giovedì 7 gennaio 2021

Recensione: BORGO SUD di Donatella Di Pietrantonio



Ho lasciato l'Arminuta ragazza per ritrovarmela ormai donna, con una soddisfacente carriera da insegnante universitaria a Grenoble ma con il cuore eternamente gonfio e pesante di tristezza, abbandoni, perdite. 
E solitudine.


BORGO SUD
di Donatella Di Pietrantonio


Einaudi
168 pp

"Il ricordo è una forma di recriminazione. È il perdono che non trovo."

Non ci si separa mai del tutto dal proprio passato, dalle proprie radici e dalla propria famiglia; puoi andar lontano quanto ti pare, ma poi basta una telefonata a riportarti "a casa", nel nostro caso a Pescara, e precisamente a Borgo Sud, la zona marinara della città. 

Ed è così che "essa", l'Arminuta, intraprende un viaggio nei ricordi, col quale ripercorre il rapporto con le due donne della sua famiglia - la madre e la sorella Adriana -, con l'ex-marito Piero e, in generale, la propria vita fino a quel momento, fatta più di silenzi che di parole, più di abbandoni che di presenze, di addii più che di ritorni.

«C’era qualcosa in me che chiamava gli abbandoni». 

Tornare a Borgo Sud insieme alla protagonista significa ritrovare quel vulcano di Adriana, che ha sempre vissuto come un violento uragano, capace di travolgere la sorella, comparendo di punto in bianco e senza lasciar spazio e tempo per risponderle, per rimproverarla, farla ragionare.

Come quando, una notte di molti anni prima, si è presentata alla porta dell'appartamento che la sorella condivideva con l'allora marito - il placido Piero - ed è entrata pretendendo ospitalità per sè e per il bimbo di pochi mesi che si portava dietro.

Adriana, sempre così riottosa, inquieta, di una vivacità indisciplinata e irritante, di chi non ti chiede per ottenere qualcosa ma semplicemente se la prende, soprattutto se pensa di averne diritto.
S'infila così in casa della sorella per un po' di tempo e, pur nel suo essere così egoista e infantile (se vuole un abito costoso, poco importa che non possa pagarselo: lo mette sul conto della sorella e del cognato, ci penseranno loro a saldare il debito), nei gesti frettolosi e poco gentili, nei modi, spesso sgarbati, di rivolgersi alla sorella maggiore, Adriana ha un occhio pratico, allenato a capire le persone, più realista e disincantato verso il mondo.
Col suo essere schietta e senza filtri, coglie le crepe nel matrimonio della sorella, che invece incassa la testa fra le spalle e chiude gli occhi per non vedere e non capire, facendosi bastare il proprio indiscusso amore per il marito.

Ma possibile che "essa" non si faccia mai alcuna domanda sulle sempre più frequenti assenze del suo Piero, sul suo tornare troppo spesso tardi la notte...? Lavoro e solo lavoro... o c'è altro? O c'è un'altra?

Lei si fida di Piero, sempre così gentile, affettuoso...; beh, sull'affettuosità ci sarebbe qualcosa da ridire, visto che effettivamente col tempo s'è fatto un po' distante, e questo potrebbe voler dire qualcosa?

L'Arminuta non vuol vedere, non vuole indagare per non soffrire, per non vedere realizzata la secca profezia materna: "ti farà soffrire".

Eppure il loro amore è nato così spontaneamente, lei e Piero si son sentiti legati da subito, tanto da organizzare velocemente il matrimonio, che è stato un giorno felice.

Cosa è andato storto?

Forse è il loro amore ad essere così: storto, strano, incompleto, irreparabile, come lo è quello di Adriana per il padre del piccolo Vincenzo:

"...amori sacri e un po’ storti che ci siamo trovate da giovani. Cosí diversi, e nessuno dei due destinato a durare. Siamo state noi a tenerli in vita oltremisura."

Adriana e Rafael, il pescatore dagli occhi neri lucenti e i capelli ricci, colui che l'ha messa nei guai più di una volta a causa dei debiti.

Le due sorelle sono all'opposto per temperamento e carattere, eppure accomunate da una medesima  radice avara e velenosa, e da un destino simile, fatto di errori difficili da sistemare.

L'Arminuta non s'è mai sentita granché parte di quella famiglia con la quale s'è ricongiunta a tredici anni: solo con Adriana ha sviluppato un rapporto forte e contraddittorio, fatto di alti e bassi, di silenzi stizziti o parole urlate.

"Genitori e fratelli, il paese sulle colline, erano lontani, nella durezza del dialetto. Occupavano ricordi non proprio felici, e solo un poco il presente. Lei, al contrario, era sempre così viva e pericolosa. Provavo forte il disagio di essere sua sorella."

Sono sorelle e c'è dell'affetto tra loro; sanno di poter contare l'una sull'altra e nei momenti complicati questo verrà sempre fuori, ma quanto è difficile esprimersi affetto quando non si è abituati a farlo!

Del resto, con una mamma come la loro, incapace di una carezza, di una parola gentile, sempre brusca nei modi, nei toni, nelle movenze, è difficile imparare ad esternare amore.

"Con mia sorella ho spartito un’eredità di parole non dette, gesti omessi, cure negate. E rare, improvvise attenzioni. Siamo state figlie di nessuna madre. Siamo ancora, come sempre, due scappate di casa."

Ritorna tra queste pagine il controverso e complicato rapporto con la madre, con questa genitrice che prima ha dato via la figlia e poi se l'è ripresa, introducendola in un contesto familiare sconosciuto, semplice nel suo essere rude e poco accogliente, dove a un certo punto è entrato il lutto a rendere l'aria ancora più tesa, i rapporti ancora più chiusi e i silenzi più sofferti. 

Una madre e un padre che restano sempre gli stessi nella loro modesta esistenza, nella quotidianità di gesti fatti per abitudine, con i loro modi spicci, i volti accigliati, i giudizi facili, i rimproveri sempre pronti, e con la porta di casa comunque aperta a queste figlie strane, una con la coccia sempre sui libri e l'altra scapestrata e combinaguai.

Genitori su cui passano gli anni, i cui corpi invecchiano e perdono vigore, andando incontro a malattie e a nuove esigenze. Genitori di cui prendersi cura, e l'Arminuta - proprio lei, per ironia della sorte!, che era stata mandata via da piccina - è quella sulle cui spalle grava questo fardello.

"...era mia madre. Era lei mia madre. Mi aveva data da crescere a un’altra donna, eppure ero rimasta sua figlia. Lo sarò per sempre. (...) Mia madre mi occupava dentro, vera e feroce. Restava in gran parte sconosciuta, non sono mai penetrata nel mistero del suo affetto nascosto. Chiuderò i conti con lei nella mia ultima ora."


Il ritorno a Borgo Sud, dopo la brutta telefonata che l'ha raggiunta in Francia e costretta a prendere il treno, è l'occasione per la protagonista di guardarsi in profondità, di pregare e sperare che un po' di pace arrivi da qualche parte per lei e per la sua sfrontata e indomabile sorellina, unica presenza certa della sua vita.

Ho apprezzato lo stile senza dubbio molto fluido dell'Autrice, la sua capacità di farti entrare nella storia e di avvicinarti ai personaggi attraverso una penna che, pur nel suo essere asciutta ed essenziale, non perde d'intensità, ma anzi ti spinge a soffermarti sulle parole, su quelle frasi più significative, che gettano luce sull'interiore della protagonista.
Mi ha nuovamente colpito il dovermi riscontrare con la chiusura emotiva della famiglia, della madre in particolare, così naturalmente (e forse incolpevolmente?) incapace di mostrare amore al sangue del suo sangue, tema già presente nel libro precedente.

Ho trovato questo libro intriso di (troppa) tristezza, e la forza di carattere che avevo ravvisato nella protagonista ne L'Arminuta, non l'ho trovata tra queste pagine, anzi: "essa" (ancora senza nome) mi ha dato l'idea di una donna ferita, sola, appesantita da rimpianti, sensi di colpa, dal matrimonio fallito e da un amore (quello per Piero) che non le reca alcuna gioia, e che si aggrappa all'unico affetto che la fa sentire parte di qualcosa, cioè quello con la sorella, che sarà pure spesso insopportabile - con le sue rispostacce ingrate, le frasi perfide sibilate o urlate alla sorella maggiore, le sue pretese - ma resta comunque un legame importante e inscindibile.
Non ho potuto non paragonare il rapporto tra Piero e la protagonista con quello tra Adriana e Rafael, e in entrambi i casi vale il detto "chi si somiglia, si piglia": là dove i secondi sono due teste calde, che non se le mandano a dire e litigano con foga, i primi due sono deboli di carattere, si raccontano bugie, chiudono occhi e orecchie pur di non affrontare la realtà con la scusa di proteggere l'altro, quando poi, inevitabilmente, la verità emerge comunque a lungo andare, e si finisce per provocare sofferenza.

Credo che questa costante e un po' angosciante tristezza che accompagna passo passo la protagonista (la ricordavo più decisa, qui è come se avesse subito un'involuzione), mi abbia impedito di entrare in empatia con lei con lo stesso trasporto del libro precedente, che avevo apprezzato molto di più.

Resta comunque una scrittrice di cui volentieri leggerei altro.

10 commenti:

  1. Ciao Angela. Grazie per queste analisi attente e molto utili, che guidano nella scelta futura delle letture. Ti auguro un buon proseguimento e un serena giornata.

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    1. Ciao Vivì, grazie a te e buon pomeriggio :)

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  2. Ciao Angela! "L'arminuta" è un romanzo di cui avevo già sentito parlare... e non ti nego che anche io ne avevo ricavato un'impressione di tristezza. Ma sembra comunque una lettura molto valida!

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    1. Certo, sì, nonostante il mio parere non sia entusiasta al 100%, ritengo l'autrice assolutamente valida e da conoscere. ;-)

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  3. Devo confessare che "Borgo sud" è un romanzo che mi attira molto anche perchè ho letto e apprezzato "L'Arminuta" e ora mi piacerebbe conoscere come evolve la storia. Grazie per la precisa e sincera recensione che, come sempre,offre spunti su cui riflettere. Un caro saluto :)

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    1. Grazie a te :)
      Capisco la tua curiosità su questo seguito, era anche la mia!

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  4. Stessa sensazione, mi ha detto poco.

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    1. ... o comunque non quello che ci aspettavamo :)

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  5. Angoscia e tristezza che però forse sono fortemente presenti in quanto sono entrati più prepotentemente nella vita della protagonista anche per i fatti che la vita stessa le ha messo di fronte

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Un buon libro lascia al lettore l'impressione di leggere qualcosa della propria esperienza personale. O. Lagercrantz

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