mercoledì 4 novembre 2015

Recensione film: PHILOMENA di Stephen Frears (tratto da una storia vera)



Come vi dicevo ieri sera, c'è un altro film che ho guardato nel fine settimana.


PHILOMENA



Regia:  Stephen Frears

Cast: Judi Dench, Steve Coogan, Charlie Murphy

Presentato in concorso al Festival di Venezia 2013.

Alcuni riconoscimenti:

2014 - David di Donatello Miglior film europeo a Stephen Frears
2013 - Mostra del cinema di Venezia Migliore sceneggiatura a Steve Coogan e Jeff Pope

Irlanda, 1952. Philomena Lee, ancora adolescente, resta incinta. Cacciata dalla famiglia, viene mandata al convento di Roscrea. Per ripagare le religiose delle cure che le prestano prima e durante il parto, Philomena lavora nella lavanderia del convento e può vedere suo figlio Anthony un'ora sola al giorno. A tre anni Anthony le viene strappato e viene dato in adozione ad una coppia di americani. Per anni Philomena cercherà di ritrovarlo. Cinquant'anni dopo incontra Martin Sixmith, un disincantato giornalista, e gli racconta la sua storia. Martin la convince allora ad accompagnarlo negli Stati Uniti per andare alla ricerca di Anthony.


Tratto dal romanzo “The lost child of Philomena Lee”, pubblicato in Italia da Piemme col titolo “Philomena” (info).

I film tratti da storie e fatti realmente accaduti hanno su di me un certo fascino; se poi ci aggiungete un convento di suore in cui avvengono cose che non dovrebbero accadere e casi di ingiustizia… beh, mi invitate a nozze.
Ma qui della gioia delle nozze c’è davvero poco.
In questo film drammatico c’è la storia di un’ingiustizia che non ha riscatto, ma solo sofferenza e lacrime.
Eppure esse arrivano a noi senza pesantezza, ma anzi con una certa dose di humor e leggerezza che però non vanno a ridicolizzare i fatti, ma a darcene una lettura sentimentale e mai stucchevole.

Philomena Lee è una donna ormai anziana, che ha un grande cruccio e dolore nella propria vita; un dolore ben riflesso nei suoi espressivi occhi azzurri e narrato dalle rughe che solcano il suo viso.
j. dench
Un dolore di nome Anthony. 

Philomena è stata una ragazza madre che ha partorito il proprio bambino in un istituto religioso in Irlanda, una delle tante “Casa Magdalene” (sorte nel XIX sec. In Irlanda e Inghilterra; l’ultima è stata chiusa nel 1996) che raccoglieva ragazze orfane o ritenute immorali per la loro condotta peccaminosa. In queste comunità, le ragazze – alcune davvero giovanissime – venivano trattenute anche contro la propria volontà (ovviamente perché i primi a volerlo erano i famigliari) e soprattutto costrette a lavorare con ritmi e in mansioni estenuanti con la “scusa” di dover espiare i propri peccati; in realtà, gli istituti, sfruttando il lavoro delle poverette, ci guadagnavano un sacco e tutto grazie a una manodopera praticamente gratis.

In questo posto poco caritatevole è finita, da adolescente, la nostra protagonista, che ha fatto l’errore di cedere alle lusinghe di un bel giovanotto e di rimanerne incinta.

Non solo il parto è stata una brutta esperienza perché il bimbo era in posizione podalica e, dovendo lei soffrire per redimersi, non meritava assistenza medica, ma dopo la nascita le era permesso di vedere il piccolo per poche ore alla settimana, con il terrore sempre presente che, da un momento all’altro, egli le fosse strappato via.
E così fu.
Una mattina, una coppia americana, venuta per adottare una bimba, pensa bene di prendersi anche quel bimbetto così carino e affezionato alla bambina prescelta, il tutto senza tener conto delle povere mamme.

Anthony ha tre anni quando viene strappato via alla propria legittima madre, la cui indicibile sofferenza la segnerà e le peserà sul cuore per anni e anni.
A nulla varranno i tentativi personali di cercare il figlio, di carpire informazioni dalle suore, così dopo tanti anni, ormai con una propria famiglia alle spalle, Philomena decide di rivolgersi a un aiuto esterno, cioè ad un giornalista, Martin Sixsmith.
Inizialmente Martin non è convinto di volersi imbarcare in una storia di vita vissuta, essendo lui un giornalista che si occupa di argomenti più elevati e intellettuali, e non di fatterelli adatti a casalinghe ignoranti e volubili.

Ma la simpatia, la vena dolce e ironica di Philomena e la sua tenacia nel voler andare a fondo alla sua storia di ingiustizia, vincono ogni resistenza e reticenza, e i due partono insieme per quest’avventura, sperando chiaramente in un lieto fine.

martin sixsmith e philomena lee
Avventura che li riporterà nel convento di Roscrea dove tutto è cominciato fino ad approdare negli States, lì dove fu portato il piccolo Anthony dalla famiglia adottiva.

Le vicende di questa signora anziana, simpatica e buona, ci stanno a cuore e vorremmo che lei abbracciasse il suo figlio perduto.
Sarà così?

Non sempre la vita ci ripaga del male ricevuto dandoci del bene, ma ciò che colpisce di Philomena è la sua forza morale, la sua dolcezza, il suo saper andare oltre la malvagità subita, l’odio, il risentimento, che umanamente comprenderemmo, e che forse tanti di noi, nella sua medesima situazione, avremmo provato e ci sentiremmo in diritto di esternare.

Martin si fa prendere dalla ricerca di Anthony e dalla storia di Philomena e di tutte le ragazze come lei, passate per quegli istituti, e il suo punto di vista sarà quello del giornalista alla ricerca della storia da raccontare, magari un tantino scandalistica, che faccia sorgere nelle persone un sentimento di indignazione davanti a comportamenti scorretti da parte di persone da cui ci aspetteremmo carità e comprensione.

A prescindere da come andrà la ricerca del figlio da parte di questa madre combattiva e tenera, ciò che mi è piaciuto è come affronta e vive tutto la protagonista, la cui bontà d’animo, la capacità di perdonare e di non condannare coloro che le hanno fatto del male, mi hanno toccata, perché non è automatico e naturale non cadere nell’odio verso chi ci ha procurato tanto dolore.

Sapere come ha vissuto e chi è riuscito a diventare il proprio bambino, quali opportunità di vita un gesto malvagio e crudele è comunque riuscito a donargli, permettono a Philomena di provare un’incredibile serenità; il dolore per una vita non vissuta accanto al frutto del proprio ventre resta e sarà sempre lancinante, ma viverlo scevro dell’odio, che tanto non cambia il passato, è una conquista, una vittoria.

Un bel film, come dicevo, drammatico eppure non pesante grazie ad una protagonista ancora piena di vita, dolce e pronta alla battuta simpatica.

Consigliato a chi privilegia le storie vere e drammatiche.

Uno degli ultimi film recensiti: IO CHE AMO SOLO TE

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2 commenti:

  1. Sono d'accordo con te: la parte in cui la protagonista sceglie di perdonare anzichè cedere al rancore, è davvero emozionantissima... Anche se non so se, al posto suo, sarei mai riuscita a dimostrare tanto coraggio. Probabilmente nemmeno per sogno! XD
    Un film stupendo, ad ogni modo! *___*

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    Risposte
    1. eh anche io me lo sono chiesta! siamo umani..!
      però questa donna à la sua personale ma grande lezione di vita

      Elimina

Un buon libro lascia al lettore l'impressione di leggere qualcosa della propria esperienza personale. O. Lagercrantz

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