatezza, tra interrogatori decisamente sui generis, "imboscate" ai possibili sospettati, drammi sentimentali, lezioni di yoga, e tutto incorniciato dal "delizioso caos del centro" storico di Napoli, ai cui profumi, voci e rumori nessuno dei ragazzi di via Atri 36 - gatto sempre compreso - è disposto a rinunciare senza lottare.


"Casa è dove noi" è un giallo dai toni leggeri, divertenti e brillanti, che accoglie il lettore per trascinarlo in uno scenario amichevole, famigliare, che sa come coinvolgere e far sorridere, stuzzicando la voglia di risolvere il caso insieme ai protagonisti ma, al contempo, disegnando attorno un contesto rassicurante e sereno, in cui ci si sente a casa, in cui il lettore può sentirsi "uno di loro", una sorta di sesto inquilino.

Mi è piaciuta davvero molto la penna dell'autrice (e di conseguenza il piglio vivace e trascinante della voce narrante, affidata ad Ariel), che sa come rendere il mistero del delitto irrisolto intrigante senza mai essere cupo, e questo grazie all'ironia, alle osservazioni spiritose della narratrice, attraverso i cui occhi guardiamo ciò che accade con piacevole umorismo.
I dialoghi contribuiscono a conferire vivacità e ci permettono di conoscere meglio anche i personaggi.

Malù e la sua allegra brigata sono una comunità di amici piccola e simpaticissima; ogni membro ha trovato nell'altro il significato della parola casa, di cosa voglia dire "essere dalla stessa parte", essere parte della famiglia che ci si è consapevolmente scelti.

"... mi ero persa e ritrovata a via Atri 36. Quella cosa che a spiegarla pareva illogica, ma che a me sembrava naturale: se gli altri ci dicevano di andarcene a vivere da soli e mettere su famiglia era perché non capivano che noi  eravamo già una famiglia. Il fatto che noi quattro (più uno) non avessimo una goccia di sangue in comune era davvero superfluo. Noi eravamo una famiglia, un equilibrio perfetto, in quel tempo e in quello spazio".

La risoluzione del caso Adriano Mattei non è soltanto una questione di giustizia (per quanto ciò sia rilevante) ma è un fatto che coinvolge direttamente i cinque inquilini (eh sì, Mycroft è sempre incluso e la sua presenza non fa che arricchire l'atmosfera di famigliarità, calore e humor) e li guida verso una maggiore consapevolezza di come e quanto la loro amicizia sia importante per ciascuno di essi.
L'amicizia è una ricchezza non barattabile né rinunciabile.

Lo consiglio, è un giallo che mi ha donato momento di spensieratezza, i suoi personaggi sono ben caratterizzati, la trama si sviluppa in modo appassionante e mi ha soddisfatta anche il finale.

sabato 10 ottobre 2026

LE MIE LETTURE DI SETTEMBRE 2026



Nel mese di settembre ho avuto modo di iniziare e terminare molte letture interessanti, e a questo scopo mi ha "aiutato" l'ascolto degli audiolibri, che mi permettono di dedicarmi alla mia passione per la lettura impiegando le orecchie quando ho mani ed occhi impegnati in altre attività (domestiche, per lo più).

SERIE TV 

Sul fronte serie tv, ho terminato DOWNTON ABBEY  - che ho amato moltissimo!! - e il distacco è stato triste perché ormai ero di famiglia; mi consola l'idea di dover ancora vedere i tre film, che seguono i personaggi nelle loro vicende successive alla fine della serie.

Ho anche guardato la prima stagione di THE MADISON, un family drama (con atmosfere western) che vede nel cast la sempre bella e affascinante (oltre che brava) Michelle Pfeiffer (Stacy) e Kurt Russell (Preston Clyburn); pure qui al centro vi è una famiglia e anch'essa benestante.

I Clyburn vivono una vita agiata a New York (Preston è un importante uomo d'affari) con le loro figlie bionde, chic e snob (Paige, lagnosa e capricciosa, e la più "tosta" Abigail, madre di due ragazzine e separata) ma una tragedia stravolge le loro vite.

Preston - pur conducendo una vita invidiabile nella Grande Mela - ama rifugiarsi costantemente nel selvaggio Montana, ed infatti ha acquistato un grande ranch nella Madison River Valley, un luogo pacifico e meraviglioso dal punto di vista naturalistico che gli permette di allontanarsi dalla vita frenetica della metropoli.

Purtroppo, mentre è lì per trascorrere un periodo in compagnia del fratello Paul (vedovo senza figli), i due hanno un grave incidente (si schiantano con un biplano mentre sono su un piccolo aereo privato) in cui perdono la vita e ovviamente moglie e figlie (con nipoti e genero al seguito) si recano nel Montana per gestire tutto il dramma (riconoscimento cadaveri, funerali, gestione del ranch ecc...).

Andare in quei posti tanto amati da Preston ma sconosciuti, e quasi ostili, alle tre donne dà il via ad una serie di dinamiche personali e famigliari, che porteranno anzitutto la vedova (sinceramente inconsolabile, i coniugi si amavano moltissimo) a chiedersi perché il marito amasse tanto rifugiarsi in quel ranch e in quelle valli e cosa può significare questo per lei, come può incidere sulla sua esistenza e se non sia arrivato il caso di darle una svolta drastica.

Stacy è una donna molto raffinata ma dotata di grande senso pratico, è ricca ma non è né una snob superficiale né una ossessionata dal lusso, per quanto lo apprezzi e finora ne abbia goduto le comodità; adesso che si ritrova immersa in quel posto caro a Preston, si interroga e capisce pian piano che c'era una parte della vita di suo marito che forse ha conosciuto poco e che sarebbe stato bello condividere insieme.

E quella parte è lì, in quelle valli, in quel ranch spartano e praticamente privo di bagno e altre comodità, in quegli spazi sconfinati e maestosi, nei lunghi silenzi davanti a un tramonto o nelle sere placide trascorse in veranda sorseggiando un whiskey e godendo del fresco della sera.

Decide allora di restare, di mandare al diavolo New York e di provare a vivere la vita che amava Preston, di fare ciò che lui avrebbe fatto se fosse lì con lei (e che le partecipava e le chiedeva di conoscere personalmente, quando le telefonava dal Montana): provare a vivere al ranch, condurre un'esistenza opposta a quella  newyorchese, sì comoda, ma altresì schiavizzante sotto mille aspetti.

Gli ostacoli a questa decisione saranno molteplici, a cominciare dall'atteggiamento oppositivo delle figlie.

La serie verte, in questa prima stagione (6 episodi), sul complicato passaggio da una vita (e relativa mentalità, costumi...) nella grande metropoli a quella semplice e rurale del West americano, soffermandosi molto sull'elaborazione del lutto da parte di tutti i Clyburn e sulle scelte che ogni singolo famigliare deve fare per riprendere in mano la propria vita dopo la morte dell'amato capo famiglia, che risolveva un po' i problemi di tutte loro.

Mi è piaciuta questa stagione per le tematiche affrontate e per i paesaggi a dir poco meravigliosi, dal ranch, alla placidezza del fiume Madison, alla realtà delle piccole comunità rurali, ai vasti campi arricchiti da fauna e flora locali, a quel silenzio e a quella vastità che fanno sentire piccoli, quasi smarriti ma, allo stesso tempo, in pace.

Aspettando la seconda stagione, ho incominciato YELLOWSTONE e siamo sullo stesso
genere; dramma famigliare, western, anche se qui ci sono la criminalità locale e i cowboy, il che rende tutto ancora più affascinante, per quanto mi riguarda.

Si resta nel selvaggio Montana, con la famiglia Dutton, proprietaria di un mega ranch, minacciato da costruttori a caccia di terreni, in continuo conflitto con l'adiacente parco nazionale di Yellowstone e con la locale riserva indigena.

La famiglia Dutton è composta dal capofamiglia, John (Kevin Costner), vedovo, e dai suoi figli, tutti caratterialmente diversi e tutti fonte di troppi problemi: Lee (che il padre già considera come l'erede), Jamie (avvocato, cagnolino ubbidiente e oggetto di scarsa stima in famiglia), Bethany (donna d'affari cinica, spietata, sboccata e senza regole né freni, anche se cela numerose fragilità e sofferenza emotiva) e Kayce, l'unico sposato (con Monica, nativa americana; hanno un figlio, Tate).

Cari lettori, nessuna famiglia è perfetta e i Dutton sono pieni di problemi, dentro e fuori i confini del gigantesco ranch.

Avvincente, con un cast straordinario, ho divorato la prima stagione e ho iniziato la seconda.
Mi sta piacendo moooooltissimo!





Ok, ora passiamo ai libri letti.


  1. LA FATTORIA DEGLI ANIMALI di G. Orwell: classico contemporaneo che, sotto forma di favola con protagonisti animali, denuncia totalitarismi e propagande politiche manipolatorie (4,5/5). DA LEGGERE.
  2. LA CANNIBALE di R. Green: true crime - la terribile storia vera di Katherine Knight, assassina con la mania dei coltelli (4/5). PER AMANTI DELLE STORIE VERE E TRUCI.
  3. L'ISOLA DOVE VOLANO LE FEMMINE di M. Lamalfa: narrativa italiana - ispirato a un fatto realmente accaduto nei primi anni del Novecento ad Alicudi, racconta di una terra intrisa di superstizioni e fatica (4/5). AFFASCINANTE.
  4. L'ULTIMA CRIPTA di F. Gamboa: romanzo storico-avventuroso ruotante attorno al leggendario tesoro dei Templari (4/5). DINAMICO, PIACEVOLE.
  5. FINCHÈ MORTE NON CI SEPARI di F. McFadden: breve racconto appartenente alla serie thriller Una di famiglia (3,5/5). PER CHI STA LEGGENDO I ROMANZI DELLA SERIE.
  6. HARRY POTTER E LA PIETRA FILOSOFALE di J. K. Rowling: primo volume della serie su Harry Potter, il maghetto che scopre di esserlo a undici anni ed è pronto ad entrare nella scuola di magia ad Hogwarts (4/5). VIVACE, DIVERTENTE.
  7. HARRY POTER E LA CAMERA DEI SEGRETI di J.K. Rowling: secondo libro della serie sul Harry Potter, il maghetto impegnato sempre a sconfiggere nemici (4/5). AVVENTURA E MAGIA.
  8. RE BIANCO di J. Gómez-Jurado: thriller spagnolo, terzo ed ultimo libro della trilogia Regina Rossa. Si scoprono le mani che muovono i pezzi di una complicata scacchiera fatta di macchinazioni, tradimenti e omicidi (4,5/5). EPILOGO DIGNITOSO DI UNA UNA BELLA SERIE.
  9. UNA TRANQUILLA CITTÀ DI PROVINCIA di M. Mos:  giallo poliziesco a tinte noir ruotante attorno ad una ben costruita indagine e a un ispettore capace e intuitivo (3.5/5). PER GLI AMANTI DEL GENERE.
  10. PICCOLI FANTASMI di G. Dunnett: thriller psicologico paranormal: la giovanissima vittima di un terribile omicidio compare al fratellino per cercare insieme l'assassino (4/5). TENERO.
  11. DEMELZA di W. Graham: secondo libro della saga famigliare su Poldark; la bella e indomita Demelza cerca di farsi accettare dai nobili e suo marito di non far naufragare la baracca (4/5). PER CHI AMA LE SAGHE STORICHE.


READING CHALLENGE

Gli obiettivi di settembre erano:

  • NOIR FAMIGLIARE ✔
  • LIBRO SUL FEMMINICIDIO χ
  • "QUI NON SUCCEDE MAI NIENTE" di O. Adam χ


Io ho scelto il primo con 

12. QUATTRO PRESUNTI FAMILIARI di D. Mencarelli: l'elemento giallo/poliziesco apre la strada al racconto profondo di complesse dinamiche umane e sociali (4,5/5). AZIONE E INTROSPEZIONE.

giovedì 8 ottobre 2026

Recensione: IL GIOCO DELLA NOTTE di Camilla Läckberg



Un romanzo breve che pone al centro quattro amici di Stoccolma, appartenenti a famiglie abbienti e amiche tra loro; è la notte di Capodanno e i ragazzi la trascorrono giocando, provocandosi, sfidandosi... sino ad arrivare a un finale decisamente inquietante.


IL GIOCO DELLA NOTTE
di Camilla Läckberg 


Einaudi
trad. K.De Marco
120 pp

Liv, Martina, Max e Anton sono quattro amici e lo sono da molti anni; Liv è attratta dallo sfuggente Max - da sempre il leader del gruppo, colui che comanda e gli altri eseguono - ma il ragazzo è fidanzato con la migliore amica di Liv, Martina, che incarna la tipa che a scuola tutti notano, la più popolare e a cui tutti vogliono essere amiche.
Liv, al contrario, è sempre stata più schiva, ombrosa, riservata, con un luccichio cupo negli occhi che le dà un'aria misteriosa. Anton è un po' il pagliaccio della cricca, fa sempre battute (per lo più spinte e strafottenti), è soggiogato dal carisma di Max (che segue come un cagnolino fedele) ed è segretamente innamorato di Liv, la quale però pare non accorgersene.

È la sera di Capodanno quando i quattro si riuniscono per trascorrere insieme la lunga notte e decidono di impiegare il tempo nel modo in cui piace a loro: flirtare, bere alcolici aspettando il servizio catering, stuzzicarsi e intanto giocare a Monopoly intrecciato con "Obbligo o verità".

Quello che è inizialmente un gioco per far passare i minuti e attendere la mezzanotte, va via via trasformandosi in qualcosa di diverso e poco innocente; i ragazzi, infatti, cominciano a lanciarsi sfide, facendole passare per semplici penitenze quando si perde una mano giocando, insomma degli scherzi goliardici, che però hanno qualcosa di torbido e oscuro; sono vere e proprie provocazioni volte a superare i limiti, a commettere gesti e azioni che infrangano delle "regole", che sia un atto vandalico verso un oggetto appartenente a qualcun altro o una proposta indecente a una sconosciuta o un bacio dato tra loro...

E i genitori?, vi chiederete.
I "grandi" sono in un appartamento (di proprietà di uno di essi) di un palazzo accanto a festeggiare tra loro; genitori e figli possono osservarsi semplicemente guardando dalle finestre ed infatti gli adulti ogni tanto si affacciano per raccomandare ai ragazzi di fare i bravi e di non esagerare con l'alcool, ma i figli sanno che sono solo moine ipocrite e che ai loro "vecchi" interessa sballarsela forse anche di più dei loro figli.

Anche questi ultimi si fermano di sovente a guardarli pensierosi e corrucciati dalla finestra e pian piano, tra una lancio di dadi e una sfida irriverente, scopriamo i segreti personali e famigliari di tutti i presenti.

Si tratta di famiglie, come dicevo, benestanti, tenute in considerazione in società per la loro facciata di perbenismo e rispettabilità; gente che agli occhi degli estranei sembra quasi perfetta perché ha soldi, potere, influenza, professioni e ruoli socialmente importanti..., insomma famiglie insospettabili e senza macchia.

Ma attraverso un gioco da tavola il lettore gratta la superficie e ne viene fuori un marcio incredibile fatto di abusi, tradimenti, dipendenze da alcool, problemi finanziari... insomma molti segreti, alcuni più brutti di altri.

Una volta che tali segreti saranno venuti a galla, niente sarà più come prima. 
 
Camilla Läckberg scandaglia gli abissi dell'adolescenza e, attraverso essa, quelli ancora più oscuri e minacciosi della famiglia, che non sempre è per tutti un luogo rassicurante, un rifugio capace di proteggerti e darti amore e sicurezza.
I protagonisti sono quattro giovani, tutti ricchi, belli, viziati, proiettati verso un futuro di successo ma in realtà, al di là della bella maschera che indossano, si nascondono odio e dolore. 
Sono quattro figli, prima ancora che quattro amici, che hanno maturato negli anni un carico di risentimenti e disprezzo verso i genitori che odora fortemente di pericolo, di una miccia pronta ad esplodere da un momento all'altro.

Mettersi a nudo e liberarsi del peso di certe verità non è semplice ma farlo li aiuterà e, soprattutto, aprirà a tutti loro gli occhi su cosa vogliono davvero, su quali siano le cause che li rendono infelici e insoddisfatti e su quale sia l'unica strada da percorrere per risolvere ogni loro problema.
Una decisione presa con freddezza, calcolo spietato e una spaventosa indifferenza che avrà conseguenze inimmaginabili.

Un libro breve ma che ho trovato sufficientemente coinvolgente; certo, avvengono tante cose in poche pagine e si arriva all'epilogo - di per sé scioccante - con una leggerezza che stona con quanto accade, inoltre sarebbe stato interessante approfondire maggiormente le singole storie dei ragazzi ma nel complesso mi è piaciuto perché riesce a tenere viva una tensione emotiva dall'inizio alla fine.
Il titolo originale - Gå I Fängelse - rimanda al gioco del Monopoly, mentre in inglese si è optato per Truth or dare, cioè "obbligo o verità"; entrambi mi piacciono di più di quello scelto nell'edizione italiana.

Carino, ideale per chi cerca una lettura veloce a tema adolescenti-famiglia.

martedì 6 ottobre 2026

Recensione: LA FATTORIA DEGLI ANIMALI di George Orwell



Pubblicato nel 1945, questo romanzo di Orwell, attraverso la storia di animali che si ribellano al dominio degli esseri umani per instaurare un regime basato sull’uguaglianza e sulla parità di diritti e doveri, è un’allegoria di come anche un ideale rivoluzionario possa degenerare in una tirannia totalitaria, esattamente com'è accaduto al comunismo sovietico sotto Stalin.




LA FATTORIA DEGLI ANIMALI
di George Orwell

Feltrinelli
tra. F. Cavagnoli
147 pp
Gli animali della fattoria Manor, stufi di essere sfruttati e comandati dal loro padrone umano Mr Jones, decidono di ribellarsi per creare una propria società, un modo più giusto di vivere e in cui tutti gli animali siano uguali, senza che ci sia chi si senta più in alto e più importante di altri.

A lanciare l'idea di una rivoluzione è Old Major, un maiale con ideali rivoluzionari sinceri che però morirà poco prima di vederla realizzare.

Gli animali riescono nel loro intento e preso il controllo della fattoria, viene steso una sorta di statuto, chiamato I Sette Comandamenti dell’Animalismo e affisso sulla parete del granaio per ricordare a tutti i compagni i diritti, gli obblighi e i divieti da osservare in modo da garantire che regni l'uguaglianza e con essa la pace, la giustizia, la serena cooperazione tra gli animali, impedendo in ogni modo che si torni all'oppressione, al binomio schiavo-padrone.

In essi sono contenuti principi inviolabili, ad esempio non avere nessuno dei vizi degli esseri umani (tipo bere alcolici, dormire nei letti...), o “Qualunque cosa cammini su due gambe è un nemico”, o “Nessun animale ucciderà un altro animale” e soprattutto: “Tutti gli animali sono uguali”.

Purtroppo, quella che sembra a tutti gli effetti una democrazia comincia ben presto a mostrare le prime crepe a causa di alcuni personaggi.
In particolare, ad assumere ruoli di preminenza, ben presto, sono due maiali, Snowball e Napoleon,  anche se il primo viene cacciato attraverso macchinazioni losche ad opera del secondo, che diventa il maiale più importante, il più autoritario, colui che - servendosi dei suoi fedelissimi, come i cani (che fanno da polizia segreta) e altri maiali tipo Squealer - manipola la verità, riscrive le regole e finisce per assumere gli stessi comportamenti e modi di pensare e di vivere degli umani che avevano sostituito.

Alla fine, quindi, ogni utopia e promessa rivoluzionarie si trasformano in una nuova e più subdola tirannia e il nuovo motto sarà: “Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri".

Nella sua brevità, nella semplicità ed asciuttezza del linguaggio, attraverso un racconto ricco di significati allegorici, Orwell ci mostra come avvenga il passaggio da una condizione egualitaria e finalmente più giusta (frutto di un atto coraggioso di sovversione) ad una contrassegnata da soprusi, prepotenze, torti, tradimenti sfacciati di un ideale originario nobile e deciso collettivamente, e tutto questo triste cambiamento si verifica gradualmente e alternando le manipolazioni - del linguaggio, dei princìpi dell'Animalismo, di revisione della storia per cancellare il passato e riscrivere il presente a favore del nuovo status quo - con l'oppressione brutale ma operata in segreto, di nascosto dalla massa, che non deve avere idea di ciò che accade tra gli animali (i maiali) che si sono autoeletti ai vertici della nuova società.

Una critica alla rivoluzione russa e alla dittatura di Stalin, una favola dai toni amari che ci ricorda con una chiarezza disarmante come il potere possa influenzare e trasformare chi ce l'ha (anche quando ha origini nobili, come un ideale di uguaglianza) ma anche chi lo subisce, che - grazie a propagande e manipolazioni - finisce per abituarsi ad essere comandato.

Ovviamente lo consiglio, un testo sempre attuale, in grado di stimolare molte e profonde riflessioni. 


domenica 4 ottobre 2026

Recensione: LA CANNIBALE di Ryan Green

 

La storia, crudissima e scioccante, della prima donna condannata all'ergastolo in Australia senza condizionale e con l'addendum specifico di “mai scarcerare”.


LA CANNIBALE
di Ryan Green




138 pp



Per leggere questo libro è obbligatorio un disclaimer: va bene solo se vi interessa molto il true crime e se non vi impressionano descrizioni di scene realmente forti e violente.

Questa è la storia vera - sigh! - di un'assassina, non seriale ma brutale e feroce comunque: Katherine Knight (1955).

L'autore, dopo un prologo in cui ci presenta la protagonista in un momento di violenza e follia, ci racconta la vita di questa criminale partendo dai suoi genitori, Ken e Barbara, i quali si fidanzarono (e in seguito si sposarono) dopo aver avuto una relazione adulterina; Barbara, infatti, era sposata con John Roughan (con cui aveva quattro figli, di cui due ancora piccoli), che lavorava nel mattatoio di Aberdeen insieme a Ken.
Apprendiamo di come Barbara fosse infelice della propria vita coniugale e di come si fosse buttata tra le braccia di Ken che si mostrava passionale e sanguigno..., pure troppo, visto che la sua natura da alcolizzato aggressivo venne subito fuori quando i due fuggirono insieme da Aberdeen (la comunità era piccola e puritana, guardava con malevolenza i due peccatori) per andare a Moree: abusi sessuali, botte con calci e pugni, umiliazioni di ogni genere...
Insomma, Barbara non se la passava bene con Ken ma di lasciarlo non se ne parlava: per andare dove e da chi, poi?
Così la coppia ebbe prima due figli maschi e poi due gemelle nel 1955, Joy e Katherine; quando le ragazze avevano 15 anni, la famiglia Knight tornò ad Aberdeen.

L'infanzia e l'adolescenza di Katherine ci vengono narrate con dovizia di particolari ed emerge un contesto famigliare che indicare come disfunzionale è quasi un complimento: oltre al rapporto tra i genitori basato sulle botte e continue mortificazioni, si aggiungono le insidie sessuali ai danni di Katherine all'interno della casa e sua madre - sempre più frustrata ed infelice - che le raccontava dettagli scabrosi della propria vita sessuale con Ken e le confessava tutto il suo disgusto per il sesso, raccomandandole però di accontentare sempre gli uomini in tal senso, giusto per non avere rogne (!?!).

"In casa Knight regnava quel tipo di anarchia spietata che spingeva le persone razionali a difendersi con la violenza, forse persino a mettere in atto mosse preventive contro potenziali aggressori."

Un altro aspetto importante da sottolineare è che Katherine sino a un certo punto è stata una ragazzina tranquilla, ma negli anni della scuola è diventata man mano una selvaggia che bullizzava i compagni; quando poi ha cominciato a lavorare nel mattatoio accanto al padre, le si sono aperte del tutto le porte del sangue, dei coltelli, l'arte dello scuoiamento e del disossamento.

E da quel momento la sua esistenza non ha fatto che ruotare attorno a queste parole chiave.

Le fu diagnosticato (quando andava ancora a scuola) il Disturbo Borderline di Personalità (DBP), e in seguito - nel corso degli anni, di frequente avrà momenti di forte "crisi", in cui metterà in atto comportamenti molto feroci, crudeli, minacciosi, pericolosi per l'incolumità altrui, figli compresi - verranno riscontrate altre problematiche psichiatriche ed eventuali cure non risolveranno la sua condizione, e a farne le spese saranno soprattutto i compagni di vita (ma potenzialmente chiunque lei giudicasse fastidioso, che fosse un vicino di casa o un collega di lavoro).

Alcuni riusciranno - dopo aver rischiato parecchio - a fuggire da quella moglie/compagna assetata di sesso e possesso, tormentata da un demone della gelosia che la faceva impazzire e la induceva a torturare fisicamente e psicologicamente l'innamorato del momento, ma qualcuno purtroppo non c'è riuscito.
Ed è quel qualcuno ad aver reso tristemente celebre la donna di cui stiamo parlando.

John Price è stata l'unica vittima di una furia omicida che solo per pura casualità non ha mietuto altri morti; una ma sufficiente a far guadagnare alla Knight l'etichetta agghiacciante di Lady Cannibal o Hannibal Lectar al femminile, a rinchiuderla dietro le sbarre e a convincere il giudice a buttare la chiave.

Leggere quello che ha fatto al povero Price è dura perché è un tipo di violenza davvero sadica e inaudita.

Green ha scritto un resoconto drammatico e sconvolgente di questa assassina, concentrandosi molto sul contesto in cui è nata e cresciuta, su quanto fosse fragile il suo equilibrio mentale ed emotivo, sul carico di rabbia che le si annidava dentro e che lei sfogava nei modi più terrificanti, sul terrore di essere abbandonata e tradita che le faceva scattare qualcosa dentro per cui poi si abbandonava ad una furia letale, incontrollabile e devastante.

"La rabbia era sempre stata la cosa più facile per lei, fin dalla prima volta che si era lasciata sopraffare. Tutto ciò che vedeva la rendeva sempre più furiosa, ogni persona più ripugnante. Non c'era un solo momento di veglia in cui Katherine non ribollisse di odio e risentimento per ogni creatura vivente intorno a lei. (...) Conosceva la rabbia; poteva fidarsi della rabbia. L'amore, che era sempre stato irraggiungibile, anche quando pensava di averlo trovato, sembrava sempre scivolarle via dalle dita."

Sono quelle storie raccapriccianti che ti confermano come spesso  la realtà è più horror di certi romanzi horror.
Per stomaci forti. 


source
Katherine e John


venerdì 2 ottobre 2026

Recensione: L'ISOLA DOVE VOLANO LE FEMMINE di Marta Lamalfa



Ambientato nei primissimi anni del 1900, sulla piccola isola di Alicudi, L'isola dove volano le femmine ci racconta un mondo e un modo di vivere arcaici, ritratti nella loro autenticità, nella durezza di una vita fatta di lavori nei campi e poco cibo da mettere nella pancia; un "piccolo mondo antico" ed isolato dove la fame, la superstizione e la miseria non possono soffocare un desiderio profondo di libertà.



L'ISOLA DOVE VOLANO LE FEMMINE 
di Marta Lamalfa

Neri Pozza
320 pp
«Io dico che se una sa come volare, qua poi non ci torna».

Il lettore giunge ad Alicudi in un giorno triste.
È il 1903 e la giovane Caterina guarda il corpo freddo e immobile della propria gemella, Maria, morta.

"Guardare Maria le aveva sempre dato il convincimento di sapere come lei stessa era fatta. (...) le dicevano tutti che era spiccicata a sua sorella Maria, e questo solo riusciva a dare al suo corpo una forma. Come farà, adesso che i loro due corpi si sono slacciati? (...) Senza Maria, saprà scegliere, fra i pensieri in testa, quelli giusti e quelli sbagliati? Era lei che glieli sceglieva. Maria. Scompare sotto a un lenzuolo. Gliela tolgono da sotto al naso. Caterina non è pronta a vedersela sfuggire così, all’improvviso. Pensava di avere più tempo."

Senza Maria, Caterina sente di essere incompleta, lasciata sola come una cosa a metà, e anche se adesso può godersi la loro stanza tutta per sé, nulla sarà più lo stesso.

Se l’è portata via un male cattivo e tutti in famiglia – dalla bisnonna Palmira, che non ci vede più bene ma capisce e "vede" meglio di tutti, a Palmira la madre, che aspetta il quarto figlio ma è distrutta dal dolore – pensano sia colpa di Ferdinando, un giovanotto coatto, che sta scontando una pena al Castello di Lipari.

Con l'assenza della sorella, la quotidianità di Caterina s'è ingrigita, ristretta, intristita; oltre alla fatica delle incombenze quotidiane, sulle sue esili braccia pesa anche la fatica dei lavori in campagna.

Suo padre Onofrio Virgona lavora per don Nino, ogni giorno e come un mulo, facendosi aiutare dai figli: Saverio, un ragazzo dalla forte personalità, testardo e che non si tira indietro dall'opporsi al padre quando non ne condivide le idee (anche se ciò significa prendere un sacco di mazzate dal genitore, decisamente poco propenso al dialogo), Caterina (che viene trattata come un maschio quando si tratta di travagghiàri, ma come una femminuccia quando c'è da darle una razione più misera di cibo) e il piccolo di casa (almeno fino a quando non nascerà il quarto) Nardino, che però viene rimproverato aspramente e picchiato dal padre perché ritenuto incapace di fare lavori in cui sono necessarie la forza e la resistenza fisica.

Le giornate di Caterina sono scandite da queste attività, cui si aggiungono la consegna delle acciughe sotto sale e aiutare la mamma e le nonne (tra cui la catananna Palmira, che è la bisnonna, e Caterina, la nonna materna) a fare il pane.

Il pane che possono permettersi non è quello bianco, buono e profumato, bensì uno nero e non proprio piacevole, ottenuto dalle spighe della segale che cresce nell’isola e che ultimamente presenta come dei piccoli corni (da qui "segale cornuta") neri, color carbone, che le donne di Alicudi chiamano tizzonare.

All’inizio non s’erano fidati a mangiare quel pane aspro, ma la fame incombe, non c’è altro per saziarsi e così anche Caterina ingoia pezzi di quel pane duro e scuro sa più di morte che di vita.

E in mezzo a tutto questo gran daffare, uno dei momenti che preferisce è quando può sedersi ai piedi di nonna Palmira ed ascoltarla parlare di storie dell'isola, storie di donne libere, che non si sottomettono agli uomini (padri, mariti, fratelli...) ma che scappano via e volano sull'isola, come streghe, nella notte.
Sono le majare, che ballano nude quando nessuno le vede e che non obbediscono alle regole, ma vivono fuori dagli schemi, come Calòria.

Calòria è una donna nubile, una pescatrice che agli occhi di Caterina è circondata da un'aura di mistero e fascino perché sa cosa dicono di lei le donne e gli uomini dell'isola: che è una majara, una che non copre il capo con il fazzoletto e lavora con la forza di un uomo.

"Aveva però qualcosa che a Caterina piaceva. Una strana accoglienza nel corpo, morbido e col seno troppo abbondante e gli occhi grandi e la fronte larga (...) Era una donna come Caterina non ne aveva viste altre. Che esisteva e basta, come esistevano gli storpi. Come, insomma, una faccenda diversa dalle donne che Caterina poteva diventare."

Caterina è attratta da questa figura femminile e in generale dalle majare, che di certo sono più libere di lei, anche se vengono chiamate streghe.

E se Calòria rappresenta  la libertà femminile in un piccolo contesto che la nega perché intriso di povertà, ignoranza e superstizioni, c'è un altro personaggio che incarna altri ideali, non solo di libertà ma anche di uguaglianza e giustizia sociali.

È Ferdinando, il ragazzo detenuto a Lipari e che la famiglia di Caterina detesta con tutto il cuore perché lo ritiene responsabile della malattia di cui è morta la povera Maria.

Ma Ferdinando non è un uomo qualsiasi: è uno di quelli che "ha fatto le scuole", sa parlare, leggere e scrivere, capisce e sa tante cose, tra cui la rivoluzione.

«Qualcosa ho fatto, sì, non sono stato buono a fare la rivoluzione». «E che è?» «Quando uno vede una cosa che non va bene, allora la vuole cambiare. Io ci ho provato e non ci sono riuscito, e come me tanti poveri cristi. E c’hanno mandato al Castello non per non esserci riusciti, che è una colpa più grave, ma per averci provato».

Ferdinando non è al Castello perché è un criminale ma perché lotta per il cambiamento, per aiutare i contadini, la povera gente, a non accontentarsi di lavorare sotto un padrone (che solitamente si tiene il grosso dei profitti, lasciando lo scarto ai suoi lavoratori, che fanno fatica a mettere il pane a tavola), ma a sognare di slacciarsi da questa "schiavitù", di alzare la voce per pretendere di più perché è giusto che chi sgobba dalla mattina ala sera riceva ciò e quanto merita.

Anche da lui Caterina è affascinata, e non è l'unica, in famiglia; qualcun altro, insospettabilmente, viene ammaliato dai discorsi rivoluzionari di Ferdinando, perché in fondo il sogno di essere più liberi e di migliorare le proprie condizioni di vita ce l'hanno tutti, anche i miserabili che, a fine giornata, sì e no riescono a mettere in bocca un pezzo di pane nero ammollato nell'acqua accompagnato da un'acciuga o una nespola.


Ad Alicudi - "dove gli anni si contano coi guai. Il tempo del colera, della fame, della tisi, del vaiolo: sono le morti scampate (...) a segnare il passo del tempo, che cammina a fatica" - soffia più di un vento: il vento delle streghe che volano libere sorvolando l'isola, forse lanciando malefici e trasformandosi in qualcos'altro; il vento della rivoluzzone... e il vento di chi vede strane visioni, parla coi morti, fa esperienze che hanno dell'incredibile.

È ciò che succede alla giovane protagonista, che a un certo punto viene investita da una sorta di febbre visionaria in questo microcosmo dove il confine tra realtà e immaginazione si fa sempre più labile, tanto più per lei che è, tra l'altro, già segnata dalla perdita della gemella e tormentata dai morsi della fame.

Caterina ha paura di diventare pazza come nonno Pino o di scoprire di essere anch'ella una majara e, cosa forse più preoccupante, di volerlo essere.

"Che una majara non lo devi diventare, come le diceva la catananna, che lo sei e basta. Devi solo capirlo."

In questo romanzo leggerete di donne trattate come serve, destinate solo ad obbedire all'uomo di casa e a tacere - pena schiaffoni in pieno viso - e leggerete anche di povertà, mancanza di istruzione, solitudine, lutti, miseria...; l'unica via che la protagonista ha per cercare di spiccare il volo è affidarsi a dei sogni ad occhi aperti, che le permettano di andare oltre ciò che vede/vive e che le sta succhiando forze, vitalità, sorrisi.
Questi sogni ad occhi aperti, però, non sono semplicemente frutto di una grande immaginazione o dell'infelicità che porta Caterina "a volare di fantasia", tant'è che non coinvolgono soltanto lei, ma anche tanti altri abitanti di Alicudi, e vanno ricondotti ad un fenomeno particolare e documentato storicamente (accaduto negli anni 1903-1905), una serie di eventi che in queste pagine uniscono storia e scienza con leggende, miti, credenze popolari; quale sia questo fenomeno lo spiega la stessa autrice in una nota alla fine del romanzo e tale riferimento a fatti realmente accaduti è un punto di forza della storia, in cui sono ben bilanciate realtà e finzione, ciò che vero, legato alla terra, alla vita di tutti i giorni, con ciò che va oltre le esperienze immediatamente percepite con i cinque sensi, e che coinvolge altre dimensioni dell'essere umano.

Marta Lamalfa ha scritto un romanzo originale, che descrive in modo vivido e viscerale una piccola realtà isolana fatta di rocce scure e dirupi aspri, di ripide mulattiere, di alberi piegati dal vento inclemente; un luogo che ci appare lontano e quindi carico di un fascino quasi primitivo, dove l'austerità di esistenze provate dagli stenti e dal duro lavoro si mescola con un'atmosfera magica, solitaria, imbevuta di leggende, in cui trova terreno fertile il desiderio di sfuggire all'oppressione, di coltivare desideri proibiti e sognare la libertà.

Molto bello, lo consiglio; è una lettura che ti trasporta totalmente in quegli anni e in quel luogo, e a questo contribuisce tanto il linguaggio usato dall'autrice - semplice, con parole ed espressioni volutamente "elementari" e anche dialettali -, legato fortemente alla terra in cui la storia è ambientata, e lo stesso si può dire dei suoi personaggi, maschi e femmine, o della natura intorno: tutto è così "terreno", naturale, concreto ma, al contempo, teatro di qualcosa di visionario.



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