venerdì 25 dicembre 2020

Recensione: "Foglie di gelso. Racconti palestinesi" di Aysar Al-Saifi

 

Foglie di gelso è una raccolta di testimonianze di uomini e donne della Palestina che hanno vissuto la dolorosa esperienza di essere rinchiusi, per tempi anche lunghi, in carceri israeliane; esperienza che, per quanto drammatica e quindi impressa in modo indelebile nelle menti e nei cuori, non ha impedito loro di continuare a resistere, a credere che anche per il popolo palestinese e per la sua "Patria"  arriverà il momento, tanto atteso, della libertà e, prima ancora, di vedersi riconosciuto il diritto di esistere.



"Foglie di gelso. Racconti palestinesi" 
di Aysar Al-Saifi




Prospero editore
trad. Althea Pohl, Stefano Riva
160 pp
"...anche noi palestinesi, come gli uccelli, amiamo la libertà, non possiamo vivere in gabbia e non sopportiamo una vita in schiavitù. La nostra è una vita che non conosce confini, ma solo il cantare del mattino. E tu, figliolo, volerai di nuovo in alto. (...) Non stare in pensiero per me: nonostante il trascorrere degli anni (...) io sono ancora forte, come il gelso e forse di più".

Aysar Al-Saifi è nato trentadue anni fa nel campo profughi di Dheishesh, a sud di Betlemme, sorto nel 1949 con lo scopo di accogliere migliaia di persone costrette a lasciare le proprie abitazioni durante la "catastrofe" (Nakba), quando le forze di occupazione israeliane hanno raso al suolo oltre 500 villaggi e costretto più di 700mila persone ad abbandonare le proprie abitazioni.

Tra queste pagine viene data voce a chi voce non ha e le cui vicissitudini rischiano di essere portate via dal vento e ridotte in polvere "come foglie di gelso", dimenticate sotto coltri di indifferenza.

Sono storie intrise di umanità, perché al centro vi è, del resto, proprio l'essere umano, che sia l'occupante o l'occupato, il secondino o il prigioniero, attorno ai quali ruotano tanto i soldati, che irrompono nelle case per arrestare - troppo spesso senza reali motivazioni -, quanto le famiglie di chi viene portato via, allontanato dall'amore dei propri cari, cui restano solo cumuli di disperazione e preoccupazione e briciole di speranza. 

Ma per quanto sbriciolata, se c'è una cosa che resiste nonostante tutto e tutti è proprio la speranza, bagnata di lacrime, sì, ferita dalla paura e dalla solitudine tra le mura di una cella, ma non per questo meno viva; e con essa ci sono la pazienza ("la pazienza è ciò che abbiamo imparato dalla Patria") e l'amore incrollabile per la propria terra, per la quale si soffre, si combatte e si resiste.

Questo piccolo volume si legge agilmente non solo per il numero di pagine ma ancor più per l'immediatezza del linguaggio, che pur essendo essenziale e semplice è carico di empatia e di umanità; la sua lettura offre al lettore la possibilità di conoscere storie vere di chi ha vissuto (e vive tutt'oggi) esperienze di dolore ed ingiustizia per il solo fatto di essere palestinese;

"...essere palestinesi rappresenta una colpa sufficiente per essere perseguitati".

Nuran, Khaled, Ahmed, Mahmoud, Ribhi...: lungi dall'essere semplicemente nomi sconosciuti, nel momento in cui le loro vicende e i loro sentimenti ci scorrono davanti agli occhi, smettono di essere estranei senza identità e li riconosciamo per ciò che sono: uomini e donne nel cui petto batte un cuore di leone anche dietro le sbarre.

"Questa è la differenza tra noi e voi, la differenza tra prigionieri e carcerieri. Tu sei convinto che in prigione siamo deboli, mentre noi, anche se imprigionati, siamo sempre alla ricerca della speranza e del fiore che sboccia dalle ceneri".

Leggiamo di come, al cospetto delle forze di occupazioni israeliane, i palestinesi non possano che cercare di resistere, mettendo a tacere anche i propri sentimenti ed emozioni per non mostrare una debolezza che renderebbe ancora più dura la prigionia e loro pericolosamente vulnerabili davanti ai soldati.

"La posta", "la politica delle stampelle, "la porta della spiumatrice": sono espressioni che a noi non dicono nulla, ma che per tanti uomini e donne si traducono in umiliazioni quotidiane, che avvengano all'interno di furgoni di ferro dove i prigionieri devono sopportare temperature impossibili, piuttosto che al checkpoint, dove anche i vecchi e i bambini attendono per molto tempo in attesa di poter attraversare i posti di blocco.

E le attese sono lunghe e logoranti anche per i famigliari dei detenuti, che aspettano ore per ottenere di vedere, magari solo per pochi secondi, il volto del proprio congiunto. 

Di capitolo in capitolo si susseguono, quindi, storie di vita con protagonisti diversi ma strettamente uniti dall'amore per il proprio popolo, l'attaccamento alle famiglie (ci si commuove e al contempo si prova un inevitabile senso di impotenza e rabbia nel leggere le struggenti lettere che i detenuti si scambiano con le madri, private dei propri figli, e in attesa di riabbracciarli, quando saranno finalmente liberi), agli amici con cui si è condivisa l'infanzia e, da adulti, la lotta contro il nemico-vicino; sono persone che all'interno delle carceri cercano di proseguire la loro battaglia, resistendo a ogni tentativo di manipolazione e assimilazione della coscienza, con scioperi della fame, alimentando l'attività culturale tra i detenuti,  costantemente ostacolata dalle autorità israeliane.

Non ci sono popoli di serie A e di serie B, violazioni dei diritti più o meno urgenti per cui battersi e, come ricorda Luisa Morgantini (nella Prefazione), citando Mandela "non ci sarà libertà per nessuno, fino a quando i palestinesi non saranno liberi".

Queste riportate da Aysar sono testimonianze preziose che - mettendo in risalto la tenacia di un popolo che con coraggio resiste all'occupante, che conserva la propria libertà nonostante le sbarre di squallide celle ed è mosso dall' "immortalità di un amore reciproco con la propria terra" -  con forza e sensibilità conducono il lettore "dentro quello squarcio ancora aperto sulla Palestina, che da troppi anni cerca di guarire senza riuscirci" (dalla Postfazione di Chef Rubio).

Da leggere.


"...proprio perché non possediamo a priori la libertà, siamo consapevoli del vero significato di una vita senza essa. Proprio perché ne siamo privi, riusciamo a comprenderne il significato e a essere le persone più adatte a definirla e capirla. Mi fanno ridere quei popoli che gridano alla libertà ignorandone il significato. Come possono conoscere il significato della libertà se non ne sono mai stati privati come noi?"

4 commenti:

  1. Un libro che dovremmo leggere per capire.
    Buon Natale Angela, di cuore :)
    sinforosa

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  2. Un libro molto interessante, me lo segno. Grazie Angela!

    RispondiElimina

Un buon libro lascia al lettore l'impressione di leggere qualcosa della propria esperienza personale. O. Lagercrantz

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