lunedì 19 ottobre 2015

Frammenti di "L'ultima settimana di settembre"



Un passaggio struggente, tratto da "L'ultima settimana di settembre" di Lorenzo Licalzi.


Si è orfani o vedovi, ma non c’è una parola per dire quello che sei quando ti muore un figlio. Non c’è una parola neppure per descrivere quello che provi, perché “dolore” non è abbastanza, e anche se, amplificandolo con tutti i superlativi assoluti del vocabolario, fosse sufficiente per rendere lo strazio dell’immediatezza, perde significato nella costanza. 
Perché: “Ci sono dolori che non hanno tempo, immobili, enormi, mille volte più forti della nostra capacità di soffrire, mille volte più forti della nostra capacità di sopportarli, e che il tempo modifica solo all’apparenza, allo sguardo degli altri. Sono dolori che restano, inesorabili come un pugnale nel cuore. Dolori così grandi che ti fanno sentire in colpa se per un attimo riesci a dimenticarli con le incombenze della quotidianità o peggio ancora con una possibilità di svago. Ci convivi, perché ci convivi, ma è come avere questo pugnale nel cuore che come ti muovi, perché magari ti sei distratto, si muove un pochino anche lui, e il giorno dopo si vendica e te lo fa sanguinare di nuovo, e di più. Come se il mio cuore non avesse già sanguinato fino al 
dissanguamento” (...)
È vero, se non hai il privilegio della fede, perdere la memoria è l’unica arma possibile per sconfiggere certi dolori. Magari l’avessi persa per sempre, o trovata, invece, la fede.


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Un buon libro lascia al lettore l'impressione di leggere qualcosa della propria esperienza personale. O. Lagercrantz

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