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domenica 15 marzo 2026

Recensione: LA COLONIA di Annika Norlin

 

Una donna stressata in cerca di recupero psicofisico si imbatte in un piccolo e curioso gruppo di uomini e donne di diversa età che vivono a stretto contatto con la natura, lontani dalla società civile.
Chi sono e cosa li ha spinti a fare quella scelta così radicale?



LA COLONIA
di Annika Norlin




Ed. E/O
trad. C.Giorgetti Cima
464 pp
"ho capito che quelli che inizialmente mi erano sembrati dei pazzi in realtà tenevano in mano uno specchio. 
Ero io, la pazza."

Sindrome di burnout: è una condizione di esaurimento psico-fisico causata da un eccessivo impegno investito nella professione, che porta il lavoratore a sentirsi svuotato, privo di energie e di interesse, del tutto improduttivo, “completamente bruciato” (appunto burnout)*.

È la primavera del 2023 quando Emelie, trentenne giornalista, va in burnout.

Lo stress dettato da una vita di città frenetica, piena di impegni e cose da fare, a ritmi serrati, si fa sentire in forma di un esaurimento emotivo, stanchezza, mancanza di forze pure per alzarsi dal letto. 

Su consiglio di una vicina, Emelie lascia la città per trascorrere qualche giorno in campagna. 
Una volta lì, pianta la tenda sulle colline tranquille e verdeggianti, lungo il fiume, e si accorge di non essere completamente sola: c'è un piccolo e misterioso gruppo di persone che frequenta quella radura, che fa i bagni nel lago, si siede attorno a un grande abete e qualcuno di loro si ferma pure ad abbracciarlo; amano ballare sui prati, dicono sempre grazie, hanno tra loro un rapporto stretto, a tratti intimo, non si fanno problemi a spogliarsi, a massaggiarsi.... e altro.

Chi sono costoro? I membri di una setta? Un gruppo di invasati semplicemente asociali? Criminali che fuggono dalla società e vivono nascosti?

Emelie è curiosa ma non osa avvicinarsi troppo, preferisce per il momento guardarli "da lontano", tenerli d'occhio.
Fino al giorno in cui uno di loro entra nella sua roulotte, cominciando a mangiare le sue patatine e a sfogliare le sue riviste.

Si tratta del più giovane del gruppo, un ragazzino allampanato e dallo sguardo vivace, che si presenta come Låke.

Låke diventa il ponte che fa incontrare Emelie e la colonia cui il ragazzo appartiene dalla nascita.

Il racconto in prima persona di Emelie viene interrotto da quelli dei singoli individui appartenenti alla colonia e, nel corso della narrazione, si alternano così da permettere al lettore di conoscere ognuno di essi, le loro singole storie e le ragioni che li hanno portati a stare insieme.

"Per la maggior parte del tempo tacevano. Erano così in sintonia, sapevano già che cosa avevano da dire gli altri. Si comportavano come l’equipaggio di una nave. La Colonia era l’imbarcazione, e a volte potevano vedere negli altri dove stesse andando a finire. Adesso il natante sta per rovesciarsi, allora qualcuno deve piazzarsi sull’altro lato, così da ripristinare l’equilibrio."


Dal 2023, quindi, facciamo un salto indietro, collocandoci in un arco temporale abbastanza ampio che va dal 1970 fino ad arrivare progressivamente al presente, periodo all'interno del quale impariamo a conoscere gradualmente Sagne, Aagny, Sara, Jòzsef, Ersmo, Zakaria e Låke.

Sagne è un'entomologa ed arriva alla colonia dopo aver vissuto una delle esperienze più traumatiche per una donna, cosa che la segnerà nel profondo, influenzando i suoi comportamenti, il modo di relazionarsi con gli altri, compreso il figlio (Låke).

Aagny ed Ersmo sono come mamma e figlio; Aagny è un donnone forte, piena di vitalità, generosa e che, quando vuol bene a qualcuno e lo prende sotto la sua ala, lo fa con convinzione e dedizione. Forse pure troppa.
Ha trascorso degli anni in carcere (dove ha conosciuto Sara) e una volta fuori ha dovuto arrangiarsi con dei lavoretti, l'ultimo dei quali è stato assistere una donna in là con gli anni che, oltre a non essere abile fisicamente, è pure un po' "suonata". Questa signora vive in una bella casa lontana dalla città e, poiché è difficile trovare un'anima pia che le presti assistenza 24 ore su 24, ha bisogno di qualcuno che le stia dietro e che dia una mano al di lei figlio, il piccolo Ersmo.
Tra il bambino ed Aagny si instaura da subito un bel rapporto, che si farà via via sempre più stretto, tanto da rendere la mamma di Ersmo una presenta assolutamente non necessaria...
I due si ritrovano a vivere insieme nel terreno appartenente ad Ersmo e nessuno va ad infastidirli o a chiedere loro conto di alcunché, fino al momento in cui la loro casa diventerà una sorta di rifugio, di punto di riferimento per altre persone, in cerca - come loro due - di pace e anonimato.

Sara, ad esempio, giunge anch'ella in questa casa isolata dal centro abitato in modi del tutto fortuiti.
Quand'era molto giovane, è stata un po' di tempo in prigione, dove ha conosciuto Aagny, che a quel tempo la prese molto in simpatia, proteggendola dalle detenute ostili e divenendo sua amica.

Sara è una ragazza sveglia, apparentemente dolce ma in realtà sa essere anche manipolatrice ed ha una forte personalità; è una che ha viaggiato tanto, fatto esperienze, provato lo yoga e la meditazione, ha interagito con tanti tipi di persone e, quando sul suo cammino incontra il tranquillo e gentile Jòzsef, tra i due nasce un sentimento.

Jòzsef è orfano di entrambi i genitori, che sono state delle brave persone, affettuose, ma è cresciuto portando sulle sue fragili spalle il peso di un'esperienza traumatica vissuta da mamma e papà, che sono dei sopravvissuti all'Olocausto.
Quando incontra Sara, la vita solitaria e priva di grosse emozioni del taciturno ragazzo, sembra trovare una nuova vitalità, uno scopo, un amore totalizzante e intenso da vivere giorno dopo giorno.

I due approderanno in casa di Ersmo ed Aagny... e lì resteranno, anch'essi rapiti dal pensiero di poter vivere emarginati e a contatto con la natura, coltivando ortaggi, senza lavorare, godendo della bellezza di fiumi, alberi, fiori, aria, vento... e senza dover rendere conto della propria vita e delle proprie scelte a nessuno tra famigliari ed amici.

"...voglio avere questa comunanza, perché ha fatto sì che tutto d’un tratto credessi in qualcosa, che può esistere un modo di vivere che mi è congeniale, e dal quale non voglio scappare".


Man mano nella colonia entreranno anche Sagne e Zakaria, la prima disperata e in fuga da sé stessa, l'altro altrettanto disperato ed in fuga... ma dalla polizia.

Insomma, una combriccola di persone che, per ragioni differenti, erano insoddisfatti, soli, infelici e che nel costituire questa sorta di mini comunità rurale, capiscono che la vita può essere bella anche lontana dalla frenesia e dallo stress cittadino, che non si ha bisogno di scuola, lavoro, ospedali e quant'altro caratterizza la società civile, per stare bene ed essere felici.

"Tutti qui avevano un’angoscia dentro. E lui non si sentiva mai peggiore di. Tutti erano strani. Tutti erano malmessi. Ma insieme riuscivano a sopravvivere. Tutti sapevano fare qualcosa che era utile agli altri."

Ognuno di questi individui ha una storia che lo ha portato lì, quindi: traumi, alienazione, visioni del mondo. 
Sono diversi caratterialmente e per esperienze di vita ma a tenerli uniti e motivati ci pensa una persona in particolare: l'enigmatica e carismatica Sara, che diventa in poco tempo la leader del gruppo. 

Cosa succede quando questa colonia si vede "turbata" dall'arrivo inaspettato di una giornalista esaurita ma molto, troppo curiosa?


La colonia è il romanzo d'esordio della musicista svedese Annika Norlin ed io l'ho trovato  interessante perché esplora la società contemporanea attraverso gli occhi di coloro che rifiutano di vivere lo stress cittadino e che per questo cercano altri modi di vivere, di essere gruppo e comunità, e di farlo secondo le proprie regole, che non sarebbero comprese o accettate da "quelli DiFuori".

La narrazione è corale, affidata al punto di vista di tutti i personaggi coinvolti perché ad ognuno di essi - al suo vissuto, agli stati emotivi, ai traumi, alle individuali difficoltà nel vivere in questa società così veloce e impegnativa - è data importanza; il ritmo scorre bene ed è reso dinamico dal continuo cambio di narratore e punto di riferimento temporale, caratteristica questa che - mi rendo conto - può per qualcuno essere fastidiosa perché inficia la fluidità del racconto, dando una sensazione di frammentarietà e confusione.
A tal proposito, ammetto che all'inizio ho faticato a raccapezzarmi tra i personaggi e a inquadrarli, difficoltà che si è dissolta procedendo nella lettura e abituandosi ad essi, anzi avendo quasi la sensazione di essere una di loro, un membro silenzioso, appartato e con una prospettiva esterna rispetto a questa colonia.

L'autrice coglie, dei suoi personaggi, le sfaccettature di personalità, i moti dell'anima, le lotte personali, toccando anche argomenti sociali, come il burnout, la ricerca di sé e di uno scopo nella vita, l'identità personale e collettiva, il senso di appartenenza a un gruppo, l'accettazione di regole differenti a quelle cui si era abituati, le  complesse, e non di rado conflittuali, dinamiche di gruppo, il rispetto per la natura.

A "guardarlo", si ha la sensazione non tanto che sia un gruppo di settari impazziti, quanto di gente che ha più di una ragione per voler "scappare", diventare invisibile e che quindi ha trovato un posto per starsene in pace, evitando di affrontare le conseguenze delle proprie azioni. 
Comodo, no, rinchiudersi in angolo di mondo immerso nella foresta, sparendo dalla civiltà con la scusa di voler vivere "liberi e felici come una farfalla", quando invece ad unire queste persone non è un vero e proprio scopo, un'ideologia in particolare e ben precisa, ma per lo più un'assenza di senso della responsabilità (discorso che non vale per tutti, ad es. non vale né per Jòzsef né per Lake)?


Nel complesso, il romanzo mi è piaciuto e l'ho letto con interesse, ma una volta terminato e tirato le somme, ho avvertito che mi è mancato un approfondimento in merito all'ingresso di Emelie nella colonia (che inevitabilmente rompe gli equilibri, mette quasi in pericolo l'esistenza della comunità) e il finale stesso mi è parso un tantino frettoloso.

Però l'ambientazione e l'idea di base di per sé mi sono piaciute: trovo sempre accattivante soffermarsi su questi gruppi isolati e sulle ragioni che spingono le persone a creare una comune.

Forse non l'avrò trovato perfetto, ma è un buon romanzo e mi sento di consigliarlo perché offre molti spunti di riflessione (alcuni dei quali mi hanno fatto pensare al noto caso della "famiglia del bosco", di cui tanto si parla da mesi).

giovedì 12 marzo 2026

Recensione: STAGIONI DIVERSE di Stephen King

 

Quattro racconti come quattro sono le stagioni dell'anno: un uomo condannato ingiustamente che non smette di coltivare l'eterna primavera della speranza (il riscatto, la libertà); un adolescente che scopre la corruzione in un'estate in cui intreccia un morboso legame con un ex nazista; quattro ragazzini alla ricerca del cadavere di un coetaneo che vivono un'avventura incredibile che segna anche l'autunno delle loro innocenza; una donna che partorisce in circostanze surreali durante una nevosa giornata di dicembre.
Quattro storie che invadono la mente del lettore per il loro essere allucinanti, agghiaccianti ed emozionanti.


STAGIONI DIVERSE
di Stephen King


Sperling&Kupfer
trad. P. Formenti,
B. Amato
M.B. Piccioli
587 pp
La presente raccolta, comprensiva di quattro racconti legati dallo scorrere delle stagioni, è stata pubblicata per la prima volta nel 1982 e, pur trasportandoci a qualche decennio fa, la sua lettura risulta straordinariamente moderna perché ci conducono lungo un viaggio narrativo che spazia sapientemente tra più generi e che evoca un vortice di suggestioni ed emozioni tale da non lasciare mai il lettore impassibile e indifferente.

Di questi quattro racconti ne conoscevo tre, che poi sono anche i più famosi, per via delle trasposizioni cinematografiche.

Il secondo - associato all'autunno - l'ho letto anni fa e recensito QUI. IL CORPO è il mio preferito e l'avventura incredibile vissuta dai quattro amici, le loro personalità, i dialoghi, tutto ciò che essi vivono e come King ce lo racconta, mi è rimasta dentro, è uno di quei racconti che s'è guadagnato un posto speciale nel mio cuore, e ammetto che questo vale pure per il film, reso ancor più caro dalla presenza del mio amatissimo River Phoenix.

Il primo racconto del libro è Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank, da cui è stato tratto il bellissimo Le ali della libertà.

In questo racconto conosciamo il detenuto Ellis Boyd "Red" Redding, che è la voce narrante, colui che è pronto a narrarci la storia straordinaria del suo amico Andy Dufresne, che tra le mura del terribile carcere di Shawshank è ormai una vera e propria leggenda.

"Forse penserete anche che sto descrivendo qualcuno che è più una leggenda che un uomo, e devo ammettere che c'è un che di vero in questo. Per noi ergastolani che abbiamo conosciuto Andy per anni, c'era in lui un elemento di fantasia, un senso, quasi, di magia mitica...".

Andy entra a Shawshank nel 1947, con addosso una pesantissima e definitiva condanna per duplice omicidio (secondo l'accusa, ha ucciso a sangue freddo la moglie e l'amante di lei); l'uomo si è sempre dichiarato innocente e, anche se sembra rassegnarsi all'idea di trascorrere il resto della propria vita in prigione, in realtà sogna e investe intelligenza ed energie per cercare di fuggire e riacquistare quella libertà ingiustamente sottrattagli.
Perché Andy non mente quando dice di essere innocente, il lettore gli crede fermamente e segue con interesse e coinvolgimento il suo avventuroso soggiorno nel carcere.

Imperturbabile, di una calma quasi innaturale - che desta irritazione in tanti (tra guardie e detenuti) che vorrebbero vederlo crollare emotivamente -, razionale, lucido e soprattutto molto paziente: Andy riesce a sopravvivere in un inferno costellato di violenze fisiche, sessuali, psicologiche, di umiliazioni, privazioni, invidie..., e non solo: la sua serietà e professionalità come banchiere gli permette di crearsi una reputazione tra le sbarre, divenendo negli anni un punto di riferimento per molte persone là dentro - direttore compreso -, che non ci pensano due volte a sfruttare  le competenze di Dufresne in ambito bancario.

"Andy era la parte di me che non sono mai riusciti a rinchiudere, la parte di me che si rallegrerà quando finalmente i cancelli si apriranno per me e io uscirò col mio vestito da due soldi (...). La parte di me che si rallegrerà per quanto vecchio e spezzato e spaventato sia il resto di me. (...).
Certi uccelli non sono fatti per la gabbia, questo è tutto. Le loro penne sono troppo vivaci, il loro canto troppo dolce e libero. E allora lasciateli andare, altrimenti quando aprite la gabbia per dargli da mangiare, loro trovano il modo di volare via. E la parte di te che sa che non era giusto imprigionarli si rallegra, ma il posto dove vivi resta tanto più triste e vuoto per la loro partenza."

Red ci parla di Andy con rispetto e ammirazione, non lesinando particolari sulle sgradevoli situazioni in cui l'uomo si è ritrovato a causa di altri detenuti male intenzionati (tra tutti, le "sorelle", un gruppo di sodomiti molto aggressivi...), sottolineandone la forza interiore, il coraggio, l'audacia quando si trattava di insistere con i superiori per ottenere benefici per i carcerati.

A Shawshank Red è colui che si occupa del contrabbando, di fare arrivare - con mezzi che conosce solo lui - ai prigionieri le cose che desiderano, e anche Andy è tra coloro che domandano oggetti di vario genere, i cui utilizzi Red non sempre intuisce ma sa che, se Andy glieli chiede, è perché gli servono.

A cosa potevano servire i poster di Rita Hayworth o Linda Ronstadt? E un martelletto?

Dufresne è un uomo dalle mille qualità, che per lo più ha trascorso quasi trent'anni di carcere cercando di "volare basso", di non creare problemi per poi, al momento giusto... trasformarsi in un moderno Edmond Dantes.

 
In Un ragazzo sveglio (che ha ispirato il film L'allievo) il protagonista è un adolescente di nome Todd Bowden, figlio di una coppia di coniugi perbene, rispettabili, forse un tantino distratti e troppo convinti di aver tirato su un figlio tanto sveglio quanto onesto e gentile...
Insomma, il classico ragazzino di buona famiglia, biondo con gli occhi azzurri, bellino ma con una "piccola" ossessione: ama leggere tutto ciò che è possibile sui crimini atroci commessi dai nazisti nei campi di concentramento. L'Olocausto è  il suo chiodo fisso e più conosce storie drammatiche, particolari morbosi e macabri, più è felice e appagato.

Quale piacevolissima ed inaspettata sorpresa, quindi, scoprire casualmente che nella sua città si nasconde un ex ufficiale delle SS, ovviamente sotto falso nome!
Todd riesce ad approcciare l'anziano ex-ufficiale, il cui vero nome e Kurt Dussander ma si fa chiamare Arthur Denker; entra così in casa sua e... non ne uscirà più, per certi versi, nel senso che per anni - seppure a un ritmo meno costante - tra i due resterà sempre un filo, un legame invisibile, che si tramuterà, al bisogno, in possibilità di ricatto reciproco.

Todd è davvero un ragazzetto acuto, brillante, prende voti ottimi a scuola, anche se la sua media si abbasserà quando comincerà a stare pomeriggi interi a casa di Dussander.
A far cosa?
In una parola: a tormentarlo, affinché l'anziano ricordi i propri crimini e li racconti a lui nei minimi dettagli, pena la denuncia alle autorità, che sicuramente sarebbero felici di poter arrestare un nazista.

Ciò che accade tra il vecchio e il giovane tiene incollato il lettore, che assiste a denti stretti alla graduale corruzione morale di un adolescente che quasi fa impressione per la sua capacità naturale ad essere bugiardo, freddo, calcolatore, cinico, testardo, spietato... Ma più di tutto, la vicinanza a Dussander e l'ascolto dei suoi racconti di vita, fa sì che la personalità di Todd si formi e si deformi sulla base di ciò che apprende.

"Lui e il ragazzo erano esseri spregevoli (...), si nutrivano a vicenda..., si mangiavano a vicenda."

Inizia per lui un periodo di costanti incubi notturni, contrassegnati da scene tanto surreali quanto raggelanti, dove egli finisce in una dimensione onirica fatta di sesso, violenza feroce..., tutte cose che in qualche modo finiscono per condizionarlo pure nella vita quotidiana.

Todd voleva provocare un criminale ormai in pensione, ricordargli le proprie malefatte, ma questo a cosa lo porta se non a un progressivo, inesorabile e raccapricciante declino morale, che lo coinvolgerà intimamente, rendendolo un insospettabile mostro di crudeltà al pari del carnefice di tanti ebrei nel campo di Patin?

L'ultima storia ha il titolo "Il metodo di respirazione" e ha come protagonista e narratore un anziano notaio di Manhattan, David, che viene invitato dal titolare dello studio a trascorrere una serata in un club, che da subito appare come un luogo molto strano e, per alcuni sfuggenti aspetti, sinistro.
In verità, quando David va in questo club - che non ha nome né un registro dei soci -, non accade nulla di inquietante o spiacevole, anzi è tutto abbastanza "piatto", quasi noioso: c'è chi legge, chi spulcia i libri della biblioteca, chi conversa, chi beve brandy seduto in poltrona o guardando fuori dalla finestra, chi si concede una partita a biliardo e chi racconta storie bizzarre e neppure così affascinanti.
Dopo di che... prendono il cappotto - a porgerlo è il sig. Stevens, gentile ma sulle sue, di poche parole e circondato da un alone di mistero - e vanno via.
Ma che razza di club è questo? Qual è lo scopo o l'utilità che ne viene dal frequentarlo?

A dare una sferzata agghiacciante alle serate apatiche nell'appartamento ci pensa un dottore (ginecologo) il giovedì prima di Natale, quando racconta una storia pazzesca di cui è stato protagonista assieme ad una giovane donna, che lui chiama Sandra.
Sandra si presentò nel suo studio diversi anni prima, incinta e non sposata, quindi in una posizione socialmente non accettabile.
L'uomo seguì la gravidanza della ragazza con molta empatia, introducendola al cosiddetto "metodo della respirazione", utile per affrontare, con più calma possibile, il meraviglioso momento del parto.
Le vicende cui il medico assistette, incredulo e atterrito, furono qualcosa di paranormale e illogico, impossibile per lui da dimenticare...


Questa raccolta fa parte di quei libri che vanno letti per avvicinarsi e cominciare ad apprezzare il "Re dell'horror", che ovviamente non scrive solo horror, e questi racconti ce lo ricordano magistralmente.
King ha saputo creare personaggi vibranti, così perfettamente e lucidamente tratteggiati da prendere forma sotto gli occhi della nostra immaginazione, aventi personalità tali e rendendosi protagonisti di eventi e dinamiche così interessanti e appassionanti da essere praticamente indimenticabili.
Sono racconti in cui ci vengono presentati esseri umani di ogni tipo, di età e ceto sociale differenti, che conoscono il dolore, la paura, la speranza, l'amicizia, la violenza, la morte, la prigionia, che vivono esperienze forti e travolgenti che li formano e trasformano, li rendono migliori o peggiori.

Sono racconti in cui vediamo come la speranza non possa essere spenta dall'ingiustizia quando si è innocenti e liberi dentro, in cui viviamo due giorni ricchi di avventura e di legami d'amicizia che forse non dureranno per sempre ma per sempre saranno ricordati come preziosi, in cui guardiamo il male impossessarsi di chi non fa nulla per tenere a bada i germi della malvagità (che riposano, in una certa misura, in ogni uomo) ma anzi li nutre, e in cui ci immobilizziamo nel leggere la scena di un parto dai contorni horror.

Un viaggio che attraversa quattro stagioni della vita e dell'uomo e che invito a leggere perché non solo non vi deluderà ma... lo amerete.

È la storia, non colui che la racconta.

martedì 10 marzo 2026

Recensione: LATTE di Marina Zucchelli



Questo romanzo racconta di incontri tra realtà e persone molto lontane tra loro, ma soprattutto di mamme e di bambini: desiderati, amati, accuditi, cresciuti negli agi e nelle comodità o con pochi mezzi ma comunque ricoperti di amore e cure; e poi ci sono i piccoli abbandonati per necessità, paura, pregiudizi, lasciati in istituti e in attesa che qualche anima misericordiosa se ne prenda cura.


LATTE 
di Marina Zucchelli



Rizzoli
320 pp
Bologna, 1959. Olimpia, moglie borghese istruita e moderna, è incinta ed è pronta per scegliere la balia che allatterà il suo bambino quando nascerà.
Mentre passa in rassegna le diverse donne candidate al ruolo, con quella disinvoltura con cui si va a scegliere un cagnolino al canile, l'attenzione si posa su una giovane anch'ella incinta, dal petto abbondante e che sembra scoppiare di salute: Ada, incinta del quarto figlio e proveniente dalla Ciociaria.

La scelta ricade proprio su di lei e Ada, dopo aver partorito la propria bambina, viene portata vicino Bologna, nella bella casa in cui vivono Olimpia e suo marito Marcello.
Quando il piccolo Carlo viene al mondo, ad accoglierlo e nutrirlo è il seno prosperoso di Ada, e non certo quello della mamma Olimpia.
Del resto, le cose funzionano così tra la gente ricca: non si addice ad una signora perbene allattare; ad Olimpia è richiesto solo di riposare, riprendersi fisicamente e mentalmente e poi tornare agli impegni che caratterizzano le giornate di una persona come lei, appartenente a un ceto elevato.

Dal canto suo, la bella e solare Ada ha dovuto lasciare casa, marito e figli per questo lavoro lontano dalla sua famiglia, ed è stata la miseria e il sogno di avere una casa tutta sua e dei suoi cari, a spingerla ad entrare in una famiglia di estranei e ad allattare e prendersi cura di un neonato non suo, lasciando ad altre braccia e a un altro seno le proprie amate creature.

Ma così è ed ella è pronta a stare sei mesi via dal focolare domestico per racimolare 50mila lire al mese, che sono davvero una bella sommetta; e poi, i datori di lavoro la trattano come una regina, sono tutti attenti affinché lei mangi, si riposi tra una poppata e l'altra, non prenda spaventi né abbia motivi di stress, insomma, è un lavoro impegnativo, sì, ma conviene fare qualche sacrificio per portare più soldini a casa!
 
Le due madri, quindi, vivono nella medesima dimora e ruotano attorno allo stesso bambino... ma non potrebbero essere più diverse tra loro, e diverso è il modo in cui concepiscono la vita, il matrimonio, i legami e gli impegni famigliari.

Olimpia è educatissima e docile, abituata all'idea di civiltà che la vuole sposa con prole; eppure, dopo il parto, il suo corpo sembra tradirla, aprendo piccole crepe nella sua identità e la donna comincia a farsi domande su cosa desidera davvero, e osservare Ada - il suo modo di fare e parlare, così spontaneo, consapevole, più saggio di lei che ha sempre vissuto nella bambagia, vezzeggiata e coccolata, tenuta lontana da preoccupazioni e oneri di alcun genere - la porta a modificare certi schemi mentali e pensieri.

Ada è una ragazza del popolo che proviene da un contesto semplice, povero di mezzi ma ricco di amore e piccole felicità famigliari. Nella casa nuova, Ada impara presto a farsi presenza invisibile, mentre il richiamo dei suoi affetti le pulsa dentro con forza e nostalgia. 

Benché agli antipodi, Olimpia e Ada si incontrano sul terreno inatteso di una sorellanza  fatta di gesti e corpi: quello esposto e vitale di Ada e quello fragile di Olimpia, che cerca di riconoscersi nella ferita della maternità. 

Il lettore entra nel loro quotidiano attraverso le prospettive di entrambe e le loro voci si alternano per offrirci un doppio punto di vista: quello della ricca, razionale e bene educata Olimpia - che ci parla nel suo italiano perfetto -, e quello verace, genuino e allegro della bella Ada, con la sua parlata ciociara, fatta di termini ed espressioni dialettali, vivaci e colorite.
Grazie ai loro racconti, entriamo nel mondo di ognuna, soffermandoci sui loro pensieri, stati d'animo, incertezze, paure.


A osservare i loro giorni è Carolina, la domestica che ha cresciuto Olimpia e che registra, defilata, l'energia che scorre tra le due donne. 

Parallelamente, e facendo un salto indietro nel tempo - agli anni Trenta - conosciamo un bambino di nome Pietro, abbandonato piccolissimo al brefotrofio di Roma, durante gli anni del Fascismo; inizialmente, la storia di questo bimbo - che verrà accolto in due famiglie affidatarie (fortunatamente si tratterà di coppie amorevoli), una delle quali desidererà adottarlo - inizialmente sembra scollegata a quella principale, ma andando avanti con la narrazione comprendiamo il filo che le unisce.

L'autrice ha scritto questo romanzo mentre stava preparando un documentario per Rai Tre, il che l'ha portata a conoscere una delle ultime balie viventi e a informarsi sul baliatico mercenario (in particolare in Ciociaria), pratica dalle origini antichissime; con una scrittura asciutta, realistica ma anche sensibile, che di volta in volta assume "colori" e sfumature differenti in base alla "voce" che narra i fatti, la Zucchelli intreccia racconti di singole esistenze collocandoli all'interno di uno specifico contesto storico, caratterizzato da complesse dinamiche sociali, economiche e famigliari.

Mi è piaciuto molto questo romanzo, ho cominciato a leggerlo proprio perché incuriosita dal "fenomeno" delle balie da latte, che mi ha ricordato dettagli dell'infanzia. Quand'ero bambina, infatti, mia madre mi raccontava di come mia nonna paterna (che ha partorito sei figli) avesse allattato bambini non suoi proprio perché aveva molto latte, e ricordo che mio padre parlava di questo bambino allattato da sua madre definendolo "fratello di latte".
La lettura di questo libro mi ha quindi fatto conoscere un po' meglio questa sistema, con tutto il ventaglio di emozioni, pensieri, dubbi e paure che l'accompagnavano, che tormentavano le mamme, da una parte e dall'altra; la mamma che "cedeva" il proprio piccolo, ad es., facilmente poteva provare un mix di amore materno e senso di colpa, gelosia, inadeguatezza..., e similmente anche la balia sentiva agitarsi dentro un fiume di sentimenti, senso di colpa per aver momentaneamente abbandonato il proprio figlio, conforto derivante da una condizione di vita nettamente più agiata, nostalgia e tristezza...

È una lettura che fa riflettere su dinamiche che oggi ci appaiono lontane nel tempo e nel modo di concepire la maternità, che commuove e fa anche sorridere (ho amato Ada e il suo dialetto ciociaro, che la rende un personaggio vero, concreto, a volte pittoresco e simpatico ma sicuramente molto autentico e schietto).
Lo consiglio, è davvero un bel libro e per me è stata una piacevolissima scoperta.

venerdì 6 marzo 2026

Recensione: SANGUE E PORPORA. L'assedio di Amida, di Francesco Maione

 

Il presente romanzo storico, ambientato nell'antica Roma, trova il suo fulcro narrativo nella celebre battaglia di Amida, avvenuta nel 359 d.C., e ci proietta in un periodo in cui l'Impero Romano deve fare i conti con l'insidiosa minaccia costituita dai Persiani Sasanidi.



SANGUE E PORPORA. L'assedio di Amida
di Francesco Maione



632 pp
Incontriamo il generale Ursicino (Urso), magister equitum ("comandante in capo della cavalleria") nel 352; il comandante è stato inviato in Palestina (ci sono con lui anche i suoi figli Marcello e Potentio) da Costanzo Gallo per sedare l'insurrezione degli Ebrei a Diocesarea (corrispondente a Zippori, in Galilea).

Dai primi momenti, apprendiamo come Ursicino sia un uomo di altissimo valore, un generale fiero, rigoroso, abile, competente e molto amato dai suoi legionari; i suoi figli seguono l'esempio paterno e anch'essi sono giovani guerrieri volitivi, determinati, coraggiosi, che non temono di combattere per Roma.

Il lettore viene immerso totalmente nel contesto militare e civile del periodo in oggetto, vivendo assieme ad Urso, ai figli e al fedele protettore Ammiano tanto le aspre e sanguinose battaglie con i nemici dell'Impero, quanto i perfidi intrighi di una corte imperiale corrotta e disfunzionale.

In particolare è Eusebio (funzionario avente non poca influenza sull'imperatore) a tramare per far fuori Ursicino, uomo rispettato da tutti, militare capace e ben visto da quanti lo conoscono; l'eunuco desidera con tutto il cuore danneggiarlo, anche inventando calunnie su di lui ed insinuando all'orecchio dell'imperatore  Costanzo che Urso - potente com'è - potrebbe anche tradirlo, se solo volesse.

"Le trame di palazzo si intrecciano sempre più fitte, avvolgendo la corte imperiale in un’atmosfera di crescente incertezza. E in quelle ombre, anche il destino del generale potrebbe essere ancora minacciato da giochi di potere pronti a travolgerlo insieme a tutto ciò che ama."

Non si rischia la vita solo sul campo, tra lance e scudi, ma anche a corte, dove le battaglie sono più insidiose e subdole e i nemici non vanno affrontati con la spada in mano.

Urso è quindi consapevole dell'invidia velenosa che suscita e di questi sporchi magheggi per eliminarlo, ma resta saldo, coerente con la propria condotta e risoluto nello svolgere ogni compito e missione con la serietà, la lealtà e la dedizione che lo caratterizzano.

«Dobbiamo fare ciò che è giusto, anche quando il sistema ci sembra sbagliato. La lealtà all’impero non è lealtà agli uomini che lo governano, ma a ciò che rappresenta. Per questo dobbiamo rispettare le decisioni dell’imperatore anche quando non le condividiamo»...

...spiega i suoi figli, i quali - giovani e sanguigni come sono - vorrebbero che il padre intervenisse con più convinzione e fermezza per fermare le macchinazioni di chi lo odia.

La scrittura immersiva, rigorosa e dettagliata dell'autore ci porta nel vivo delle questioni politiche, militari e famigliari del protagonista, permettendoci di conoscerlo da vicino, di notare la sua dolcezza con la moglie, il suo affetto paterno verso Marcello e Potenzio, nonché l'orgoglio nel vedere come essi seguano le sue orme, mostrando in ogni occasione fedeltà, coraggio, sacrificio, impavidità.

Ma la sua natura viene fuori in particolare nelle operazioni belliche e la fama di cui gode negli ambienti  militari testimonia come egli sia molto apprezzato al limite della venerazione; se solo lo volesse, probabilmente davvero Urso potrebbe raccogliere un esercito per guidare rivolte contro l'imperatore..., ma non è quello cui aspira.

Al centro di questo romanzo, la cui materia narrativa è densa, sostanziosa e soprattutto caratterizzata da un'ammirevole precisione storica, lessicale, archeologica e topografica, vi è l'assedio di Amida, che si consumò in  settantatré giorni infernali, inondati di sangue, morte, perdite innumerevoli, schiavitù, distruzione.
Perché è questo che ogni guerra porta con sé.

È l'agosto del 359 d.C. quando Amida (l'odierna Diyarbakır, in Turchia) viene messa a ferro e fuoco dai Sasanidi.

Sapore II (Shapur), re dei Sasanidi (persiani), chiamato "Re dei Re", è deciso a riconquistare i territori perduti e a umiliare Roma; assediando Amida, il re fa una scelta strategica, in quanto questa città costituiva una fortezza situata su un'altura che dominava il corso superiore del fiume Tigri, ed era la porta d'accesso sulla frontiera orientale dell'Impero Romano.

L'autore descrive la feroce battaglia - che vede contrapposti i romani contro i sasanidi - con un linguaggio molto accurato, con descrizioni vivide, quasi cinematografiche per quanto sono minuziose e puntuali, in modo che il lettore si ritrovi anch'egli nel cuore infuocato di questi mesi movimentati.

Macchine d'assedio imponenti, assalti sanguinosi, la cavalleria pesante, gli elefanti persiani, combattimenti corpo a corpo, frecce letali...: il racconto è fedele a ciò che accadeva a quei tempi in guerra (vengono descritte scene forti in modo nitido ed esplicito) e che viene narrato nelle cronache antiche.

La battaglia di Amida mise in luce sì la resilienza e il coraggio dei romani che fecero davvero l'impossibile per resistere all'assalto nemico, ma anche le fragilità dell'impero, che stava vivendo una crisi, un periodo di transizione, in cui la diffusione del cristianesimo e le lotte di potere interne stavano dando spazio non poche vulnerabilità.

Siamo in presenza di un romanzo storico nel senso più puro del termine, popolato da sovrani, imperatori, ufficiali, funzionari, civili e religiosi; le battaglie sono narrate con crudo realismo, tensione e con una altissima precisione tecnica, ma questo vale per il linguaggio utilizzato in generale in tutta l'opera, che colpisce per la sua accuratezza terminologica, per la profonda conoscenza dell'autore del mondo romano, descritto in maniera magistrale.

Capirete, quindi, che proprio perché siamo in presenza di un romanzo che dà molto spazio a descrizioni particolareggiate, il ritmo a volte può essere meno serrato ma nel complesso la narrazione scorre con intensità e dinamicità, accompagnata da un'atmosfera molto evocativa, epica e soprattutto molto realistica in ogni suo aspetto, dai dialoghi ai nomi specifici con cui si indicano funzionari, luoghi (interni ed esterni), schieramenti, equipaggiamenti, usi, costumi...: nulla è lasciato al caso o all'improvvisazione ma tutto è frutto di una ricerca accurata e documentata, che mi ha piacevolmente stupita.

Personalmente, amo i romanzi storici e l'Antica Roma mi ha sempre molto affascinata, per cui questo romanzo mi ha trasportata in un tempo e in luoghi suggestivi, ricchi di storia, mi ha fatto conoscere personaggi come Ursicino e Ammiano, eventi come l'assedio di Amida, e leggerlo è stata una bella avventura; lo consiglio a chi ama il genere, l'impero Romano e non teme una lettura impegnativa.

 

mercoledì 4 marzo 2026

Recensione: IL NIDO DEL CORVO di Piergiorgio Pulixi


Donne misteriosamente scomparse, mani femminili ben curate fatte ritrovare alla polizia come sinistri souvenir e una nuova coppia di investigatori pronti a dare la caccia a un criminale scaltro e con una folle missione da portare avanti.


IL NIDO DEL CORVO
di Piergiorgio Pulixi



Feltrinelli
352 pp
Siamo nuovamente nella bellissima Sardegna, più precisamente nella penisola del Sinis. Una giovane donna, Angela Floris, scompare nel nulla e per sei mesi su di lei non ci sono indizi o segnali che possano far capire alla polizia quale sia stato il suo destino. 

Fino al giorno in cui il suo cellulare si riaccende e sul luogo del rilevamento gli ispettori Daniel (Crobu) Corvo e Viola Zardi trovano un macabro reperto: una mano femminile, tranciata di netto, con precisione chirurgica e in uno stato di perfetta conservazione. Una caratteristica che non passa inosservata è che la mano esteticamente bella, con una manicure ben fatta.

Comincia così un vero e proprio duello perverso con un criminale che si sente una sorta di "Artista della morte": un serial killer esteta, insomma, che non soltanto uccide ma osserva, studia, contempla, collezionando gli arti delle vittime come fossero opere d'arte. 

I due colleghi, Corvo e Zardi, si mettono sulle tracce di questo killer scaltro e preciso, ciascuno sfoderando le proprie capacità, intuizioni, non esitando a lavorare giorno e notte per cercare di trovare Angela e le successive donne che, come lei, spariscono e delle quali vengono ritrovate sempre le mani...

Il serial killer, però, non si limita a fare il proprio sporco lavoro, ma "gioca" con i due ispettori, facendo capire che lui li osserva, sa dove sono e cosa fanno, è così vicino a loro da potersi permettere di far sentire ciascuno seriamente minacciato nella sfera privata.

Se Daniel è preoccupatissimo all'idea che l'assassino che stanno cercando possa creare problemi alla moglie e alle figlie, Viola si vede violata in quella dimensione intima che ella cerca, in tutti i modi, di tenere nascosta agli occhi di chiunque.
Viola è una donna dal carattere molto forte, uno "spirito in tempesta" con il fascino dell’azzardo e del caos nel gioco come nella vita, che vive una relazione sentimentale con un uomo più giovane e tale situazione a la vive con molto disagio e insicurezza, tant'è che non ha il coraggio di ufficializzare questo legame, che anzi è consumato nel segreto; ella è convinta che da un giorno all'altro lui possa lasciarla e rivolgersi a donne più giovani e meno complicate e impegnative di lei, per cui tanto vale non investire molto, tanto meno emotivamente.

La consapevolezza che l'Artista sia fin troppo presente nel quotidiano suo e del colega, che sappia dove sono e con chi sono, la spaventa e la obbligherà a prendere una decisione su come vuol gestire la relazione con il partner.

La narrazione si sviluppa seguendo diverse prospettive: quella della coppia investigativa - portandoci, quindi, nelle vite private di Corvo e Zardi e affiancandoci a loro nelle indagini -, quella delle vittime scelte dall'Artista e ovviamente ci avvicina al killer stesso, acquattato nell'ombra per organizzare e realizzare i suoi piani criminali.

Attirandoli nella natura, tra zone paludose e campagne desolate, l'Artista - al pari di un malvagio un regista e sceneggiatore -  compone di volta in volta la scena dei ritrovamenti, così che ogni mano ritrovata sia la tappa di un incubo meticolosamente orchestrato. 

Chi si nasconde dietro queste sparizioni e queste mutilazioni? Perché il killer è così ossessionato dalla perfezione estetica, dalla bellezza che risiede in un paio di mani rifinite delle donne che rapisce e porta nel suo laboratorio degli orrori?
Cosa dice dell'Artista la precisione con cui tronca gli arti?

Daniel e Viola sono determinati a stanarlo, a non farsi spaventare dalle insidiose minacce di questo criminale che sembra avere occhi ovunque, e indagando nelle esistenze private delle donne scomparse, cominciano a tracciare una pista che li porta vero persone coinvolte in eventi drammatici accaduti tempo prima.
Scopriranno una storia di bullismo, morte, lutti, vendetta, violenza, ossessioni, in cui il faccia a faccia con il male può addirittura arrivare a generare... pietà; non giustificazione dei crimini, questo mai, ma una comprensione di ciò che li ha provocati, in termini di cause-conseguenze.


Mi piace sempre tanto la Sardegna come ambientazione nei thriller/noir di Pulixi; qui le descrizioni dei paesaggi solitamente ricchi di fascino, suggestione, vita - tanto belli nella stagione estiva, pronta ad accogliere i turisti, quanto cupi e quasi spettrali nella stagione autunnale e invernale, con il buio e la pioggia a rendere i luoghi adatti per nascondere assassini che si muovono con il favore delle tenebre - si fanno un tutt'uno con le tristi e inquietanti vicende narrate, creando un'atmosfera "nera", tesa, piena di suspense.

Ho apprezzato i protagonisti, così agli antipodi per personalità e stile di vita.
Daniel al lavoro è ordinato e metodico, serio e sobrio nel vestire come nei modi di fare; in famiglia, è un padre e marito amorevole, che cerca di essere presente, compatibilmente con il proprio lavoro; è anche sinceramente religioso.
Egli è un uomo semplice, legato alla terra, alla campagna, infatti proviene da un ambiente ricco di campi da coltivare e stalle in cui vengono allevati cavalli e, nel tempo libero, si dà da fare nei lavori agricoli e con questi bellissimi animali.
È legato, quindi, moltissimo anche alla famiglia d'origine ed in particolare lo vediamo interagire con l'anziano padre Michelangelo.
Corvo mi ha conquistata in quanto esce fuori dallo stereotipo - molto utilizzato nel genere - dell'ispettore cupo, pieno di problemi, con una sfilza di demoni che sbucano dal passato per avvelenare il presente; egli non è ombroso ma gentile ed empatico, una persona "normale" e molto umana, e mi hanno intenerita e colpita le "parentesi" sulla sua vita privata, in special modo quale figlio che ama il genitore, del quale vede le fragilità e vorrebbe potersene far carico, provando non pochi sensi di colpa.

Ho apprezzato anche Viola Zardi, che ha questa scorza dura con cui si sforza di celare le numerose fragilità di donna tormentata, incerta di meritare l'amore che riceve.

Il racconto dei momenti crime mi ha molto coinvolta, in quanto l'autore sa come creare la giusta ansia davanti alle macchinazioni dell'Artista, così bravo ed attento nell'appostarsi, seguire e agire nel buio.
Ma anche a un precisino come lui può succedere di commettere un errore - frutto di un imprevisto non considerato da una personalità evidentemente troppo presuntuosa e sicura di sé - ed è lì che poi la nostra coppia di investigatori deve soffermarsi.

Come sempre, Pulixi si conferma uno scrittore che non sa soltanto "costruire" una storia crime interessante, credibile, appassionante, ma che va oltre, indagando a fondo negli abissi e negli angoli nascosti della personalità dei suoi personaggi, toccando tematiche che afferiscono al complesso universo costituito dalla coscienza e dalla la mente dell'uomo. Anche in quest'opera, il ritmo è incalzante e la narrazione scorre agilmente grazie ai capitoli brevi.
Nel romanzo sono presenti dei riferimenti a un altro libro dell'autore, La donna nel pozzo, e anche questo aspetto mi è piaciuto molto.

Consiglio non solo questo thriller, ma proprio Pulixi in generale 😀 

sabato 28 febbraio 2026

Recensione: ESTRANEA di Yael van der Wouden



Paesi Bassi, anni Sessanta. Isabel è una donna schiva e solitaria, con una spiccata ossessione verso la casa di famiglia - in cui vive praticamente da sola - e gli oggetti in essa contenuti. La sua monotona esistenza viene sconvolta dall'arrivo di un'estranea, Eva, la fidanzata del fratello. 
La presenza e la vicinanza di questa donna metteranno in discussione le poche e fragili certezze di Isabel e le sveleranno verità di cui ignorava l'esistenza.



ESTRANEA 
di Yael van der Wouden


Garzanti
trad. R. Scarabelli
276 pp
È il 1961 e Isabel è una giovane donna olandese che trascorre gran parte del proprio tempo in casa.
Solo tra le mura della vecchia casa di famiglia ella si sente protetta, perché qui ha trascorso l'adolescenza ed è stata felice, in particolare quando c'era sua madre (defunta).
Isabel le è stata accanto sino all'ultimo respiro, a differenza dei fratelli Louis e Hendrick, che hanno "spiccato" il volo prima, abbandonando il nido famigliare per cercare ognuno la propria strada.
Adesso che l'amata mamma non c'è più, Isabel ha trasformato la casa in una sorta di tempio, di museo, in cui ogni oggetto, utensile da cucina, suppellettile di qualsiasi genere, ogni tendaggio, coperta..., deve essere lasciato lì, pulito e lucidato, custodito con venerazione, ma di certo né spostato né tanto meno sottratto.
Ed infatti Isabel - che ha assunto una ragazza per cucinare e rigovernare la casa - è sempre attenta affinché nessun gingillo o stoviglia vengano rubati.
Sua madre non vorrebbe, ma custodirebbe ogni tazza, ogni cucchiaino... con estrema gelosia.

Ed Isabel è come lei: si gode la vita in quella dimora tanto amata e curata, la difende e, in un certo senso, si sente a sua volta da essa difesa e protetta.

Un mattino, però, Isabel trova la scheggia di un piatto di porcellana e questo banale evento segna una prima incrinatura in un mondo perfetto ed immobile, a cui ne segue presto una seconda, ben più grave.

La sgradevole novità viene portata in casa dal fratello Louis, col quale la ragazza ha un legame meno stretto, dovuto tanto alla ritrosia e al carattere scorbutico di lei, quanto al modo di fare di lui, sfuggente, libertino, da latin lover che cambia fidanzata ogni mese. Purtroppo per Isabel, è stato deciso (con l'approvazione dello zio Karel, che acquistò questa casa per la sorella e i nipoti, durante la seconda guerra mondiale, garantendo loro un riparo durante quei difficili anni, martoriati - tra le altre cose - dai bombardamenti) che la casa di famiglia passi a Louis nel momento in cui questi lo vorrà, presumibilmente quando maturerà il desiderio di mettere su famiglia.

"Apparteneva alla casa nel senso che non aveva nient’altro, nessun’altra vita oltre alla casa, ma  la casa, di per sé, non le apparteneva."

Fino a quel momento, Isabel può continuare a vivere in quelle stanze, immersa in un silenzio carico di ricordi e interrotto unicamente dal rumore delle pulizie e dal suo prendersi cura del giardino.
La speranza è che Louis, dongiovanni qual è, senta il bisogno di sposarsi e prendere possesso dell'immobile il più tardi possibile.

Con Hendrick, invece, Isabel ha un rapporto più profondo ed empatico; lui è gentile, premuroso, fisicamente più affettuoso (non esita ad abbracciarla o a prenderle la mano quando la sorella comincia, per nervosismo e ansia, a tormentarsela con pizzichi sempre più violenti) e cerca di spronarla ad aprirsi, a non starsene sempre chiusa in casa e magari ad accettare la corte dell'unico uomo che le ronza intorno, Johan (figlio di un'amica di famiglia).

Hendrick è il fratello prediletto, quello che lei ha tenuto fra le braccia quand'erano piccoli, e che da anni ha fatto le proprie scelte di vita non condivise dalla madre.
Hendrick, infatti, è omosessuale e attualmente convive con un altro uomo, Sebastian, di origini algerine.
Sono anni in cui ci si guarda bene dall'ostentare la propria omosessualità in società, la stessa madre restò scandalizzata nell'apprendere l'orientamento sessuale del figlio e anche Isabel è turbata all'idea che il suo fratellino ami un altro uomo...

Un giorno Louis torna a casa e non da solo: con lui c'è Eva, la sua nuova fidanzata: bassina, con i capelli ossigenati e un taglio alla moda, un rossetto rosso troppo audace e quei modi di fare leziosi, da civettuola. 
Eva è, al di là dell'aspetto esteriore, troppo piena di vita e di entusiasmo per i canoni dell'ombrosa e seriosa Isabel, che è da subito infastidita dalla presenza superficiale e rumorosa della futura (?) cognata, la quale non si limita a fermarsi per cena ma, su richiesta e desiderio di Louis, viene invitata a soggiornare temporaneamente nella casa di famiglia, mentre Louis starà via per ragioni di lavoro (tornerà a prenderla in un secondo momento) per qualche settimana.

L'idea che questa tizia - che tra l'altro sprigiona antipatia da ogni poro - occupi anche il minimo spazio in casa sua, manda Isabel in allarme: lei già sta normalmente sulle spine e con la paura che la domestica le rubi cose, spazio e silenzio, figuriamoci cosa può voler dire condividere le giornate intere con un'emerita sconosciuta che gironzola per le sue stanze! 

Ma così viene deciso dal futuro padrone di casa ed Eva porta le proprie cose nella stanza della mamma.

Una decisione del genere innervosisce Isabel, che la vede come un affronto alla memoria materna, violata dalla presenza fastidiosa ed ingombrante di una ragazza che nulla ha da spartire con loro.

Dal momento in cui Eva entra di prepotenza nell'esistenza di Isabel,  nulla è più immobile come prima. Eva ruba il silenzio – o, forse, lo sta dissipando. 

Mentre fuori la primavera tarda a mostrarsi ed Isabel è costretta - volente o nolente - ad interagire (anche un minimo) con l'ospite, qualcosa dentro comincia a cambiare e quella chiusura, la diffidenza, la paura di aprirsi... cominciano a sciogliersi, e ben presto sente sorgere in petto un altro tipo di sentimenti, pensieri, aspettative.
Pulsioni e desideri inaspettati e mai provati la spingono ineluttabilmente verso la bella ed allegra Eva.

Ed intanto che le due si avvicinano l'una all'altra, sparisce un cucchiaio, un piattino, una tazza...

Com'è possibile? Se queste sparizioni non sono frutto della disattenzione di Isabel, chi li sta sottraendo?

Man mano che i giorni passano e che si avvicina il giorno rin cui Louis tornerà per portare via Eva, diverse cose accadono tra le due, sconvolgendole e ridefinendo il loro legame, che prende strade impreviste, costellate da timori, sussurri, sussulti, sospiri, passioni improvvise...

E quando un giorno Isabel riesce a mettere le mani sul diario di Eva - da lei gelosamente custodito - pensa di capire la verità (o per lo meno una parte, quella più immediata e che la trafigge come una spada) sulla sua ospite (che non è più un'estranea...) e il loro rapporto subisce un duro colpo, una rottura che sembra definitiva, immutabile, perché Isabel si sentirà tradita e presa in giro.

Eva sarà costretta ad allontanarsi dalla casa ma le domande e i dubbi su di lei e sulla sua condotta restano ancorate a quelle pareti, che si chiudono attorno alla padrona di casa soffocandola, facendola sentire ancora più sola di quanto non si sia mai sentita.

A chiarire l'identità di Eva e il suo rapporto con la casa sarà la lettura del diario, che corrisponde alla terza parte del romanzo e nel quale leggiamo direttamente le parole di Eva, che racconta il proprio passato, quello della sua famiglia e le tragedie vissute a causa del loro essere ebrei.
Non voglio aggiungere altro, vi dico solo che Eva e sua madre erano sopravvissute all'Olocausto e, nel tornare a casa, avevano trovato una situazione, nel Paesi Bassi, che le vedeva danneggiate su diversi fronti. Ricominciare non era stato facile e leggendo apprendiamo informazioni importanti su Eva.

Estranea è il romanzo d'esordio nella narrativa di Yael van der Wouden ed è, a mio modesto parere, un libro interessante, che nel complesso ho apprezzato: l'ossessione della protagonista per la casa in quanto luogo-rifugio in cui nascondersi e sentirsi al sicuro, in cui la ripetizione di gesti e attività, la solitudine, il prendersi cura con (eccessiva) meticolosità di oggetti e ambienti (trascurando i rapporti umani), di sorvegliare con occhio ipercritico chiunque tocchi qualunque cosa, mi hanno intrigata perché viene fuori la personalità complessa di Isabel, una donna ancora giovane ma che ci appare vecchia dentro, immobile, sospesa in una dimensione domestica che deve restare sempre uguale e immota affinché lei si senta bene.

"Ha reso questa casa la più strana delle trappole. Si è disegnata un cerchio intorno a sé e vive all’interno di quel cerchio e chiunque entri o esca deve rispondere alle sue regole".

Mi è piaciuto l'arrivo di Eva, così diversa fisicamente e caratterialmente dalla padrona di casa, e pronta a scombinare le carte, a portare risate e svago in un contesto in cui c'era solo serietà e poche parole, per lo più bisbigliate.
Davanti a questa ventata di novità, Isabel perde la bussola, si agita, va nel panico, soffoca la rabbia e l'angoscia urlandole dentro un cuscino, si tortura le mani, respira affannosamente, tratta male la causa di questo sconvolgimento sgradito.
Fino a quando si arrende a qualcosa che la travolge ancora di più e che non riesce (e poi non vuole) arrestare: un sentimento che finalmente la fa sentire viva, vibrante, capace di donare e donarsi.

E soprattutto ho apprezzato la terza parte del romanzo, in cui si dà voce a Eva e ci vengono chiarite tanti aspetti, in particolare il legame che ha con Isabel e la casa.

Si affrontano argomenti vari: la solitudine, il legame con la casa quale luogo in cui ci sentiamo noi stessi, l'importanza data al possesso materiale, i comportamenti ossessivi, omosessualità e pregiudizi, la seconda guerra mondiale e l'Olocausto, il periodo post-bellico e come l'hanno vissuto coloro che sono sopravvissuti a quegli anni infami, l'omertà della popolazione di fronte al triste destino degli ebrei olandesi.

La scrittura è suggestiva, atmosferica, evoca sentimenti spesso cupi, di malinconia e isolamento sociale, la trama si fa più coinvolgente dalla seconda metà in poi; ho amato meno i dialoghi, solitamente brevi e costituiti da frasi smozzicate, nomi propri continuamente ripetuti tra un sospiro e un singulto per trasmettere gli stati emotivi delle protagoniste, però mi rendo conto che questa scelta stilistica può risultare comprensibile e coerente con le difficoltà comunicative che caratterizzano i personaggi, ognuno dei quali nasconde qualcosa di sé (intenzioni, emozioni, pensieri reali) agli altri, per paura o altre motivazioni.
Un aspetto che ho davvero trovato noioso e mal gestito è quello relativo alle descrizioni minuziose dei momenti d'intimità presenti tra due personaggi, che sembrano dei veri e propri acrobati del se$$o, le cui mirabolanti posizioni si fa fatica ad immaginare per quanto sono assurde 😅 La cosa positiva è che mi hanno fatto ridere, ecco. 

Il mio parere è per lo più favorevole, forse non mi ha convinta al 100% ma comunque lo consiglierei, soprattutto se gradite i romanzi che puntano molto sulla psicologia dei personaggi e sui legami umani.


domenica 22 febbraio 2026

Recensione: COME PETALI DI CILIEGIO di Selene Piromallo

 

Windemburg è una città perfetta per vivere.
O almeno così sembra, a una prima, superficiale occhiata.
In realtà in essa, tra le sue strade e nei suoi edifici, si celano segreti, storie di maltrattamenti e malvagità.
E la gente sa o immagina la verità, ma chiudere gli occhi è da sempre la strada privilegiata.
Ma non per tutti.
Non per la giovane e coraggiosa Hazel, che è disposta a rischiare tutto pur di squarciare il pesante velo di ipocrisia dietro cui si nascondono gli abitanti di Windemburg.



COME PETALI DI CILIEGIO
di Selene Piromallo


Self-pub.
415 pp

Windemburg è una ridente cittadina nel cuore del Derbyshire.
Qui tutte le storie sono tessute dal filo delle menzogne.

Ed è giunto il momento di spezzare questo filo.

Nella pittoresca cittadina c'è un istituto cattolico, la Daydream House, attualmente chiuso; tra queste mura ormai scrostate, sino a qualche anno prima, vivevano dei ragazzi "sfortunati", senza genitori e aventi spesso dei "problemi", a livello comportamentale e non solo. A dirigerlo vi era Padre Williams, che però da tempo è sparito, non lasciando alcuna traccia dietro di sé.

Hazel Darwell si è appena trasferita a Windemburg per frequentare il college; è consapevole di non essere davvero nuova in città: lei qui vi è nata e vi ha trascorso parte dell'infanzia, più precisamente sino a quando è stato vivo suo padre, morto troppo presto a causa di una malattia.
 
Tornare a Windemburg significa fare un salto nel passato; un passato che però Hazel sembra aver quasi totalmente rimosso ma che sarà costretta a ricordare perché esso busserà con prepotenza ed urgenza nel suo presente.

A sconvolgerla è l'incontro con il bel Kaylan, enigmatico, taciturno, amante della poesia e dei finali amari; lui caratterialmente è l'opposto di Hazel, che è solare, estroversa, espansiva, ottimista.. e amante del lieto fine!

Del resto, la ragazza è cresciuta all'ombra della fiaba raccontatale dall'amato papà Richard: quella dell'Usignolo e del Ciliegio, una storia dolce e rassicurante, che insegna come anche per la persona più maltrattata e sola ci sia, nel mondo, qualcuno pronto ad accoglierla ed amarla.

I due - nel presente - paiono incontrarsi in modo casuale, ma qui a Windemburg nulla è davvero casuale.
Se Hazel ha solo delle vaghe e indefinibili sensazioni di famigliarità verso Kaylan, quest'ultimo sa bene chi sia la ragazza.
Egli ricorda molto bene il primo giorno in cui i suoi occhi particolari e da sempre oggetto di scherno da parte dei coetanei (ha le iridi di colore diverso → eterocromia) hanno incrociato quelli limpidi e gioiosi dell'allora decenne Hazie: benché fossero ambedue solo dei bambini, un filo si è creato tra loro, unendoli per sempre e già per tutto il tempo in cui si sono visti spesso (Richard Darwell è stato il principale benefattore della Daydream, colui che più di tutti credeva nella bontà di tenere in vita un luogo come quello, per accogliere, aiutare, educare bambini meno fortunati) non riuscivano a stare lontani l'uno dall'altra, traendo piacere dalla reciproca compagnia.

Kaylan era intenerito dalla dolce esuberanza di quella bambina chiacchierona e pronta a difendere i più deboli, e Hazel era affascinata dal carattere solitario e maturo di quel ragazzino poco avvezzo a sorridere e con un incredibile talento nel suonare il pianoforte.

Sono trascorsi dieci anni da quel periodo, però, ed adesso Hazie non ricorda nulla delle visite alla Daydream col padre: come mai? Possibile che non abbia conservato ricordi del temuto e subdolo Padre Williams, dei ragazzini ospiti dell'istituto, come Kaylan appunto, o degli amici suoi più cari - tali ancora oggi -, Oliver, Jeremy ed Evangeline?

Il lettore, rispetto alla protagonista, ha una prospettiva privilegiata perché gli vengono fornite doppie angolazioni da cui conoscere eventi e personaggi: le voci narranti sono due - Kaylan ed Hazel - e ognuno racconta sia il presente che il passato, per cui il lettore segue ambo i due filoni temporali, apprendendo in che modo evolve il rapporto tra i due nel presente (non solo, anche con gli altri personaggi) e com'erano le cose alla Daydream, cioè come se la passavano Kaylan e i suoi amici.  

E purtroppo se la passavano non male..., malissimo, perché tra quelle grigie pareti si consumavano abusi di diverso genere e Padre Williams si lasciava andare alla violenza e al sadismo verso determinati bambini, come ad esempio la dolce e buona Evangeline (che per Kaylan è come una sorella) e lo stesso Kaylan.

Gli unici a portare luce, calore, amore e sicurezza in quell'inferno erano proprio i Darwell, padre e figlia; determinato a salvare la Daydream House dai tagli finanziari, Richard dovette aprire gli occhi davanti alle brutture che si verificavano ad opera del malvagio prete che la dirige, ma non sarà semplice smascherarlo, né nel passato né nel presente.

La scomparsa misteriosa di padre Williams sembra chiudere definitivamente ogni possibilità di scoperchiare il vaso di Pandora sui maltrattamenti da lui perpetrati, anche perché, quando la Daydream House viene chiusa e i bambini, ormai divenuti ragazzi, si ritrovano a doversi costruire una vita nella società, essi si scontrano con i pregiudizi dei cittadini di Windemburg, che li considerano dei disturbati da cui stare alla larga.

"Ogni livido, ogni graffio, ogni ferita raccontava una storia di dolore, di battaglie invisibili, di menzogne e di indifferenza. Perché era questo ciò che Windemburg aveva sempre provato nei nostri confronti. Indifferenza."


I ragazzi della Daydream House continuano a vivere nel loro mondo, tentando di andare avanti con le proprie forze, finché, dieci anni dopo, con il ritorno di Hazel a Windemburg, le "vecchie" e sconvolgenti verità che li riguardano rischiano di riaffiorare nel mare dell'indifferenza e di mettere in discussione tutto e tutti.

Tra passato e presente, Hazel e Kaylan, dovranno rimettere insieme i frammenti del loro legame speciale, che affonda le radici negli anni in cui erano solo dei bambini; ma soprattutto, i due si vedranno costretti a lottare per neutralizzare la minaccia incombente di Padre Williams e per dare giustizia ai bambini della Daydream.

E Hazel, che ama e che crede nei finali positivi, è pronta ad affiancare il suo Kaylan nel disseppellire dolorosi segreti e tutto il marcio prodotto da un uomo indegno della tonaca che indossa.

"Come petali di ciliegio" è un dark romance che affronta temi quali malattie, morti, disturbi mentali e fanatismo religioso, e contiene scene di abusi e violenze.
Le atmosfere sono, quindi, necessariamente cupe, spesso tristi e angoscianti (soprattutto quelle del passato) ma sono rischiarate dalla luce di sentimenti puri e forti, capaci di guarire ferite e traumi: amore, amicizia, solidarietà, altruismo, sacrificio, senso della giustizia, desiderio di rinascere.

Essendo la narrazione (in prima persona) affidata ai due protagonisti, il racconto delle vicende è arricchito da numerose esternazioni di pensieri, stati d'animo, paure e speranze di entrambi, il che, se da una parte ci dà modo di entrare nel loro ricco e complesso universo emotivo, dall'altro risulta spesso ridondante e ripetitivo, col rischio di rallentare senza motivo il ritmo narrativo.

Si calca molto (troppo?) su ciò che provano Kaylan e Hazel, in particolare sottolineando le loro fragilità ed insicurezze: Kaylan, ad es., è stato abbandonato da sua madre ed è cresciuto senza amore, subendo nel corpo e nella psiche le continue vessazioni ed umiliazioni di un adulto che avrebbe dovuto essere per lui un punto di riferimento positivo, ma così non è stato, per cui il ragazzo è venuto su convinto di essere un rottame vivente, indegno di essere amato ed apprezzato.
Una persona per la quale non esiste lieto fine.
Sarà appunto Hazie a fargli cambiare idea con il suo amore e il suo sincero entusiasmo verso la vita.

«non esiste inverno abbastanza gelido da impedire alla vita di sbocciare. Non esiste finale abbastanza triste da impedirti di ritornare a essere felice».

Ho scelto questa lettura "a scatola chiusa", non mi è stata consigliata ma mi è "capitata" in giro per il web e l'ho iniziata perché mi incuriosiva l'ambientazione e il riferimento ai maltrattamenti sui minori.
Sicuramente è un romanzo che affronta questioni delicate e realistiche, inserendole ovviamente all'interno di una storia d'amore romantica ma, al contempo, resa drammatica dalle vicende che ho menzionato più su.
Le cose che non mi hanno convinta molto hanno a che fare con lo stile di scrittura (ad es. i dialoghi mi sono sembrati forzati, a volte poco maturi e poco realistici) e il tratteggio dei personaggi secondari poco profondo, col rischio che essi appaiano più come macchiette sullo sfondo che persone con uno spessore, fatta eccezione forse per Evangeline, che comunque resta "evanescente", quasi irreale, quando invece sarebbe stato interessante approfondirla.

Il finale l'ho trovato coerente con la storia.

Lo consiglierei a lettori giovani, in cerca di romanzi in cui il romanticismo si mescola ai drammi personali.




Alcune citazioni

"Il passato è una sirena ammaliatrice e noi siamo i suoi poveri marinai vagabondi. Tu però non cascare nel suo tranello, non farti sedurre dalla nostalgia. Abbi la forza di stare al passo con il presente, di perdere dei pezzi di te per poi rifiorire quando sarai pronta. Perché si rinasce sempre, fidati, anche quando si è convinti del contrario. È il cerchio della vita. Non siamo destinati a essere spogli a vita…"

"...non esiste inverno abbastanza rigido da impedirci di rifiorire e che la vita, per quanto intensa e meravigliosa sia, è anche fragile e  delicata. Perciò, dobbiamo imparare ad apprezzare ogni singolo momento perché è unico e irripetibile. Perché la vita stessa lo è."

" Le persone non perdono tempo ad aggiustare le cose. Preferiscono di gran lunga gettare quelle danneggiate e acquistarne di nuove."


mercoledì 18 febbraio 2026

Recensione: 17 INVERNI DI BUGIE di Francesco Cheynet



Un caso di scomparsa ufficialmente risolto nel 2008 viene riaperto in seguito a nuovi, sconcertanti indizi che ribaltano la sentenza di diciassette anni prima. Parte la seconda caccia al vero colpevole e a far luce sulla verità ci sono l'ispettore Marco Buzzi e il suo amico, il criminologo Attilio Zoran detto Zorro.



17 INVERNI DI BUGIE 
di Francesco Cheynet


Altre storie ed.
297 pp
Quando, in un giorno di ottobre del 2025, l’ispettore Marco Buzzi si vede recapitare una lettera anonima che lo informa che Asia Moser, una ragazza scomparsa da diciassette anni, è seppellita in un bosco nei pressi di Brunico, ne è sconvolto come non mai.

Il colpevole del rapimento (e dell'omicidio) della povera Asia fu individuato praticamente subito e messo in galera.
Diego Mutone era ed è tutt'oggi l'unico responsabile; di recente è uscito dal carcere  dopo aver scontato la pena.

Il messaggio della lettera indica chiaramente dove si trovi il corpo ed infatti la squadra di ricerca riporta alla luce i resti di un cadavere femminile (ed è proprio Asia), il che dà a Buzzi una triste conferma: diciassette anni prima è stato commesso un terribile errore e un uomo si è fatto anni di galera da innocente.

Le conseguenze di un assurdo ed increscioso errore investigativo e giudiziario iniziano a tormentare gli inquirenti.

Roso dai sensi di colpa, Marco decide di giocarsi una carta che, spera, possa risultare vincente: per sbrogliare la matassa, chiama all'appello Attilio Zoran, detto Zorro

L'uomo è noto per il suo carattere cinico e sfrontato, per la sua lingua tagliente, per quel modo di agire irriverente, non convenzionale e indifferente a regole e schemi mentali rigidi, il che lo pone agli antipodi rispetto all'amico ispettore: Buzzi, infatti, rappresenta il rigore, la serietà nel seguire le procedure dettate della legge, l'irreprensibilità, la calma, il ragionamento lucido ma spesso poco spontaneo ed intuitivo, ma i due, come di frequente succede agli opposti, si compensano ed insieme formano il duo giusto per riprendere in mano le indagini e districare ogni nodo, a qualunque costo.

La strana coppia comincia subito a percorrere ogni traccia possibile, partendo ovviamente dalle stesse persone interrogate quasi vent'anni prima: la famiglia di Asia (Felice e sua moglie Micaela, distrutti dalla perdita di Asia, il cui ritrovamento ha riaperto ancora di più una ferita sempre fresca, e il loro figlio Mik), i Bernard (Sally, che è stata l'amica del cuore di Asia e colei che le ha dato un passaggio prima che avvenisse la tragedia, e suo padre Giulio), gli amici Fabian (con cui la vittima aveva avuto un acceso diverbio proprio quella sera), Manuel (cugini di Sally, testimone di una telefonata "strana" ricevuta da Asia), Omar detto Letame, un individuo problematico e autodistruttivo (assume alcol e droghe), attaccabrighe, irresponsabile, ed è colui che ha fatto girare delle brutte voci su Asia e Diego Mutone.

Quest'ultimo non era della cricca di amici di Asia, ma è sempre stato molto noto in paese in quanto ragazzo "speciale", fragile, con evidenti difficoltà sociali e mentali; da sempre un tipo solitario, ha comportamenti ossessivi e stereotipati e in certi modi di ragionare sembra ancora un bambino.
E aveva una "fissa" per Asia, una delle poche persone a trattarlo con gentilezza.

Seguendo l'iter di questa seconda indagine, apprendiamo le ragioni per le quali Mutone fu ritenuto colpevole, anche se egli non ha mai confessato né ha mai rivelato dove avesse nascosto il corpo di Asia.

Adesso che è quasi certo che egli sia innocente, Zorro e Marco non possono che concentrarsi sulle altre persone che satellitavano attorno ad Asia, tra cui anche Rudy (Rodolfo) Gabbia, amico di Felice Moser, con cui condivide il lavoro (servizi di sicurezza).

Zoran e Buzzi fanno il giro, e più volte se necessario, di tutti questi individui, ponendo domande vecchie e nuove, cercando di stare attenti a ogni dettaglio, anche quello apparentemente più banale ma che potrebbe risultare oggi decisivo e interessante, alla luce di diverse e nuove consapevolezze. 

Quelle che vengono presentate come delle semplici ed amichevoli chiacchierate con ciascuno degli interessati, sono in realtà veri e propri interrogatori minuziosi, condotti per lo più dall'arguto e sarcastico Zoran, che un po' si lascia andare a battute per disorientare l'interlocutore (in modo di fargli abbassare le difese), e un po' lo incalza con insistenza quando sente che ci sono delle informazioni importanti da sfilare.

Ne viene fuori un quadro di bugie, omissioni, segreti personali, gelosie e passioni nascoste: più di una persona ha qualcosa da confessare ma si è sempre ben guardato dal raccontare la verità.

A rendere più intricato il mistero si aggiunge uno strano incidente avvenuto non distante dalla baita dei Moser (l'ultimo luogo in cui Asia si è recata e da cui è sparita): le persone coinvolte potrebbe aver a che fare con l'omicidio della ragazza?

Il racconto del presente (ottobre 2025) si alterna a quello del passato (dicembre 2008) così che al lettore viene offerta una doppia prospettiva temporale e narrativa, permettendogli di farsi progressivamente un'idea dei fatti oggettivi accaduti quando Asia è scomparsa, ma al contempo di assistere alle ricerche e ai ragionamenti di Marco e Attilio.

Marco è sicuramente un bravo poliziotto, serio, disciplinato, coscienzioso, ed è assolutamente necessario per portare avanti il lavoro che stanno facendo, ma è Attilio, in realtà, a "gestirlo", a fare le domande più spiazzanti, a far sentire gli interrogati (e possibili sospettati) sotto pressione, cercando di analizzarne le personalità, i modi di ragionare, i meccanismi di difesa, i punti deboli, le verità e le menzogne, non tirandosi indietro dal provocare e fare battute caustiche per ottenere reazioni "forti", in cui venga fuori ciò che davvero ognuno di loro ha dentro.

Mi è piaciuta questa coppia investigativa, che mette insieme un approccio metodico, equilibrato e responsabile e un altro più "creativo", forse anche più sfacciato e non sempre empatico e delicato, ma sicuramente più spiazzante, imprevedibile e, per questo, adatto a far emergere il marcio che si nasconde, ormai da ben diciassette inverni, dietro la tragica morte di Asia Moser.

Le personalità dei molti personaggi vengono fuori attraverso i loro comportamenti e le loro parole e reazioni, e ciascuno ha sfumature e contraddizioni che contribuiscono a sostenere la narrazione e ad aprire a scenari ricchi di colpi di scena.

Il thriller di Francesco Cheynet si caratterizza per l'uso di un linguaggio diretto, fluido, con la presenza di dialoghi serrati, vivaci e realistici; il ritmo è dinamico per tutta la narrazione, le scaramucce scherzose tra Zorro e Buzzi stemperano la tensione creata dall'indagine e aiutano il lettore ad entrare sempre di più nell'approccio del criminologo, libero e travolgente ma mai superficiale, anzi sempre molto attento a captare tutti quei segnali, anche minimi, che possono indirizzarlo verso l'assassino.

Immagino sia il primo libro di una serie per cui non mi resta che sperare di rivedere presto il simpatico e scaltro Attilio in una nuova indagine.
Nell'attesa, ringrazio l'Autore per avermi dato l'opportunità di leggere questo suo romanzo e lo consiglio in particolare a chi ha voglia di fare un salto in un'ambientazione montana ricca di suggestione e, tra queste pagine, adombrata da misteri e da una fitta rete di bugie.

giovedì 12 febbraio 2026

Recensione: NASCOSTA TRA I FIORI di Jun'chi Watanabe



Ad essere stata per anni “nascosta tra i fiori” è, in questo romanzo biografico di Jun'chi Watanabe, la prima donna medico giapponese, Ginko Ogino, nata e cresciuta in una famiglia benestante, sposatasi a sedici anni, divorziata pochi anni dopo. Motivata da ragioni personali ed intime, Ginko matura il forte desiderio di diventare medico e questa nobile e legittima aspirazione guiderà la sua esistenza, la  porrà dinanzi a molti momenti di scoraggiamento e ad umiliazioni, ma non la faranno desistere dai suoi obiettivi.



NASCOSTA TRA I FIORI 
di Jun'chi Watanabe 



Giunti ed.
trad. G.Borriello
336 pp
Gin  non ha neppure venti anni quando, nel 1870, decide di abbandonare la casa del marito (appartenente ad una famiglia in vista e che ha stretti contatti con quella di Gin, per ragioni di lavoro) e tornare a casa da sua madre Kayo, a Tawarase.

Come mai una donna sposata lascia improvvisamente il marito e dice di volere il divorzio?

La gente mormora, la famiglia è perplessa ma nulla fa cambiare idea alla ragazza, la quale ha preso questa decisione per un motivo grave: suo marito è un donnaiolo che le ha trasmesso la gonorrea.

Curare questa malattia si rivela un vero e proprio calvario per la giovane, sotto molti punti di vista: deve far fronte alla disapprovazione della famiglia (che non vede di buon occhio il suo comportamento ribelle), ai mormorii dei pettegoli intorno che sussurrano pettegolezzi e la guardano in tralice, alla consapevolezza di sentirsi sola e, soprattutto, deve affrontare una malattia dolorosa per il corpo e lo spirito, debilitante e oltremodo... imbarazzante.

Quando Gin si rivolge ai dottori (non a quelli che praticano l'antica medicina orientale, bensì a quelli che hanno abbracciato la medicina occidentale), deve fare i conti con una realtà tutta al maschile.
I sentimenti che prova nell'atto della visita medica, in cui è costretta ad assumere determinate posizioni, a farsi toccare da uomini spesso dai modi bruschi e scarsamente empatici... è qualcosa che la terrorizza e la disgusta insieme, le getta addosso un tale senso di vergogna da farle scendere calde lacrime ogni volta.

Perché non è possibile che in certi rami della medicina non ci siano delle donne? Farsi visitare da una ginecologa sarebbe sicuramente meno imbarazzante che sottostare a sguardi e commenti di uomini di qualsiasi età che trattano il suo corpo malato come un oggetto.

Ed è così che un'esperienza negativa - la malattia, la cura, la convalescenza - diventa la molla che fa scattare in Gin un pensiero: voglio diventare medico, affinché altre donne come me non debbano provare il disagio che sto provando io.

Una volta raggiunto uno stato di salute migliore e aver riacquistato le forze, con l'aiuto della madre e della sorella Tomoko, Gin pensa a come organizzarsi per studiare in vista del suo ingresso nella scuola di Medicina.

Divorziata e desiderosa di studiare: tutto il contrario di quello che ci si aspetterebbe da una rispettabile donna nel Giappone di fine Ottocento. 

Ma Gin (che inizia a farsi chiamare Ginko) non desidera più essere rispettabile,  zitta e buona, sottomessa al volere degli uomini, e non nutre più alcun interesse per le rigide convenzioni che per anni l'hanno ingabbiata e avvilita. 

Ora, ciò che vuole è essere libera e, con orgoglio e autodeterminazione, dà il via ad una nuova fase della propria vita.

Va via dalla città natale e dalla famiglia (che la rinnega per questa sua drastica e assurda scelta di vita) e si trasferisce a Tokyo per riprendere e completare la sua istruzione di base; diplomatasi col massimo dei voti, riesce ad entrare (non senza mille difficoltà) nella facoltà di medicina di Kojuin e, dopo anni di sacrifici, di ingiurie e umiliazioni subite dai colleghi del corso (che non mancavano ogni giorno di gettarle addosso il loro disprezzo), di fatiche e ore di studio ininterrotto, Ginko raggiunge il suo obiettivo e nel 1882 si laurea in Medicina (prima donna in Giappone), ottenendo - sempre dopo innumerevoli ostacoli - la licenza medica nel 1885.

Una volta laureata e pronta ad esercitare l'amata professione, i problemi non sono mica finiti: la gente è diffidente verso questa giovane dottoressa, soprattutto i maschi, tanti dei quali rifiutano anche solo di lasciarsi sfiorare da lei.

Ginko incontra davvero una quantità incredibile di complicazioni e le occasioni di scoramento non mancheranno negli anni ma a sostenerla ci saranno la sua immensa forza di volontà, la convinzione di fare ciò che è giusto e di essere utile alle persone (in special modo alle donne come lei) e più tardi, a una personalità già volitiva e decisa, si aggiungerà la fede.

La consapevolezza delle limitazioni della medicina e della frustrazione nei confronti delle donne (l'idea dominante all’epoca era che gli uomini dovessero essere ammirati e le donne disprezzate, sminuite, trattate con sufficienza o indifferenza), la spingono a interessarsi al Cristianesimo: inizia così a frequentare una chiesa a Hongo, il cui pastore è Ebina Danjo.

Frequentando i cristiani, Ginko si convince di come il Cristianesimo sia "l’unica religione che riconosce lo status delle donne e la sua diffusione aiuterebbe a migliorare la sorte delle stesse", così vi aderisce con sempre maggiore entusiasmo, divenendo un'esponente di spicco.

Entrerà a far parte dell'Organizzazione delle donne cristiane giapponesi, abbracciandone la mission: “Pace, abolizione dell’alcol e sradicamento della prostituzione”.

Insomma, la professione medica - per la quale ha resistito a qualunque vessazione e tentativi di scoraggiamento - si unisce al suo interesse sociale per le donne e questo renderà la protagonista una professionista qualificata tra le più note all'interno dele classi intellettuali del suo tempo.

L'unica esperienza sentimentale avuta (che di sentimentale, in realtà, non aveva nulla, essendo stato un matrimonio combinato dalle famiglie) l'aveva allontanata dall'universo maschile, ma attraverso la frequentazione degli ambienti cristiani conoscerà una persona con la quale decidere di condividere la propria vita.
Nel bene e nel male, in salute e in malattia.


Nascosta tra i fiori è il racconto incredibile ed emozionante di una donna realmente esistita, di una dottoressa, di un'educatrice, di una fervente e sincera cristiana che è diventata un simbolo di libertà, riscatto e tenacia, una persona con le idee chiare che non si è lasciata abbattere da pregiudizi, norme sociali, limitazioni imposte da una cultura patriarcale e maschilista, dalla disapprovazione dei famigliari, dagli sguardi sprezzanti dei colleghi uomini, dalla solitudine che il proprio percorso di studi, di lavoro e di vita portava con sé.

È quindi una storia appassionante, scritta (e tradotta) bene, che sa coinvolgere il lettore nelle vicende umane della protagonista, suscitando ammirazione e rispetto per una persona così.

Non conoscevo questa donna e sono felice di averla "incontrata"; mi ha colpito molto apprendere la sua vita e la forza che ha saputo tirar fuori in quei momenti in cui tornare indietro e sottomettersi alle convenzioni dell'epoca sarebbe stato più semplice.





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