sabato 13 febbraio 2016

Recensione: IL CASTELLO di Franz Kafka



Recensione dolente.
Eh sì, perchè si tratta di lui, dell'autore ceco con cui io non sono riuscita finora a stabilire la benchè minima affinità.
Anzi, le cose peggiorano a vista d'occhio - nel senso di "ogni volta che mi accosto ad una sua opera" -, e me ne dispiace..., non per Franz, ci mancherebbe, ma per me, che evidentemente ho difficoltà ad apprezzare uno dei  massimi autori del Novecento.


IL CASTELLO
di Franz Kafka


Ed. Oscar Mondadori
trad. A. Rho
362 pp
10 euro
Il protagonista di questa incredibile avventura - che mai alcun uomo immaginerebbe e desidererebbe vivere - è il signor K., che di mestiere fa l'agrimensore.
Per svolgere la propria mansione lì dove è stato chiamato (da chi? non si sa...), K.giunge in un villaggio (di cui non si sa il nome e la collocazione geografica), governato da un Conte anch'egli senza nome che trascorre la sua vita in un Castello e che, dall'alto della collina su cui questa dimora è costruita, incombe sul circostante territorio, tenendo tutto e tutti sotto il suo controllo pur non facendosi praticamente mai vedere.

K. è armato di buona volontà ed è pronto ad affrontare la neve e il gelido inverno in questo posto sconosciuto pur di compiere il proprio dovere, ma da subito incontra difficoltà: in poche parole, nessuno lo sta aspettando in paese, e la sua venuta genera immediatamente, nelle prime persone con cui viene a contatto, un sacco di stupore, perplessità e fastidio.

A questo atteggiamento degli abitanti poco accogliente si aggiunge un problema più serio: il castello, che è la sede di una mostruosa burocrazia, è organizzato secondo una complicata e inesorabile gerarchia, che amministra il villaggio con un mucchio di leggi contrarie alla morale e alla logica. 
Quali siano queste regole stabilite dall'altro non è facile saperlo per lo straniero che pretende di risiedere nello sperduto villaggio, i cui abitanti non si fanno alcun problema a mostrare comportamenti diffidenti verso l'agrimensore, e soprattutto vivono accettando passivamente queste fantomatiche leggi del castello, facendosene anche scudo e utilizzandole come delle armi per tener lontano lo straniero.

K. non è un tipo arrendevole e cerca da subito di imporre la propria presenza, insistendo sul fatto che se lui è lì è perchè evidentemente qualcuno l'ha assunto, quindi non ha alcuna intenzione di andarsene, ma resterà e farà il suo lavoro.

Il suo atteggiamento determinato viene immediatamente interpretato dalle persone del posto come arrogante, invadente, cocciuto e terribilmente stupido.
K. parla come l'ignorante che è, non sa e non capisce come funzionano le cose al villaggio; questo rimprovero che gli viene mosso non è però accompagnato da esaustive e sensate spiegazioni che facciano comprendere a K. la ragione per cui non è ben accetto e, soprattutto, per cui non può parlare con chi l'ha assunto.

Ma chi l'ha assunto? Con chi deve parlare K. per chiarire l'equivoco, per dimostrare al villaggio che ha ragione a voler pretendere di fare il proprio lavoro come agrimensore in mezzo a loro?

K. non riceve che risposte enigmatiche, mezze frasi, sorrisi maliziosi e furbi, da parte di chi fa mostra di sapere ma non vuol dire; K. capisce solo che la risposta sta lì, tra le mura del castello, ma ogni volta che cerca di farsi accompagnare, qualcosa o qualcuno lo devia dalla strada giusta (sempre che ci sia).

Nonostante sembri che la sua presenza sia frutto di un equivoco, K. viene affiancato da due uomini  strani, infantili, sciocchini e molto seccanti (che però almeno fanno sorridere con i loro gesti buffi), che verranno chiamati "aiutanti" per gran parte del libro, ma che non saranno mai d'aiuto per K.

Intanto, nei fiumi di parole che K. si sente rivolgere controvoglia da maleducati locandieri e ostesse di paese, capisce che c'è un funzionario importante che potrebbe tornargli utile: un certo Klamm, che tutti conoscono ma nessuno è in grado di descrivere o di presentargli.
Per arrivare a parlare con questo Klamm, K. progetta un piano, e per realizzarlo riesce a sedurre una giovane ragazza, Frieda, che gode i favori di Klamm in quanto sua amante.

Frieda è un personaggio ancora più ambiguo di tutti gli altri matti che intervengono nella storia, perchè in alcuni momenti sembra voler bene a K., in altri pare solo circuirlo e prenderlo in giro.

Il povero K. si ritrova solo più che mai in questo villaggio dominato dal freddo, in cui non ha una sola persona che gli sia amica, dove tutti sembrano detestarlo o al massimo sopportarlo sì, ma con compassione.

Dall'ostessa che fa di tutto per tenerlo lontano da Frieda, parlando di lui in termini poco lusinghieri, al giovane Barnabas, il messaggero di Klamm al servizio di K., che all'inizio sembra l'unica figura amica, disponibile, ma che si rivelerà sfuggente e immaturo; dalle sorelle di Barnabas, Olga e Amalia, enigmatiche, misteriose, inaffidabili, alla cameriera Pepi, invidiosa della posizione di Frieda; dalla indisponente e acida maestra della scuola al maestro, arrogante e cinico; per non parlare dei funzionari che K. incontrerà!

Tutti chiacchierano in un modo impressionante, intortano il povero e ignaro K. con parole su parole, inutili e senza senso, ognuno con la pretesa di spiegare a K. qualcosa sul loro sistema burocratico, ma in realtà confondendolo ancora di più...

Eh sì, perchè il nocciolo di tutto il libro, su cui si parla e parla e parla è proprio la mostruosa e complicata burocrazia del Castello, che K. non potrà mai comprendere perchè lui è e resterà sempre un estraneo, un sempliciotto arrogante che vorrebbe scavalcare (secondo gli abitanti e i funzionari) le regole del villaggio per fare come vuole lui, ma questa sua volontà è solo un'illusione perchè niente e nessuno può vivere al villaggio e non obbedire alle sue regole.

Considerazioni

Il romanzo ha quest'atmosfera molto inquietante, oscura, claustrofobica, buia e gelida come è l'inverno nel villaggio, e K. affronta le sue bizzarre avventure in piena solitudine, incompreso da tutti, preso in giro e rimproverato per ogni domanda, ogni discorso; nessuno lo prende sul serio, tutti vogliono insegnargli qualcosa ma alla fine per K. le cose non cambiano mai in meglio, perchè ci sarà sempre qualche nuovo ostacolo burocratico da affrontare (senza superarlo).

K. è un protagonista che a me ha messo su un gran nervosismo, ma abbiate pietà, non chiedetemi perchè: so solo che mi è stato difficile cercare di mettermi nei suoi panni, vedere le cose dal suo punto di vista, perchè tutto nella storia è assurdo, surreale, a tratti comico, sicuramente insensato e illogico. A rendere difficoltosa ogni empatia, poi, contribuisce il nome, indicato con la sola iniziale puntata, che lo rende ancora più distante e anonimo.
Ad aumentare l'irritazione nella lettura è la tediosità dei discorsi: fiumi di chiacchiere sterili su questa benedetta e incomprensibile burocrazia, che non hanno nè capo nè coda e che è di una noia mortale.

K. è una povera vittima di questa piccola società chiusa, che ha un proprio oscuro ordinamento al suo interno, inaccessibile per chi viene da fuori, e lui inevitabilmente si sente rifiutato, alienato, solo a cospetto di un ambiente ostile, minaccioso e misterioso, nel quale è impossibile integrarsi.

Le sensazioni che la storia di K. mi rimanda sono tutte negative: non ho trovato nulla che mi piacesse, ahimè, benchè ne riconosca il messaggio, il valore letterario e la genialità dell'autore, che tra l'altro non ha neppure portato a compimento questa sua opera, ragion per cui non è possibile neanche sapere la fine di K., fatto che aumenta la mia frustrazione >_<

Chiariamo, il punto non è se Il Castello sia un capolavoro o meno - lo è e basta -, ma quello che ha trasmesso a me..., e purtroppo mi ha dato principalmente questa percezione: quella di trovarmi, insieme a K. - che non mi fa alcuna simpatia come protagonista, anche se a volte mi suscitava pietà - in un labirinto, di notte, sulla neve, disperata, mentre tendo le braccia per aggrapparmi a qualcosa o qualcuno... ma non c'è alcuna mano a sostenermi; solo un continuo cicaleccio di gente antipatica e sapientona che pretende di dirmi che ho sbagliato a trovarmi da sola al buio nella neve nel loro complicato labirinto, senza poi darmi un aiuto per uscire fuori.

Scusate il pensiero contorto, spero non sia troppo incomprensibile.

Insomma, a me non è piaciuto, ma parliamo di Kafka, quindi di non consigliarlo non me la sento; anzi, se lo leggete o l'avete già letto, lasciatemi un vostro parere, sarò lieta di leggerlo e mettere in discussione il mio! ^_-


29.Un libro dell'autore più odiato

2 commenti:

  1. Il Castello di Kafka è il libro più bello che abbia mai letto. La storia è improbabile siamo d'accordo ma la genialità di Kafka consiste proprio nel renderti chiare le situazioni più impensabili e astruse . La scrittura e magica e fluente e per me nessun libro mi ha tanto affascinato . Semplicemente meraviglioso

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    Risposte
    1. ma guarda, l'improbabilità della storia non è un problema in sè; ciò che non mi fa amare le storie,i personaggi, le ambientazioni di kafka è dovuto alle sensazioni che mi rimanda; mi irrita..., non ne sono, come te, affascinata, non trovo la sua scrittura magica o fluente ma esattamente l'opposto; mi dà i nervi e ogni 10 pp avevo voglia di mollarlo, non l'ho fatto solo perchè è raro per me abbandonare in libro :D
      e non è l'unico che ho letto, quindi non si può neanche dire che sia il primo approccio all'autore.
      evidentemente non siamo compatibili ;)

      grazie per il tuo commento :)

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Un buon libro lascia al lettore l'impressione di leggere qualcosa della propria esperienza personale. O. Lagercrantz

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