sabato 30 novembre 2019

Recensione: GLI SPIRITI NON DIMENTICANO di Vittorio Zucconi



Tashunka Uitko, "Cavallo Pazzo", è stato uno dei guerrieri Sioux più leggendari di sempre e la sua vita avventurosa, seppur breve, è stata votata alla difesa del diritto della sua gente a vivere come e dove aveva sempre vissuto, sulla propria terra.


GLI SPIRITI NON DIMENTICANO
di Vittorio Zucconi

Mondadori
371 pp

"Catturare Cavallo Pazzo, ucciderlo o costringerlo alla resa divenne la priorità, l'ossessione del governo."


Vittorio Zucconi, giornalista e scrittore italiano naturalizzato statunitense (morto a maggio di quest'anno), ha ricostruito in questa biografia la vita di Cavallo Pazzo, il figlio del tuono e della grandine, che nel 1876 sconfisse il Settimo Cavalleggeri di Custer a Little Bighorn.

È un racconto preciso, scorrevole e piacevole da leggere come se fosse un romanzo o un film, ed è inevitabile che si respiri un'aria leggendaria, quasi magica e sicuramente "mistica", come se queste pagine emanassero una sorta di alone di rispetto per un guerriero coraggioso e indomito, con la sua caratteristica penna di falco rosso tra i capelli, i capelli sciolti al vento, che, prima di essere un combattente, un eroe per la sua gente, è stato principalmente un uomo.
Con le sue passioni, i suoi dubbi, i suoi tormenti interiori, le sue risorse fisiche e spirituali, che voleva semplicemente vivere nella terra dei suoi padri, con il suo popolo, e che si è battuto per questo con tutte le sue forze.

Zucconi ha scavato nella vita di questo "messia guerriero", inquadrandolo nel suo contesto e periodo storico, entrando nella vita quotidiana dei Pellerossa, parlandoci delle donne, dei bambini, degli amori, dei riti e delle disperazioni di quello che fu un magnifico popolo di liberi cacciatori: i Lakota Sioux delle Grandi Praterie.

Il cinema e la tv americani ci hanno abituati a una certa concezione dei pellerossa: selvaggi col volto pitturato, agghindati con piume, mezzi nudi, pronti a urlare come indemoniati in groppa ai loro cavalli e, soprattutto, assetati di sangue e con la fissa di fare lo scalpo ai poveri "visi pallidi".
Da questa visione "negativa" e spaventosa, che dipinge gli Indiani d'America come i cattivoni di turno, si è passati nel tempo a pensare ad essi quali vittime innocenti e mansuete della crudeltà imperialista dei bianchi.
In entrambi i casi, gli indiani restano intrappolati in questi opposti stereotipi costruiti dalla cultura dei vincitori.

La verità è che le tribù native americane - Sioux, Cheyenne, Corvi,  Aràpaho, Apache e tutte le 500 nazioni indigene che popolavano il Nordamerica prima dell'arrivo di Colombo - non possono essere racchiuse in una o nell'altra visione, perché sarebbe riduttivo e fuorviante: esse erano composte da uomini, che come tali erano capaci tanto di violenza quanto di tenerezza, di ingordigia come di generosità, di odio e di amore. 
Sono stati padri e madri, mogli e mariti, artigiani e cacciatori, guerrieri forti e spietati ma anche adolescenti intimiditi, e la vita ne ha fatti ora dei vittoriosi conquistatori ora degli sconfitti.

Personalmente ho sempre avvertito un certo interesse verso gli Indiani d'America ma non ho mai approfondito più di tanto tutto ciò che concerne la loro cultura, storia, usanze, riti ecc..., e non ho mai davvero considerato cosa essi hanno dovuto subire e affrontare a causa delle mire espansionistiche del governo statunitense.

"La guerra fra gli Stati Uniti d'America e gli indiani delle Grandi Praterie - che sarebbe durata più di vent'anni e sarebbe finita con lo sterminio dei Sioux - era cominciata formalmente, in quel 1854", a causa... di una mucca rubata a un mormone e mangiata dai pellerossa...!

Da quel momento si sono susseguite una serie di conflitti sanguinosi tra i "soldati blu" e gli indiani, e diversi di questi sono narrati come dei veri e propri massacri, delle carneficine in cui ci sono andati di mezzo non solo guerrieri e militari, ma soprattutto tanti civili innocenti.

Harney, Fetterman, Chivington, Carrington, Custer...: molti capitani e colonnelli si sono succeduti a comando dei propri uomini in giacca blu, per provare ora a contrattare con gli "ostili", ora a sterminarli per poter avere finalmente libero accesso alle loro terre, tanto più quando ci fu la corsa all'oro nelle Colline Nere (che si estendono dal South Dakota al Wyoming).

Tra le battaglie più importanti che hanno segnato le ostilità tra l'Uas'ichu (l'Uomo Bianco) e i nativi, ricordiamo il massacro di Sand Creek (di cui vi ho brevemente parlato ieri, in occasione del 155° anniversario, in cui l'esercito americano si macchiò di un atto davvero infame, compiendo una strage e sterminando un intero villaggio, donne e bambini compresi) e la battaglia di Little Big Horn, avvenuta il 25 giugno 1876, in cui furono i nativi americani a riportare un’importantissima vittoria contro il Settimo reggimento di cavalleria dell'esercito U.S., riuscendo anche a uccidere il loro comandante, il generale George Armstrong Custer.

Ma questo libro non è semplicemente un resoconto storico, fatto di battaglie, date, luoghi, nomi di capitani o di guerrieri  alcuni dei quali molto famosi (Pentola nera, Nuvola Rossa, Toro Seduto...), ma è ancor prima il racconto struggente e meraviglioso di un popolo antico e orgoglioso, rappresentato in queste pagine in particolare da lui, Cavallo Pazzo, e noi lettori immancabilmente veniamo rapiti da una sorta di incantesimo davanti a questo personaggio straordinario, e ne percepiamo l'umanità, la sua grandezza che risiede non tanto nell'essere stato un combattente, quanto nella sua personalità complessa e che merita di essere conosciuta.

Tashunka Uitko, chiamato "Riccetto" da ragazzo (per i suoi capelli ricci), che prese la decisione di combattere  per sempre i "bianchi" dopo aver visto il proprio villaggio distrutto dai soldati federali, era un uomo solitario, di poche parole ma autorevole, stimato, incline alla preghiera, alla meditazione, alla ricerca di visioni da parte del Grande Spirito, affinchè gli indicasse la via e gli desse forza e saggezza nella sua "missione" di guerriero.

Non ha avuto una vita lunga, Cavallo Pazzo; non si sa con certezza l'anno della sua nascita (tra il 1840 e il 1845) mentre si conosce il giorno della sua morte, avvenuta il 5 settembre 1877, eppure essa è stata piena di eventi straordinari, e la bravura dello scrittore sta nell'aver avvicinato al lettore la figura di quest'uomo su cui aleggia un fascino immortale, di averci trasmesso i suoi tanti stati d'animo, le sue intuizioni e le sue mirabili tattiche per attaccare i nemici, i rapporti con la sua gente, l'amore per le poche donne della sua vita, la preoccupazione e la cura per il suo popolo, il rispetto per la terra ereditata dai padri e il desiderio di vivere e morire lì dove essi erano nati:

"Per noi indiani, la Terra è il paradiso, il luogo che lo Spirito ha creato e scelto appositamente per noi, e che non abbiamo dunque né il diritto, né la voglia di cambiare".

Mi ha provocato molta rabbia leggere di come l'Uomo Bianco non abbia avuto alcun rispetto per queste tribù, che avevano tutto il diritto di vivere nei loro territori, e di come spesso i tanti trattati stabiliti tra le due parti fossero solo un po' di fumo gettato negli occhi dei "pellerossa" e non di rado questi patti venivano calpestati con molta facilità dai conquistatori o nascondevano insidie e tranelli che gli indiani non riuscivano a vedere. 

«Uas'ichu, voi usate le parole e i pezzi di carta come bastoni. Qualunque cosa noi indiani facciamo, non è mai abbastanza per voi bianchi. Prendete tutto, prendetevi anche il nostro cuore.»

"In soli venticinque anni, si era passati dall'impegno di lasciare agli indigeni le loro terre «sino a quando l'erba crescerà e l'acqua scorrerà», scritto nel primo trattato di Fort Laramie del 1851, al «cedete tutto e basta» dell'agosto 1876."

E Cavallo Pazzo non ha mai ceduto di un millimetro di fronte ai tentativi dei vari colonnelli di ammansirlo, di indurlo a porre la propria firma sulle loro carte, perché egli non si è mai fidato... e faceva bene, tanto più quando leggiamo la triste fine cui è andato incontro...

"L'Uomo Bianco è venuto per portarci via la terra sulla quale noi camminiamo. Non possiamo fare altro che batterci, per le nostre donne, per il nostro popolo, per noi, e non possiamo che batterci insieme."

"Gli spiriti non dimenticano" è una storia incredibile, che racconta di un uomo e del suo popolo, con la loro cultura,  identità, dignità, la loro terra..., e della loro legittima intenzione di conservare tutto questo, a costo della vita.
È stata una lettura interessante, appassionante, in grado di rendere emotivamente partecipe me lettrice circa le vicende narrate, lasciandomi conoscere una parte della storia - americana - che è ben diversa da quella romantica dei cowboy e del vecchio West narrataci dalla cinematografia hollywoodiana.
Mi è piaciuto molto e a me ha fatto nascere una gran voglia di informarmi di più e meglio circa i nativi d'America.


"Nel tempo le tradizioni si spengono, i miti si sbriciolano, e gli uomini, inesorabilmente, dimenticano. Ma gli spiriti non dimenticano."


8 commenti:

  1. Ciao Angela, anch'io non so praticamente nulla sui nativi americani... la tua lettura sembra davvero interessante!
    Buona domenica :-)

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    1. direi che questo libro ha stimolato molto la mia curiosità su di loro e già mentre leggevo inevitabilmente mi è venuta una gran voglia di colmare qualche lacuna!
      buona domenica a te!!

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  2. Un'opportunità per conoscere meglio gli Indiani d'America e la loro Storia :)

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  3. Io non sono completamente a digiuno sulla materia ma questo libro sembra scavare in profondità per analizzare l'animo di questo guerriero.

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    1. Si infatti, mi sono appassionata all'argomento e a cavallo pazzo!!

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  4. Ciao Angela :) Ho sempre provato grande ammirazione per i nativi americani. La loro vita in armonia con la natura, l'intensa spiritualità e il rispetto per la terra dovrebbero essere un esempio per tutti noi, abili soprattutto a consumare...
    Mi segno il titolo e alla prossima! :o)

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    1. Hai sintetizzato perfettamente il modo di vivere di questo popolo pieno di storia!
      È una lettura che consiglio a quanti vogliano cominciare a conoscere meglio i nativi americani :)

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Un buon libro lascia al lettore l'impressione di leggere qualcosa della propria esperienza personale. O. Lagercrantz

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